(Articolo e fotografie di Riccardo Cavallotti)
Per le comunità indigene degli Altos del Chiapas la montagna è sempre stata rifugio e cura. È anche il luogo da cui, alla fine del secolo scorso, è iniziata una pagina di resistenza che continua ancora oggi: quella di chi vive e lavora la terra, la difende e rivendica diritti negati per secoli e mai pienamente riconosciuti. Su queste montagne il movimento zapatista ha cercato di mantenere in vita un mondo dove il concetto di comunità viene prima della proprietà privata. Qui, il rapporto con la terra - eredità di un sapere tramandato da generazioni - si fonda su una produzione e un consumo familiare. Nel villaggio di Winikton, uno dei tanti disseminati in questa regione, i frutti della terra non si vendono. Jorge, contadino cresciuto a Winikton con la sua famiglia, racconta un aspetto della loro vita come se fosse la cosa più normale del mondo: “frutta e verdura che coltiviamo, servono a noi per mangiare, e se un vicino ne ha bisogno, gliene diamo. [..] Tutta la gente è così. Abbiamo questo principio”.
Gli alberi di mele nel giardino. Il bucato appeso a fili collegati tra le case. Il mais che cresce alto e fitto come presenza costante nei campi circostanti. Le decine di piante spontanee che vengono utilizzate come rimedi curativi. Casa di Jorge riflette nel piccolo una moltitudine di realtà radicate in queste montagne. Realtà in cui semplicità e cura sono alla base di una vita comunitaria. Questa, rappresenta la lotta che il movimento zapatista, storicamente, ne ha fatto il suo cuore pulsante contro la società dei consumi di massa e contro il capitalismo.
Uno spazio che convoca
A fine agosto, nel Caracol Jacinto Canek - Caracol 7, nei pressi del municipio di Tenejapa - si è svolta la seconda tappa di incontro itinerante intitolato “ResignArte o OrganizArte”: rassegnarsi o organizzarsi. A un’ora e mezza di strada dalla cittadina di San Cristobal de las casas, decine di famiglie facenti parte del movimento zapatista, si sono riunite in un luogo lontano da occhi indiscreti. Organizzate in ampie tende per le accampate notturne, le comunità native sono rimaste una settimana a quello che è stato un raduno di unione e lotta comune.
La brezza fresca degli Altos, dove la natura rimane incontaminata e verde, ha fatto da cornice a momenti di poesia, canto, danza, teatro, laboratori artigianali, di autodifesa e dibattiti. Inoltre, non è mancata la presenza di centinaia di persone arrivate da decine di paesi diversi. Non un evento isolato, dunque, ma un ciclo di incontri cominciati un mese prima nel Caracol di Morelia, dove il Subcomandante Insurgente Moisés aveva aperto i lavori davanti a persone giunte da 28 paesi diversi, dicendo: “siamo qui per mostrarci, e perché voi che venite da altre geografie vi mostriate a noi”.
Alla chiusura di una giornata ricca di attività, un giovane rapper ha condensato in una frase il tema di fondo: “Sí al Común, no a la propiedad privada”, perché - ha aggiunto - la proprietà privata non serve all’umanità. Dietro questo apparente slogan si sviluppa quello che è lo snodo politico che il movimento sta attraversando in questi anni, e su cui vale la pena focalizzarsi per capire dove si colloca oggi lo zapatismo.
Dal Levantamiento a El Comun
Il 1° gennaio 1994, il giorno stesso in cui entrava in vigore il NAFTA, l’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada, migliaia di nativi del Chiapas, occuparono diversi centri urbani - tra cui la città di San Cristóbal de las Casas -, e dichiararono guerra all’esercito federale messicano. Fu un conflitto breve di cui le conseguenze politiche durano ancora oggi. Quel giorno l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che guidava l’insurrezione armata, fece la sua prima apparizione pubblica. L’EZLN nasce da un nucleo di rivoluzionari di ispirazione guevarista che, calati in Chiapas un decennio prima per “accendere la rivoluzione”, si erano profondamente trasformati a contatto con le comunità native locali: da un progetto di stampo marxista-leninista verticale a un movimento che ha fatto della parola d’ordine “comandare obbedendo” principio cardine del suo autogoverno. In poche parole, chi ricopre ruoli di coordinamento deve eseguire e rispettare la volontà espressa dalle assemblee del popolo. Una forma di democrazia diretta assembleare, con cariche elettive, a rotazione, temporanee e revocabili, fondata sul rifiuto del neoliberismo e del capitalismo.
