3
Un po' Jep Gambardella, il ‘’marchese’’ Fulvio Abbate (classe ‘56) siede spesso al tavolino di un ristorante di pesce di Monteverde Vecchio, il famigerato “Cefalù” di Lavitola. Con Bobo Craxi, co-protagonista della ormai celebre rubrica (gauche caviar) che lo stesso Abbate porta avanti sul suo canale youtube, Teledurruti. Come l’indimenticabile scrittore-giornalista viveur immaginato da Sorrentino, Abbate condivide un cinismo iperbolico che lui, però, si ostina a definire ‘’laicità’’. L’ideologia, se ora è vista con sospetto da Abbate, attrasse in un primo momento il giovane filosofo palermitano che, dopo essersi laureato su Céline con Armando Plebe (un allievo di Galvano della Volpe), non tardò a prendere parte alle attività organizzate dal PCI. Contemporaneamente, diviene una firma prima per L’Ora (quotidiano palermitano), quindi (dal 1992 al 2008) opinionista per L'Unità. Ma non lo si può certo considerare un opinionista ‘’monogamo’’ se è vero che, nello stesso periodo, collabora, più o meno saltuariamente, con, in ordine sparso: Reporter, Rinascita, La Stampa, Tuttolibri, Il Mattino, Il Messaggero, Il Riformista, Sette, Il Foglio, La Lettura, Il Fatto Quotidiano, Il Dubbio, Linkiesta e, infine, Il Corriere dello Sport, Huffpost, MowMag e ancora l’Unità di Piero Sansonetti. E così come seguendo la parabola biografica di Gambardella, nel capolavoro di Sorrentino, si può rivivere, o quantomeno immaginare, le metamorfosi di Roma e di un’Italia letteraria che inizia con la A di Arbasino e finisce con la cerimonia annuale di premiazione dello Strega (S), lo stesso avviene ascoltando i divertenti dialoghi intavolati da Abbate con l’interlocutore di turno. Che sia ‘’il figlio dell’eroe di Sigonella’’, come più o meno ironicamente ebbe a definire l’amico Craxi, piuttosto che quel simpatico mitomane che è Valter Lavitola, il ‘’marchese’’ discetta di politica con l’aristocratico cipiglio di chi, pur disilluso, non cessa di soppesare e confrontare fra loro le illusioni rimaste ancora sul tavolo. E, se poi dal metodo passiamo al merito, vediamo un uomo capace di riflettere in sé e attraverso sé, caleidoscopio umano, i mille cocci infranti di quella che fu la Sinistra. La esse maiuscola, in questo caso, è doverosa, così come quando si scrive paese riferendosi non ad Abbiategrasso o a Ronco Campo Canneto, ma alla Nazione (come direbbe Giorgia). Dall’Unità all’Unità, in un certo senso, è anche la traiettoria di una certa, quella sì, gauche caviar all’italiana (e, quindi, inguaribilmente deteriore rispetto ad analoghe esperienze d’oltralpe) passata dai comizi di piazza alle terrazze à la Scola. A questo punto però, per non annoiare, ma anche per non annoiarmi (con parole che, per quanto mie, non esito a percepire come ‘’di circostanza’’) è giusto lasciare la parola al ‘’marchese’’ Fulvio Abbate, monumento vivente di una Roma che, purtroppo, non è mai esistita.
- Giovane militante comunista nella Palermo dei primi anni ‘70, oltreché poliedrico intellettuale dotato di una singolare vena tragicomica, e per giunta un po' principe nell’animo, come Totò. Fulvio Abbate si sente, suo malgrado, figlio del ’68 e del ‘77 studenteschi? Crede che quel movimento abbia, almeno a livello ‘’intellettuale’’, anticipato il 1989? Il ’68, per dirla con Arthur Rimbaud, citato dai socialisti francesi per l’elezione di Mitterrand nel 1981, ha “Cambiato la vita”, il mondo ha smesso di assomigliare a un convitto religioso dove i maschi erano separati dalle femmine nei plessi scolastici. Tuttavia, se il ’68 muove da una spinta politica ideologica, diciamo pure “leninista”, il ’77, da me vissuto in prima persona nella cosiddetta “ala creativa” del movimento, ha consegnato ai suoi partecipanti una certezza: che non ci sarebbe stato un futuro, se non da precari, come nel motto dei punk: “No dreams no future”. Nel 1989, mentre crollava il Muro di Berlino, non c’era traccia alcuna di movimenti che mettessero in discussione l’esistente.
- Quella di Berlusconi fu un’Italia leggera che, pure, non avvertì ‘’l’insostenibile leggerezza dell’essere’’, oppure la avvertì fin troppo? L’Italia di Berlusconi personalmente non mi ha mai sfiorato, così come, altrove, il mito dell’ombelico di Raffaella Carrà, non ho mai fatto parte del pubblico di “Drive In”.
- Infine, un argomento apparentemente a-politico: la crisi del cinema italiano. Se l’Italia di Berlusconi aveva il suo pendant artistico (per così dire) nei cinepanettoni dei Vanzina, quale Cinema per l’Italia di oggi? Quali categorie (cinematografiche, ma non solo) contribuirebbero a una più chiara interpretazione della nostra epoca? Sono amico di Enrico Vanzina, ha promesso, parole sue, che in un prossimo film ci sarà un ruolo anche per me, probabilmente interpreterò me stesso.
© Punto e Virgola