In questo secondo appuntamento della nostra rubrica dedicata a Periferico, ci muoviamo insieme a due spettacoli che ci invitano a spostarci dal solito antropocentrismo gerarchico verso la natura. Scopriremo presto, tuttavia, quanto quest'ultima non sia un elemento così distante da noi: al contrario, condividiamo con essa molto più di quanto immaginiamo. In una società che tende spesso a sminuire o, peggio ancora, ad antagonizzare il diverso, diventa fondamentale educare il proprio sguardo, per imparare a conoscere davvero ciò che abbiamo intorno e per riscoprirci parte di un medesimo ecosistema.
Botanica queer — Nina’s Drag Queens
Il nostro percorso inizia ancora una volta negli spazi di OvestLab, ma è soltanto il punto di partenza: questa performance ci farà attraversare il Villaggio Artigiano con una passeggiata a tappe. Indossate le cuffie, siamo pronti a scoprire il quartiere sotto una nuova luce.
Quello a cui stiamo per assistere è una vera e propria rivoluzione della realtà, che nasce da un interrogativo fondamentale: la natura è davvero qualcosa di diverso da noi?
Ulisse Romanò, autore e performer dello spettacolo nonché membro del collettivo Nina’s Drag Queens, affianca alla sua carriera artistica una formazione in Scienze Biologiche, scegliendo qui di intrecciare le sue due grandi passioni. Con un abito eclettico, un trucco vistoso e un copricapo a turbante decorato con frutta e fiori, l'attore ci accompagna in un viaggio a ritroso fino alla genesi delle piante.
Mentre camminiamo tra un edificio e l’altro, c’è chi si affaccia alla finestra e ci osserva incuriosito. Una bambina indica con il dito il nostro numeroso gruppo guidato dalla Drag Queen e urla alla mamma: «Guarda quanti sono!».
Ci spostiamo in un cortile, mentre la nostra lezione di scienze prosegue. È qui che vengono elencati i motivi per cui le piante sono in realtà delle creature altamente drag: innanzitutto hanno inventato il fucsia, oltre a possedere spiccate proprietà seduttive con cui stimolano, ad esempio, l'olfatto di chi le circonda. Ma il motivo principale è un altro, ed è forse una frase che non ci si aspetterebbe mai di sentire: le piante sono queer. Eppure è proprio la scienza a dimostrarlo: ben tre quarti delle specie vegetali esistenti in natura possiedono sia gli organi riproduttivi maschili sia quelli femminili. In altre parole, si possono considerare a tutti gli effetti non binarie. Ma non ci è sempre stato detto che si tratta di qualcosa contro natura?
Queste piante si chiamano monoiche, e la più celebre tra loro è la quercia. Esistono poi quelle ermafrodite, che presentano i due sistemi riproduttivi non solo sulla stessa pianta, ma persino all'interno dello stesso fiore. L’esemplare più conosciuto è la rosa: «Quindi, la prossima volta che qualcuno ve ne regala una, forse il messaggio che vi vuole mandare non è quello che credete».
Alcune specie, inoltre, cambiano sesso nel corso della propria vita — o perfino nell'arco di una singola giornata, come accade all'avocado. Anche se l'apparato riproduttivo vegetale non è immediatamente riconoscibile come quello umano, la capacità di mutare si rivela una strategia fondamentale per la sopravvivenza e l’evoluzione.
La natura, in sintesi, esibisce un genere fluido e una sessualità promiscua. Ma non è tutto: le piante sono anch'esse viziose e immorali, e la monogamia non fa proprio per loro. Nel caso delle specie dioiche — ossia quelle che possiedono l’apparato riproduttivo di un solo sesso —, la riproduzione richiede la pratica del “triangolo”: è necessario un terzo elemento che veicoli il polline, come le api, che qui vengono descritte come delle vere e proprie «maîtresses, ma rispettabili». La stagione primaverile si svela così per ciò che è realmente: «Una grande orgia che dura mesi» o, per dirla con Shakespeare, l'atto di «commettere il più vecchio dei peccati nel più nuovo dei modi».
Tutto questo serve ad ampliare la nostra prospettiva sul concetto di interconnessione: siamo abituati a vederci come individui isolati e a ragionare in maniera egoistica, guardando unicamente al nostro orto (metafora botanica mai fu più azzeccata), quando in realtà, senza le migliaia di processi che coinvolgono gli altri esseri viventi, non saremmo nemmeno in grado di respirare. Tendiamo a misurare il mondo unicamente attraverso la nostra prospettiva, dimenticando che si tratta soltanto di uno dei tanti punti di vista possibili: diventa quindi necessario e urgente decolonizzare il nostro immaginario.
Il cammino prosegue fino a un parco dove, tra uno spostamento e l’altro, si alternano momenti in cui la Drag Queen si esibisce in lip-sync, rispondendo con spiazzante autoironia agli sguardi perplessi dei passanti: «La fauna locale è basita, ma la flora no».
