1
“Che fare?”, ci si domanda straniti dalle parti di Via del Nazareno. I più, si limitano a ruminare il dubbio accompagnando quel tacito soppesare a un ''si vedrà'' che, solitamente, fa da pendant ad una impercettibile alzata di spalle. I maggiori dirigenti, invece, si esibiscono in alzate di spalle degne di una ginnasta sovietica sotto ormoni dalla più tenera età, mentre gregari e semplici militanti, più modestamente, scuotono la testa. Qualcuno, fra i più vecchi, non potrà fare a meno di pensare a Wladimir Ilitch e a quel suo scritto che vide la luce a Stoccarda nel 1902. Si era, in quell'epoca, ad una svolta: il socialismo russo entrava, per Lenin, in una nuova fase e, inevitabilmente, si poneva con urgenza il problema di elaborare un nuovo programma, capace di rispecchiare nuove esigenze. Era, del resto, l'inizio del Novecento. E il ''che fare?'' di Lenin non impiegò molto a far breccia nelle coscienze di milioni di europei che, all'ombra di qualche altoforno, a Pietrogrado piuttosto che a Cardiff, si apprestavano a iniziare un percorso che li avrebbe portati, di lì a qualche anno, fra i saloni affrescati dello splendido Palazzo d'Inverno. Del resto, la risposta al ''che fare?'' per Lenin non poteva che essere la rivoluzione. Qualcuno poi, dalle parti di Via del Nazareno, avrà certamente collegato il ''che fare?'' di Lenin a quello, assai meno aggressivo e perentorio in verità, lasciato da Ignazio Silone a mo' di congedo dal suo più celebre romanzo: Fontamara (1933). Silone li immaginava così i suoi concittadini abruzzesi, finalmente resi maturi dalle amare esperienze: ad ogni nuovo problema che si sarebbe presentato, all'unisono, si sarebbero chiesti come affrontarlo. Gli operai di Lenin, i contadini di Silone, sterminate moltitudini animate da una domanda all'apparenza tanto banale quanto, in sostanza, fondamentale: su quali principi costruire l'edificio della nostra utopia? Erano in cerca, insomma, per dirla con Galeano, di un orizzonte capace di farli comminare, di andare avanti. Facilmente, gli scaffali polverosi di qualche ufficetto bistrattato in Via del Nazareno contengono ancora quei due pamphlet, li deve aver portati lì qualche ignaro facchino che, nel tragitto tra via delle Botteghe Oscure e l'attuale sede, si sarà certamente perso per strada metà di ciò che gli era stato affidato. Sic transit gloria mundi. E noi sappiamo che soltanto un uomo, novello Lenin, redivivo Silone, si è impegnato nella affannosa ricerca di queste idee perdute: ne è riemerso, vittorioso, con risposte che definire all'altezza della domanda è assai limitativo. Roberto Speranza, infatti, ripropone il consumato ''che fare?'' sapendolo spogliare di tutta la bava e i detriti del Novecento per farlo, finalmente, rifulgere di una luce nuova: quella della supercazzola. E, dunque, propone un vecchio partigiano o un giovane neo-diciottenne, che come candidati alla presidenza del consiglio, diciamocelo – sembra suggerirci ammiccante Robertino – non saranno certo tanto peggio di Conte o della Schlein. Se a destra ci si definisce ''uomini del fare'', la sinistra può, ancora una volta, ribattere col suo ''che fare?'', finalmente reso di nuovo accattivante dal genio ribelle di un uomo che molti non esitano a definire, addirittura, ''il nuovo Gianni Pittella''.
© Punto e Virgola