A differenza di altri movimenti rivoluzionari del centro-americana, come il Fronte Sandinista in Nicaragua o il Fronte Farabundo Martí in El Salvador - più orientati a una trasformazione “dall’alto” -, lo zapatismo ha scelto una strada autonomista e orizzontale, enfatizzando il cambiamento “dal basso”. A dimostrazione che l’EZLN non cercava il potere statale o privilegi personali, ma perseguire una giustizia sociale universale per le comunità emarginate. Mentre altri movimenti hanno progressivamente tradito i propri obiettivi fondativi, l’EZLN ha mantenuto per tre decenni una coerenza politica - pur senza mai ottenere il riconoscimento costituzionale dei diritti dei nativi che auspicava fin dagli accordi di San Andrés del 1996, mai attuati dallo Stato messicano.
Il contesto di riferimento in cui si è sviluppata questa insurrezione armata, è una regione che ancora oggi rappresenta uno degli stati più poveri del Messico, dove scuole e ambulatori sono quasi o del tutto assenti nelle zone indigene: lo stato del Chiapas.
Parlando con Fabio, italiano che vive da 20 anni nella città di San Cristobal de las casas e simpatizzante zapatista - così si definiscono le persone che sono vicine alla causa pur non essendo nativi d’origine - per comprendere che cosa significa oggi El Comun bisogna fare un passo indietro fino alla riforma agraria messicana. La rivoluzione messicana del 1917 aveva promesso la terra ai contadini attraverso gli ejidos - nuclei agrari collettivi assegnati dallo Stato. “Il Chiapas, però, è stato storicamente uno degli stati con meno ejidos assegnati: durante la rivoluzione la
regione non aveva partecipato attivamente, e i grandi proprietari terrieri locali erano riusciti a mantenere pressoché intatti i propri privilegi, opprimendo la popolazione indigena. Fu proprio questa lunga lotta agraria irrisolta a preparare il terreno per il 1994. [...] In più, il colpo finale arrivò nel ‘92, quando la riforma costituzionale voluta da Carlos Salinas de Gortari chiuse definitivamente l’assegnazione di nuovi ejidos, aprendo alla possibilità di affittarli o venderli: questo segnò per i contadini chiapanechi la fine di ogni speranza di accesso legale alla terra collettiva”. Due anni più tardi, l’accordo di libero scambio entrato in vigore proprio il giorno dell’insurrezione armata, segnò un’ulteriore condanna per i piccoli produttori. Nei mesi successivi, i contadini zapatisti occuparono e recuperarono terre in gran parte dello stato; spesso allevamenti dei grandi proprietari: si contano decine di migliaia di ettari occupati. Nacque così una riforma agraria “dal basso”, fatta di tierras recuperadas sottratte alla logica dello Stato, al grido di “Ya basta!”
Per più di vent’anni, la struttura amministrativa zapatista si è basata su un doppio livello: i Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti (MAREZ) e le Giunte di Buon Governo (JBG), coordinate nei Caracoles. Nel novembre 2023, dopo un lungo processo interno di analisi critica, il Subcomandante Moisés ha annunciato lo scioglimento delle strutture. Al loro posto sono nati i Governi Autonomi Locali (GAL), radicati in ogni singola comunità dove sono presenti basi d’appoggio zapatiste - potenzialmente migliaia, contro le poche decine di MAREZ precedenti - capaci di coordinarsi regionalmente in Collettivi di Governo Autonomo Zapatista (CGAZ) e, a un livello ulteriore, in Assemblee di questi Collettivi (ACGAZ), con sede nei Caracoles. Alla base di ciò, c’è stata la volontà di capovolgere la piramide organizzativa per ricostruirla.