Se è vero che tendiamo a spingere l'ecosistema oltre il limite dell'insostenibile, non dobbiamo commettere l'errore di considerare i vegetali come soggetti innocenti e passivi. Anch'essi possiedono i sensi e reagiscono alle sollecitazioni esterne: diversi studi dimostrano che le piante sono in grado di percepire le vibrazioni dell’acqua e persino quelle della musica. Sappiamo anche come molte specie producano sostanze psicoattive e stupefacenti; certi nostri comportamenti "trasgressivi", dunque, sono stimolati proprio da esse. A volte bisognerebbe chiedersi se siamo davvero padroni delle nostre azioni o se non fossimo, invece, in balia della flora.
Il percorso si conclude con una breve coreografia condivisa, tutti riuniti in cerchio — perché l’inconfondibile elemento Drag non può certo mancare e sa come coinvolgere chiunque.
La lezione che ci lascia questa singolare esperienza è che per apprezzare davvero ciò che ci circonda bisogna prima conoscerne le peculiarità e le differenze: non occorre essere uguali per riconoscere e rivendicare il proprio valore. Spesso la natura viene sminuita, e con essa tutto ciò che le viene storicamente associato: basti pensare a come la donna sia stata definita “in preda ai propri processi biologici” perché soggetta ai mutamenti della gravidanza o della menopausa, subendo una svalutazione culturale proprio in virtù dei cicli del proprio corpo.
Rampante — Daria Greco
Anche per questa seconda tappa il punto di partenza è OvestLab, da cui ci spostiamo verso il Parco Enzo Ferrari. Attraversiamo in gruppo il Villaggio Artigiano e, giunti a uno degli ingressi dell'area verde, troviamo ad attenderci Daria Greco, autrice dello spettacolo.
Ci guarda sorridendo e, con un cenno della testa, ci invita a seguirla. Imbocchiamo i sentieri fino a ritrovarci sotto un telo sospeso, legato a quattro alberi a formare un rettangolo nell’aria. Su di esso si legge un testo scritto a mano che paragona l’infanzia a un albero privo di radici ma con i rami protesi verso l’universo, mentre l’età adulta viene associata a un tronco monco che affonda nelle profondità, fino a porsi un quesito suggestivo: chi lo dice che il cielo non sia anch'esso un abisso?
Passiamo con calma sotto il telo, lasciando a ciascuno il tempo necessario per leggere. Subito dopo ci spostiamo verso un grande albero, ai piedi del quale sono state allestite comode sedute tra sgabelli, coperte e cuscini adagiati sull’erba.
Una volta che tutti hanno preso posto, si inizia a scorgere, tra le foglie ingiallite, una figura seduta su un ramo piuttosto alto: si tratta dell’attrice Ondina Quadri.
Inizia a muoversi cautamente lungo la ruvida corteccia, trovando ogni volta una posizione diversa ma comoda e stabile per sedersi o sdraiarsi in perfetto equilibrio, in un susseguirsi di micro-acrobazie che lascia chi guarda con il fiato sospeso.
Tra un gesto e l’altro, comincia a raccontare la prima esperienza in cui si è trovata ad affrontare la contrapposizione tra il sopra e il sotto: il letto a castello in cui dormiva da bambina.
Nel frattempo, sembra quasi voler sfidare la pianta: si aggrappa ai rami più fragili e sottili, vi salta sopra e molleggia, facendo oscillare sinuosamente le foglie in un arcobaleno autunnale.
Perfino il pomeriggio — ovvero la fase della giornata in cui stavamo assistendo allo spettacolo — si colloca in una posizione intermedia: una soglia sospesa, una sorta di limbo tra il “sopra” della mattina e il “sotto” della sera.
È quanto spiega la performer, aggiungendo che, quando poi sopraggiunge il crepuscolo, «le cose iniziano a essere pervase dall’intenzione di essere perdute».
A sera inoltrata — nel momento in cui solitamente le persone rientrano a casa dal lavoro — si compie il passaggio dall’ambiente esterno a quello interno: dal fuori al dentro.
Sopra e sotto, dentro e fuori… In tutti questi dualismi, dove sta davvero la casa?
È la provocazione che ci viene rivolta da chi sembra abitare quell’albero come la propria dimora naturale: uno spazio che non è né sopra né sotto, né dentro né fuori, ma che si posiziona in una sottile striscia di mondo sospesa tra il cielo e la terra.
L’intento dell'autrice è far sì che la performer non tocchi mai il suolo, e che il pubblico, invece, stacchi lo sguardo dalla quotidianità che ha sotto il naso e sotto i piedi, sollevandolo per osservare il mondo dall’alto: intende "intrappolarlo" in un'ora in cui il tempo rallenta, spingendolo ad ascoltare davvero ciò che lo circonda.
