A settant'anni dalla pubblicazione del romanzo e con l'uscita quest'anno della serie tv l'opera di Golding risulta più attuale che mai, una riflessione sociale che ci spinge a domandarci davvero se dalla storia si possa trarre una lezione o se il male sia connaturato all'uomo.
L'essere umano nasce cattivo o lo diventa?
Secondo Golding, il quale affermava che “l'uomo produce il male come le api producono il miele”, la cattiveria è connaturata all'uomo, ognuno di noi nasce malvagio, indipendentemente dal contesto in cui cresciamo o siamo inseriti, piuttosto è la società a placare l'istinto selvaggio.
Dei ragazzini, anzi dei bambini, lasciati a loro stessi, senza adulti e senza regole, si faranno travolgere da questo istinto, cercando di prevaricare gli uni sugli altri, chi più chi meno, e chi non si adatta è destinato a soccombere. L'uomo dunque si conforma perfettamente alla legge della natura, la legge del più forte, nessun'altra legge vale allo stato brado, non c'è modo di autogestirsi se non far sfoggio della propria forza, della propria superiorità e sottomettere il branco.
Non c'è dunque speranza?
Se si tiene conto della cornice in cui Golding inserisce la storia decisamente no, poiché mentre questi ragazzi tentano di sopravvivere come possono il mondo va in pezzi distrutto dalla guerra. L'esperimento letterario è chiaro, mentre gli adulti, i potenti, quelli che dovrebbero dar loro le regole, distruggono il mondo mossi da dinamiche di potere, dal desiderio di prevalere, scatenando un conflitto su scala globale, non si possono riporre speranze nemmeno nelle nuove generazioni. Nemmeno loro far rinascere il mondo dalle ceneri cedendo all’hobbsiana visione dell’homo homini lupus.
Per lo scrittore sull'isola deserta, lontano da tutto, si viene a creare una micro società in cui si replicano esattamente le stesse dinamiche che si possono ritrovare in larga scala: sin da subito si viene a creare una gerarchia, a capo si ritrovano due individui carismatici, forti, di bella presenza, in grado di attirare l'attenzione, di usare la forza, se serve; si identifica un nemico comune, il Signore delle Mosche, un mostro, un antagonista che mette in pericolo la sicurezza del gruppo; si scredita l'ordine stabilito, traslando dunque la responsabilità di questo pericolo sull'ordine vigente, attaccandolo, indebolendolo, sfruttando le paure della massa resa a sua volta irrazionale dalla paura stessa; infine la presa del potere, la creazione di un vero e proprio regine in piccola scala che usa la violenza sia verbale che fisica.
Scoppia il caos, ma un caos organizzato agli occhi dei più piccoli, sotto il pugno duro del più forte.
Quale tipo di riflessione possiamo scaturire da questo romanzo?
Siamo tutti destinati alla distruzione poiché è nella natura dell'essere umano distruggere tutto, o perlomeno siamo destinati a questa interminabile dinamica di potere che nessuna presunta evoluzione può sradicare, nessun presunto ordine e nessun sistema di regole e leggi può davvero tenere a freno questo istinto. Non abbiamo scelta.
Eppure, forse, non deve essere necessariamente così, forse si può trovare una chiave, forse, come hanno cercato di rappresentare altri autori, come Stevenson, Calvino, in noi coesistono due metà e possiamo davvero scegliere o perlomeno trovare un equilibrio, senza cedere alla retorica dualità tra eroi ed antagonisti, bensì riconoscere una dualità interiore e imparare a conviverci e a nutrire quella metà buona.
O forse, dato che devono essere gli adulti a insegnare ai più piccoli a nutrire e far prevalere la metà buona, proprio quegli adulti che non sono in grado di evitare che il mondo vada in pezzi, perché non riescono a fare a meno di sottostare al desiderio di prevaricazione, allora forse davvero non c'è speranza.
(scritto da Alessia Granchelli)
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