È in questo contesto che si inserisce El Común y la No Propiedad, il manifesto con cui l’EZLN designa il nuovo orizzonte politico: un ulteriore passo verso la rottura con la proprietà privata e con il lavoro sfruttato. Un salto ulteriore rispetto agli ejidos. Se l’ejido era stato un tentativo di sottrarre la terra alla proprietà privata rendendola proprietà sociale, gli zapatisti oggi rifiutano anche questa categoria: “La terra c’era prima di noi, non siamo noi a possederla, siamo noi che apparteniamo a lei”. Il Común, dunque, non è né proprietà privata, né statale, né semplice proprietà collettiva, è la non-proprietà. Questo è ciò che sta alla base del nuovo manifesto politico del movimento zapatista: la terra si lavora e il suo prodotto si distribuisce, ma non appartiene a nessuno.
Esiste un ulteriore aspetto importante sottolineato da Fabio. “Dal 2024, nei territori del Común, lavorano la terra anche famiglie non zapatiste - perfino di fede evangelica o Testimoni di Geova, ideologicamente lontanissime dal progetto politico dell’EZLN a patto di rispettare le regole: non vendere, non affittare, non coltivare sostanze stupefacenti o distribuire collettivamente il raccolto. È un modo, tra l’altro, per disinnescare un conflitto che il governo messicano ha spesso alimentato: presentare le terre zapatiste come “troppe” rispetto a quelle di contadini poveri non allineati al movimento, spingendo così gruppi rivali ad attaccare le comunità autonome per rivendicarne l’assegnazione statale - un’assegnazione che, va detto, conviene anche allo Stato stesso, perché la terra legalizzata produce tasse e voti”.
Prospettive future: tra violenza e spopolamento
Dal 2023 il Chiapas è attraversato da un aumento di violenza legata al narcotraffico: cartelli un tempo più attivi nel centro-nord del Paese si sono spostati via via anche verso il sud-est, contendendosi le rotte di droga, armi e migranti che puntano verso gli Stati Uniti. Le comunità zapatiste, che garantiscono in autonomia salute, giustizia e educazione, si trovano esposte a una criminalità organizzata in crescita.
A questo si aggiunge una fragilità interna al movimento: diversi antropologi che studiano la regione da decenni - tra cui Gaspar Morquecho - hanno osservato un progressivo isolamento delle comunità zapatiste rispetto ad altre organizzazioni sociali, e molti giovani lasciano i territori autonomi in cerca di lavoro o istruzione
altrove. È una tensione che la stessa riorganizzazione vuole affrontare, aprendo - come ha spiegato Moisés durante gli Encuentros del dicembre 2024 - anche a persone esterne al movimento, purché condividano l’obiettivo di costruire un modo di vita alternativo.
Alla base della crescente violenza degli ultimi anni vi è un meccanismo, sottolinea Fabio. “Attaccare frontalmente le comunità zapatiste ha, per lo Stato messicano, un costo politico troppo alto: decenni di attenzione internazionale rendono ogni repressione diretta uno scandalo globale. [...] Esiste una strada alternativa: un Paese fortemente militarizzato in cui l’esercito non colpisce le comunità, ma permette al crimine organizzato di farlo - per poi intervenire “a ristabilire l’ordine” una volta che il terrore ha già fatto il suo lavoro. Il costo politico dell’azione criminale, a differenza di quella statale, è pari a zero”. Svuotare un territorio con il terrore, in questa prospettiva, significa prepararlo a una logica di mercato fatto di miniere, dighe e privatizzazione dell’acqua.
Questo è il motivo che sta dietro alla resilienza delle comunità indigene che tendono a non abbandonare la propria terra anche sotto minaccia: “un legame con il territorio - la montagna sacra, i propri morti sepolti lì - che la logica occidentale della “razionalità” fatica a comprendere, ma che è precisamente ciò che rende la resistenza indigena, in Chiapas come altrove, così ostinata”
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