Da Comizi d’amore a BellaMà è un attimo
Quando un ragazzo come Alberto Ravagnani, seppur possano essere stati certi modi discutibili, sulle sue scelte di essere stato un prete influencer, nessuno dovrebbe comunque recarsi il il potere incontrollato di porre a lui domande provocatorie sulla sua trasformazione umana. Ravagnani è senz’altro in un periodo storico della sua vita, in cui è in atto una vera e propria metamorfosi. La metamorfosi, come qualsiasi cosa della nostra vita finisce e inizia in un’altra forma, ha necessità di delicatezza e non prese di posizione altrui inaudite. Purtroppo Ravagnani, è stato senz’altro vittima di un paternalismo che nei vari talk show, accade sempre più frequentemente. Una vera e propria pornografia alla portata di ogni telespettatore.

Esiste una differenza profonda, quasi ontologica, tra il fare una vera intervista e il consumare un atto di prevaricazione mediatica. Fare domande è un’arte delicata, che richiede il rispetto sacro del limite dell'altro. Quando questo limite viene calpestato, l'intervista smette di essere un dialogo e si trasforma in una forma di violenza psicologica e inquisitoria. Per capire come si conduce un’autentica inchiesta umana, basta fare un salto indietro nel tempo e guardare a un capolavoro del nostro cinema documentaristico.
Il modello Pasolini: l'ascolto che libera l'altro

Nel 1963, Pier Paolo Pasolini, percorre l’Italia per girare Comizi d'amore. Il regista rivolge a persone di ogni estrazione sociale domande dirette e totalmente prive di filtri su temi allora considerati tabù: la sessualità, l'amore, l'onore, il matrimonio. Pasolini indaga cosa sia "normale" o "anormale", ma lo fa ponendosi sullo stesso piano dei suoi interlocutori, con un’attitudine quasi maieutica. L’esempio più alto di questa sensibilità si compie sulla spiaggia, dove Pasolini incontra l’anziano poeta Giuseppe Ungaretti. Il regista, evoca il tema dell’omosessualità e della deviazione dalla norma in modo obliquo, ma chiaro per l’epoca. Di fronte a questo stimolo, Ungaretti non viene braccato, bensì lasciato libero di formulare uno dei pensieri più alti della pellicola: «Ogni uomo è fatto in un modo diverso. Dico, nella sua struttura fisica, ma anche nella sua combinazione spirituale. Quindi tutti gli uomini a loro modo sono anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura». Pasolini accoglie, rilancia, custodisce la risposta del poeta. La "diversità" diventa così la sola vera condizione universale dell’essere umano. Questo è il giornalismo d'inchiesta: un mezzo per elevare il discorso a un livello filosofico ed esistenziale.

Il contro-esempio: la pretesa inquisitoria di Diaco su Ravagnani
Se Comizi d'amore, rappresenta l'eccellenza etica del domandare, quanto andato in onda a BellaMà — nell’intervista di Pierluigi Diaco ad Alberto Ravagnani — ne è l'esatto opposto, la negazione stessa del codice deontologico. L'intervista all'ex sacerdote e creator, si è trasformata in una palese violazione dei diritti e della privatezza di una persona. Laddove Pasolini offriva spazio e rispetto, Diaco ha eretto un muro di insistenza morbosa, incentrando il confronto sull'orientamento sessuale e pretendendo risposte intime su dinamiche personali. Ammonire un ospite dicendo che "ha il dovere di rispondere" o accusandolo di "prendere in giro" il pubblico non è giornalismo: è un'imboscata. Non è un caso che l'opinione pubblica e autorevoli commentatori abbiano parlato apertamente di violenza mediatica e assenza di rispetto.
Il grande cortocircuito: il precedente accaduto nel 2008

