Il 17 ottobre, contestualmente alle manifestazioni di protesta contro il carovita che si sono tenute in tutta Italia, si sono verificati numerosi scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, soprattutto nelle grandi città come Bologna e Milano. Il copione che si ripete in queste occasioni è ormai noto: da un lato la destra che attacca la totalità dei manifestanti, bollandoli senza distinzione come violenti devastatori; dall’altro la sinistra istituzionale che prende immediatamente le distanze, condannando le violenze senza alcuna riserva, evidenziando la presenza di una grande maggioranza di manifestanti pacifici e auspicando per il futuro cortei completamente nonviolenti. È proprio su questo punto che è importante soffermarsi e porsi una domanda: ha ancora senso fare un corteo pacifico?
La questione è evidentemente provocatoria, ma la risposta non è affatto scontata, visto lo scarso spazio mediatico che quotidiani e media tradizionali dedicano a scioperi e manifestazioni quando questi non presentano scontri o violenze di alcun tipo. Chi organizza e chi prende parte a una protesta si trova quindi davanti a un bivio: è meglio manifestare pacificamente, con la certezza di essere completamente ignorati dall’opinione pubblica (magari con qualche rara eccezione grazie ai canali online), o causare scontri con le forze dell’ordine per ottenere copertura mediatica, seppur restituita esclusivamente da un punto di vista negativo?
Sono esemplificativi, da questo punto di vista, gli scioperi in atto ormai da settimane tra gli agricoltori e gli autotrasportatori del Sud Italia: per protestare contro il caro carburante, che ha portato a una condizione per cui nei campi del meridione risulta più conveniente non lavorare che consumare carburante per utilizzare i macchinari , i lavoratori occupano da giorni le strade, bloccano il passaggio e impediscono i rifornimenti agli esercizi commerciali, con la conseguenza di supermercati vuoti e gravi difficoltà nel reperire prodotti di prima necessità. La risposta mediatica e istituzionale, però, è molto deludente e sottotono: i telegiornali e i principali quotidiani hanno iniziato a parlare di queste proteste solo di recente e in spazi assai ridotti rispetto alla portata e alle conseguenze di questi scioperi. Dal punto di vista politico, il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida si è limitato ad attaccare i manifestanti, dichiarando: "Non è giusto arrecare danno ad altri per tutelare le proprie posizioni" e ancora "Manifestare è lecito e degno di rispetto, bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato". Le posizioni del ministro non sorprendono, ma suonano comunque come uno schiaffo nei confronti di un'intera categoria sottoposta alle sue politiche, soprattutto vista la condizione disperata di molte famiglie che non hanno più la possibilità di lavorare in modo dignitoso, a causa della situazione insostenibile dei carburanti e della malagestione del problema da parte del governo.
Al contrario, gli scioperi francesi, caratterizzati da un gran numero di manifestanti violenti e da ingenti danni alle infrastrutture urbane, stanno producendo dei risultati: la copertura mediatica è quasi mondiale e il governo ha annunciato provvedimenti che, a detta delle autorità stesse, andranno incontro alle richieste degli studenti.
Il paradosso è dunque evidente: nonostante una grande fetta dell’opinione pubblica disapprovi gli scontri di piazza, il risultato che essi portano appare maggiore rispetto a quello degli scioperi pacifici. La situazione non cambierà se chi governa si finge sordo finché riesce a mantenere l'ordine pubblico, cedendo alle istanze della piazza solo quando la situazione diventa insostenibile. Davvero dobbiamo arrenderci a considerare lo scontro come l'unico strumento per non essere condannati al silenzio?
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:

