Trent'anni fa, quando Libera muoveva i primi passi, l'idea che le mafie potessero mettere radici in Emilia-Romagna sembrava a molti una questione impossibile. Oggi, a distanza di tre decenni — celebrati quest'anno da Libera Emilia-Romagna proprio a Parma — quella distanza si è fatta più corta, e con essa la consapevolezza che la vigilanza non è mai un capitolo chiuso.
Per capire cosa si festeggia, bisogna tornare al 1995, quando don Luigi Ciotti fonda Libera: un coordinamento nazionale che oggi riunisce oltre 1.600 realtà tra associazioni, scuole, cooperative, sindacati, tutte unite nell'impegno contro le mafie. Non un'organizzazione astratta, ma una rete fatta di persone e radicata nei territori. A Parma, questo si traduce nel Coordinamento provinciale che tiene insieme i presìdi locali: quello universitario (“Giuseppe Rechichi”), quello di Salsomaggiore (“Epifanio Li Puma”), quello di Sorbolo Mezzani (“Pietro Morici”), e il più recente, nato a Montechiarugolo nel maggio 2026, dedicato a Lia Pipitone. Ogni presidio porta il nome di una vittima innocente delle mafie e la memoria diventa, così, il punto di partenza per l'impegno collettivo.
Sul territorio, Libera Parma lavora su più fronti. Entra nelle scuole con percorsi di formazione ed educazione alla legalità, organizza il 21 marzo la Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti, monitora e racconta i processi legati alla criminalità organizzata (a partire dal maxiprocesso Aemilia) e promuove il riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Ogni estate si impegna per il progetto "E!State Liberi!", campi comunitari dove ragazzi e ragazze da tutta Italia lavorano su terreni sottratti alle mafie, unendo lavoro manuale, studio, incontro e riflessione.
Le mafie, in una regione come l'Emilia, non hanno bisogno di sparare per radicarsi: si infiltrano in appalti, imprese, circuiti economici, lavorando nel silenzio e tra normalità e legalità apparente. È proprio questa invisibilità a renderle pericolose, perché permette loro di crescere senza che ne sia riconosciuta la minaccia. Per questo la lotta alle mafie non si esaurisce nelle aule di tribunale: è anche, e soprattutto, un lavoro culturale. Si tratta di imparare a leggerne i segnali, a non voltarsi dall'altra parte, a distinguere la legalità formale da quella sostanziale. Come ripete spesso don Ciotti, la giustizia si costruisce solo quando ci si riconosce "corresponsabili", parte di un comune destino. Trent'anni, per una rete come questa, non sono allora un punto d'arrivo: sono la misura di un lavoro comunitario che si rifà ogni giorno, un ricordo alla volta, un presidio alla volta.
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