La vicenda, assume i contorni di un paradosso grottesco, se si scava negli archivi della stessa televisione pubblica. Nel 2008, durante una puntata del programma Scalo 76 su Rai 2, un’allora trentunenne Pierluigi Diaco, si trovò dall'altra parte della barricata. Fu Donatella Rettore a chiedergli a bruciapelo, in diretta, se fosse gay. In quell'occasione, la reazione di Diaco fu di netta chiusura e di evidente fastidio, volta a difendere strenuamente il proprio insindacabile diritto alla privacy e al riserbo sulle proprie preferenze personali. Che lo stesso “professionista”, a distanza di anni e forte di una posizione di totale potere all'interno del proprio studio televisivo, decida di applicare a un suo ospite lo stesso identico schema inquisitorio di cui lui stesso fu vittima — pretendendo quella trasparenza intima che a parti invertite ritenne inammissibile — delinea un cortocircuito etico e professionale intollerabile.
Lo scudo del "giornalismo" per giustificare la prevaricazione
Il vero paradosso, si compie nelle ore successive alla bufera mediatica. Di fronte all'unanime sdegno di pubblico e critica per quella che è stata percepita come un'insulsa violenza verbale, Diaco ha avuto persino il coraggio di arroccarsi dietro la propria qualifica professionale. Nel tentativo di spegnere le polemiche, ha rilasciato dichiarazioni pubbliche rivendicando l'accaduto e asserendo che quanto andato in onda non fosse altro che il suo "dovere di giornalista", definendolo "un mestiere sempre più raro in Italia". Questo tentativo di nobilitare l'insistenza estorsiva, camuffandola da "giornalismo d'assalto", rappresenta un insulto alla categoria stessa. Confondere la ricerca della verità pubblica con lo sventramento della dignità privata denota un totale ribaltamento della realtà.

Il paradosso del preservarsi: la trappola del doppio standard sociale
Al di l'à dell’horror televisivo, l'episodio solleva una questione filosofica ed esistenziale profonda, che riguarda il modo in cui la società gestisce l'intimità di chi non si allinea alla maggioranza. Esiste una trappola invisibile, un vicolo cieco emotivo, per chiunque porti addosso una forma di diversità che gli altri faticano ad accettare o a decodificare. Se scegli di esporre apertamente la parte più vera e intima di te stesso, di condividere la tua unicità oltre i confini del conformismo, la macchina sociale ti etichetta immediatamente come "pesante", egocentrico o provocatorio. La tua verità diventa un disturbo per la quiete pubblica. Se invece, comprendendo questo meccanismo, decidi legittimamente di preservarti, di proteggere il tuo nucleo intimo dietro un silenzio dignitoso, non va bene lo stesso. A quel punto vieni accusato di reticenza, di ipocrisia, di "prendere in giro" chi guarda. È la condanna a un gioco in cui le regole sono truccate: sei costretto a scegliere tra la gogna dell'iper-esposizione o il processo per omissione. Non è sbagliato n'è l’uno n'è ‘altro caso, sempre che non si leda la libertà altrui. Quindi, è sbagliato a questo punto, secondo la logica stessa di Diaco, di non esporsi sulla sua stessa vita privata, giusto? Non esporsi, ma giudicare gli altri, quello sì.
Quando il sistema legittima l'abuso: l'avallo istituzionale
Quando si tratta di esseri umani e della loro natura più profonda, bisognerebbe indossare i guanti, soprattutto se non si sa cosa sia la delicatezza e gentilezza. Servirebbe una radicata cultura della diversità, capace di comprendere che l'intimità altrui è uno spazio sacro. Prima di insinuarsi prepotentemente e con volgarità nella vita e nella sessualità degli altri, certi conduttori dovrebbero compiere un faticoso viaggio interiore, fermarsi e capire cosa abbiano loro stessi dentro. Elementi capaci di un simile livello di prevaricazione, non dovrebbero trovare alcuno spazio nei palinsesti della televisione pubblica. Ma il problema non è solo del singolo; è del sistema strutturalmente distorto che lo produce e lo protegge. Quando persino una consigliera di amministrazione della Rai, Federica Frangi, interviene pubblicamente per sdoganare l'accaduto — definendo "sproporzionate" le polemiche e archiviando la violenza verbale sotto la comoda etichetta di "legittimo lavoro giornalistico" e libertà di interrogare — significa che l'ingranaggio è rotto alla base. Se l'istituzione, che dovrebbe vigilare sul servizio pubblico, si trasforma nello scudo politico dell'arroganza, allora tutto diventa lecito. Tutto si trasforma in un Far West, dove il rispetto dell'ospite viene sacrificato sull'altare del sensazionalismo.

Conclusione

Una vera intervista non toglie mai la dignità a chi risponde e non calpesta l'intelligenza di chi guarda. Pasolini e Ungaretti ci hanno insegnato che l'indagine sulla natura umana si fa con la poesia e l'ascolto profondo, riconoscendo che ogni uomo è, a suo modo, un'eccezione alla norma. Il caso Diaco-Ravagnani, illuminato dal precedente del 2008 e blindato dall'avallo dei vertici Rai, ci mostra invece la deriva peggiore: la totale capitolazione della gentilezza. Estorcere dettagli intimi, aggredire verbalmente chi pone un limite e poi pretendere di aver fatto il proprio "dovere" con la benedizione dei piani alti non è fare giornalismo: è solo la manifestazione più cinica di un potere mediatico che ha smesso di essere umano.
© Punto e Virgola
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