«Questa edizione del telegiornale andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali». Questa è la celebre finta apertura del TG satirico Tabloid, condotto da Daniele Luttazzi nei panni del giornalista Panfilo Maria Lippi all'interno della trasmissione Mai dire Gol, nella metà degli anni ‘90. È a questa citazione che si rifà il Collettivo Baladam B-Side con lo spettacolo Atti degli Apostoli (sottotitolo: Manifesto isterico sulla società dei consumi), svoltosi venerdì 9 ottobre al Manzini Off, nella rassegna di Insolito Festival. All’ingresso, gli spettatori ricevono, insieme al biglietto, una sorta di piccola cartolina ricordo con il logo di McDonald’s, non con i suoi colori originali, ma con il blu e il rosa simbolici dell’edizione di quest’anno: è già un’anticipazione di ciò che il pubblico sta per vedere. Appena tutti prendono posto, Antonio “Tony” Baladam — uno degli interpreti, già sul palco da prima che la sala si riempisse — inizia il suo discorso. Ammette con onestà che l’idea originaria era un’altra: dipingere un manifesto contro il sistema in cui viviamo. Esperimento che si è rivelato un fallimento, motivo per cui la performance a cui stiamo per assistere si può considerare “inconsumabile”. Il copione è stato quindi suddiviso in 50 livelli di semplificazione per venire incontro alle nostre capacità mentali, ormai deteriorate dai dispositivi e dalle tecnologie nelle quali siamo immersi ogni giorno. Gli attori specificano che si tratterà di scene didascaliche, commentate da loro stessi per spiegare esattamente ciò che sta succedendo. Le stesse luci verranno accese e spente al loro comando. Sarà tutto talmente chiaro che lo spettatore si ritroverà a «implorare un po’ di ambiguità». Antonio viene raggiunto da Sofia Longhini e Giacomo Tamburini, dando così il via allo spettacolo. Una delle prime battute chiarisce la scelta del titolo: una visione in cui il consumo diventa la religione del nostro tempo, fondato sull’adorazione della mediocrità. Un’epoca definita “Trump-Gaza”, con riferimento al trailer sul progetto del presidente statunitense per la rigenerazione della Striscia. In poche parole, ciò di cui una volta ci vergognavamo, oggi fa parte della normalità. Coerentemente con ciò che hanno appena spiegato, i tre attori si voltano di spalle e si mettono in ginocchio. Precisano poi di non essere soli: con loro è presente una quarta persona, lo stesso Trump, per il quale lasciano uno spazio vuoto. Sfruttano così il concetto di crisi immaginaria, un limite che ormai riguarda tutti noi. Trump è lì per davvero o è solo un prodotto della nostra mente?
Per sottolineare ancora di più questa tesi, citano l’esempio della pornografia online: l'accessibilità totale di queste piattaforme finisce per bloccare la nostra stessa fantasia. In sottofondo risuona Imagine di John Lennon, accompagnata da un racconto sulla vita del cantante, ma i dettagli sul suo assassinio vengono confusi con quelli di John F. Kennedy. Viene così avanzata una sottile critica all’intelligenza artificiale: queste informazioni sono state trovate utilizzandola, ma senza essere approfondite a causa di una mancanza di spirito analitico. Segue una riflessione polemica sui social media: l’apparenza di essere tutti iperconnessi non fa che isolarci e omologarci sempre di più. In questo “incessantismo”, occorrerebbe fermarsi e prendersi un momento per sé. Giacomo, infatti, continua a urlare al microfono che ha paura di morire, ma nessuno sembra prestargli attenzione. Viviamo in un’epoca in cui le tragedie vengono capitalizzate, ed è qui che entrano in scena le shopper: borse di tela bianche, con la parola “consumo” scritta a mano con un pennarello nero e ripetuta su tutta la superficie. Segue un sondaggio diretto ai presenti in sala: viene chiesto chi possiede un cellulare e chi utilizza i social, per poi invitare tutti ad alzare i telefoni e accendere i flash. In quel momento, anche Tony tira fuori il suo per scattare una foto, annunciando che la pubblicherà nelle stories di Instagram per mostrare come «anche stasera lo spettacolo è stato seguito attraverso uno schermo», mettendosi nei panni di chi fa questi discorsi moralisti, ma poi agisce alla stessa identica maniera. A questo ciclo di provocazioni segue un episodio apparentemente scollegato: a Giacomo viene richiesto di fare un’imitazione di Pier Paolo Pasolini. Solo più tardi capiremo perché. Gli attori si siedono di spalle e cala la luce. Sofia e Tony iniziano una conversazione sui gatti e sui video a tema che capita loro di vedere sui social, ma Giacomo li interrompe: perché stanno parlando di questo? «Non lo so, sono un po’ a corto di realtà» risponde Sofia.
