Un Cavaliere tra gli alberi, una danza arrivata dall’Amazzonia e una comunità che ha deciso di proteggere il Bosco Ospizio
scritto di Del, anni 27, attivista di Extinction Rebellion a Parma
Da più di un mese ci svegliamo quando è ancora buio per raggiungere il presidio davanti al Bosco Ospizio, a Reggio Emilia. Nei giorni più delicati siamo lì dalle cinque del mattino, aspettando le ruspe che potrebbero arrivare per abbattere gli alberi e fare spazio a un nuovo Conad. Parliamo di 45mila metri quadrati di verde lungo la via Emilia, in una zona già pesantemente cementificata dove, con il caldo di agosto, basta avvicinarsi agli alberi per sentire la temperatura cambiare.
I mezzi potrebbero arrivare senza preavviso: noi restiamo qui. Ogni giorno siamo una quindicina o una ventina, nei momenti più partecipati siamo arrivati a 300 persone, alcune venute da Torino, Bologna, Padova. Intorno al presidio, quasi senza progettarlo, è nato qualcosa. Gli abitanti del quartiere al mattino ci portano il caffè, a pranzo arrivano con qualcosa da mangiare. Abbiamo montato le tende, costruito un tavolino da ping pong e ogni giorno qualcuno propone un’attività: yoga, pittura intuitiva, musica, tarocchi. È stata persino allestita una sala studio. Quando scende il buio arrivano i ricci e altri animali selvatici, si sentono gli assioli. Una sera, mentre facevamo l’assemblea, uno ci è passato proprio sopra la testa.
Una compagna peruviana ci ha insegnato l’Anaconda, una danza rituale per proteggere le foreste praticata dalle popolazioni indigene dell’Amazzonia. Qualche giorno dopo abbiamo guardato uno degli alberi e ci abbiamo visto la forma di un cavaliere. Adesso per noi è il Cavaliere del Bosco e ci piace pensare che sia lì a proteggerlo.
Senza dubbio la cosa più bella di queste settimane è proprio che mentre difendiamo un parco, stiamo già vivendo quello che potrebbe diventare. Se lo apri diventa vivo, se lo curi diventa vivo. Una comunità può prendersi cura di un luogo semplicemente abitandolo. Quella che viene descritta come una zona degradata si è riempita di persone, relazioni, musica, cibo condiviso, arte. La nostra è una lotta che trascende la dimensione locale e ci unisce a chiunque nel mondo lotta contro la distruzione dei boschi. Il regista del film A City in the Forest è venuto a presentarci il suo film che racconta le proteste della comunità di Atlanta contro la costruzione del gigantesco centro di addestramento per la polizia distruggendo il bosco urbano più grande della città.
Per questo ci siamo seduti a un tavolo con Conad e il comune con una proposta concreta in quattro fasi. Abbiamo proposto realizzazione di un bosco urbano di comunità che sia fruibile dalla cittadinanza e proponga attività di educazione con le scuole del quartiere, per formare una generazione innamorata del bosco. Abbiamo offerto a Conad di restare proprietaria dell’area, siamo arrivati fino alla camera dei Deputati a presentare le nostre istanze, ma per Conad sembra che il profitto venga prima delle persone.
Non permetteremo che il bosco venga abbattuto. Se serve davvero un altro supermercato, esistono edifici abbandonati e aree già cementificate. Conad potrebbe scegliere di recuperare il bosco e restituirlo al quartiere, trasformando una crisi che sta facendo il giro d’Italia in un’occasione enorme.
Nella sua strategia di sostenibilità “Sosteniamo il futuro. Insieme”, Conad scrive che senza «la conoscenza e il rispetto delle comunità in cui operiamo» nessun obiettivo può essere raggiunto e che “una comunità è più grande di un supermercato”. Accampati di fronte a Bosco Ospizio, rendiamo fatti le loro parole.
Noi la comunità la stiamo vedendo ogni giorno. Un luogo raccontato come degradato è diventato uno spazio di incontro e cura, attraversato da persone del quartiere e da altre arrivate da città diverse, tutte intorno allo stesso obiettivo: immaginare per questo bosco un futuro diverso, e poi crearlo assieme.
Conad dice di voler avere un impatto positivo sull’ambiente e sulla società. Stiamo offrendo loro l’occasione per farlo davvero, lasciare gli alberi al loro posto, aprire il bosco alla città e permettere alla comunità di continuare quello che ha già cominciato.
Noi intanto restiamo qui, con le tende, il caffè, il ping pong, l’assiolo e il nostro Cavaliere del Bosco. Dimostrando che sì, è vero: qui a Reggio Emilia una comunità è più grande di un supermercato.
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