Dalla pornografia del dolore si passa così a una pornografia della normalità, dove la realtà non si vive più in prima persona, ma attraverso dei “surrogati”. Da qui la decisione di simulare una vera e propria messa, intesa come “opera d’arte ready-made”, in riferimento alla corrente avanguardista di Duchamp e Man Ray. Tornando alla riflessione iniziale sul consumo, la liturgia viene totalmente riscritta: sentiamo “Amazon” al posto di “Amen”, “e con il tuo Spid” al posto di “e con il tuo spirito”, “paga per noi” invece di “prega per noi”. Infine, poiché la comunione non può esistere in un regime di proprietà privata, ci si metterà in fila per ricevere una monetina invece dell’ostia. Ma tutto ciò non basta per dare senso allo spettacolo. Serve qualcos’altro, una svolta eclatante, altrimenti il rischio è che risulti “come tutto il resto”. È qui che viene svelato il significato celato dietro l’insegna a LED rosso, che ha fatto da sfondo per tutta la durata dell’esibizione. Si sceglie quindi di inscenare un attentato: Giacomo si finge un fanatico di Pasolini, pronto a sparare agli interpreti proprio per punirli di quell’imitazione, e corre in mezzo al pubblico urlando. Tony lo incita, mentre Sofia tenta di fermarlo, mettendo in piedi un melodramma degno di una fiction Rai. Giacomo alla fine cede, poggia l’arma e i due decidono di sposarsi subito, con Tony nel ruolo di celebrante. I tre intonano quindi le note di I’d like to teach the world to sing (In perfect harmony), colonna sonora dell’iconico spot della Coca-Cola del 1971 — celebre per essere apparsa anche nel finale della serie tv Mad Men (2015) —, emblema stesso del capitalismo moderno. Inoltre, si fa riferimento a un altro gigante del consumismo: le didascalie degli attori, che hanno accompagnato l’intera esibizione, si rifanno alle direttive di Netflix, il cui scopo è proprio quello di «imboccare lo spettatore», senza che debba ragionare con la propria testa. Dopo questa sequenza satirica e disincantata, il finale vuole lasciare un messaggio di speranza: offre la possibilità di dissociarsi da quanto rappresentato - specchio del mondo in cui viviamo - con un semplice “no”: ogni dieci “no” pronunciati dalla platea, l’insegna a LED verrà spenta una parola alla volta, finché la sala non rimarrà completamente al buio. Possiamo dire quindi che i tre interpreti abbiano coinvolto a pieno il pubblico e che questo, a sua volta, abbia contribuito alla realizzazione della performance, abbattendo del tutto la quarta parete e sentendosi parte del processo. «Questo spettacolo vive di relazioni», conferma lo stesso regista ai microfoni di Punto e Virgola Indipendente, dopo lo spettacolo. «Per noi è fondamentale la relazione diretta, capace di stimolare una risata continua. Pur dichiarandosi tale, però, lo spettacolo non è affatto semplificato, perché mantiene diversi livelli di complessità. Questi diversi strati di lettura fanno sì che non si capisca più dove finisca la finzione e dove sia la realtà, ed è il nostro modo di restituire una presenza autentica. L’idea di raccontare il consumo non solo in termini di domanda e offerta, acquisizione dei bisogni e creazione di desideri, ma come un elemento endemico della nostra società, ce l’ho da sempre. Una sorta di sacralizzazione automatica, al punto che, piuttosto che metterlo in discussione, siamo disposti ad accettare le derive peggiori, come i nazionalismi. Noi dichiariamo che si tratta di una semplificazione quando invece è qualcosa di molto più strutturato. È proprio questo che fa il consumo: semplifica la realtà per poi mercificarla. Tutto diventa facile come fare un acquisto, comprese le relazioni umane».
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