L’esibizione si conclude così in un’atmosfera di profonda quiete: ci allontaniamo lasciando l’attrice ancora lassù, intenti a vederla dondolare tra le fronde mentre intona una dolce melodia.
Liberamente ispirato al romanzo Il barone rampante di Italo Calvino, da cui eredita il titolo, lo spettacolo offre uno spunto di riflessione per avvicinarsi a una visione dell’esistenza più «vertiginosa» e «priva di certezze». Attraverso la metafora dell’albero — che incarna il corso della vita, il trascorrere del tempo e i mutamenti che esso porta con sé —, l’obiettivo finale diventa quello di ricostruire un'esistenza da capo e «reimparare a stare».
Concluso lo spettacolo, il pubblico viene invitato a fare ritorno a OvestLab per assistere alla proiezione del corto Rampante: un film di 13 minuti diretto da Daria Greco con la partecipazione di Ondina Quadri e il contributo di Margherita Panizon, concepito come parte integrante del medesimo percorso di ricerca.
Disimparare per diventare: la lezione verso un futuro comune
Queste due performance — entrambe presentate in collaborazione con Alberi Festival Lab — non condividono soltanto la centralità della natura, ma ci accompagnano in un viaggio all’insegna del superamento delle norme e della binarietà: da un lato smantellano i pregiudizi del “contro natura” attraverso la varietà delle forme vegetali, dall’altro abitano un “in-mezzo” spaziale e filosofico che propone una modalità alternativa di vivere il mondo. Tutti elementi che si legano a doppio filo al tema Becoming di questa edizione del Festival.
Inoltre, ci permettono di riscoprirci impreparati e quasi ignoranti in materia, riportandoci alla prima età e quindi all’origine della nostra curiosità: da una parte, mettendoci di nuovo tra i banchi di scuola durante un'affascinante lezione di scienze; dall’altra, restituendoci il coraggio avventuroso di chi si arrampica tra i rami di un albero. In questo modo, abbiamo l’occasione di provare stupore e meraviglia davanti a fenomeni che appartengono alla quotidianità e che, ormai, passano inosservati sotto i nostri occhi. È proprio da qui che occorre ripartire: non per cancellare, ma per mettere momentaneamente da parte le certezze e la presunzione, riconoscendo che, in fondo, non sappiamo proprio tutto. A volte, fare un passo indietro è l'unico modo per compierne uno in avanti, verso il futuro.
Intrecci e corrispondenze: il cambio di prospettiva come filo conduttore del mosaico performativo
Il festival si configura come un ricco mosaico di arti performative, dove ogni lavoro dialoga con gli altri all'interno di una cornice comune. È proprio questa rete di consonanze a far sì che gli spettacoli condividano inaspettati punti di contatto.
Botanica queer sfrutta il dispositivo della simulazione e della parodia per indossare i panni di un'esperienza quotidiana e sovvertirla con l’ironia e la provocazione, proprio come (Un)real estate agency simula le dinamiche commerciali di un’agenzia immobiliare. Entrambi i lavori spingono il pubblico a mettere in discussione concetti radicati nella nostra società, attraverso una critica allusiva (ma non troppo) che si trasforma in un vero e proprio processo di decostruzione della norma. Lo spettatore viene così sollecitato a uscire dalla propria bolla di abitudini per osservare la realtà in un’ottica nuova.
Con L’âge d'or, Botanica queer non condivide soltanto il dispositivo scenico della visita guidata performativa. In ciascuna delle due opere vi è la volontà di confinare in un angolo le consuetudini e svelare i condizionamenti invisibili per mostrare ciò che di solito diamo per scontato, che si tratti dei meccanismi di persuasione commerciale o degli schemi culturali che proiettiamo sulla natura.
L’âge d'or, invece, condivide con Rampante l’invito a osservare il paesaggio e l’architettura quotidiani — che siano urbani o naturali — non più come contesti neutri, ma come porte d'accesso a una visione dell’esistenza differente. Inoltre, entrambe le performance manipolano l’esperienza temporale disattivando gli automatismi di chi guarda: nel centro commerciale il tempo viene sospeso artificialmente attraverso l’effetto di “eterna primavera” e di giorno infinito, garantito dal sistema di luci e temperatura ideato dall’architetto Gruen; nel parco il pubblico si sintonizza su un “tempo vegetativo”, rallentando il proprio ritmo per un momento di ascolto e quiete. Si assiste così a una vera scomposizione dell'ordinario che svela i meccanismi e i segreti nascosti dietro la realtà del supermercato o di un albero, facendoci riscoprire un luogo familiare come se lo sperimentassimo per la prima volta.
Ancora, Rampante indaga il concetto di “abitare” e di “casa” su un piano filosofico ed esistenziale — attraverso il corpo della performer tra i rami che ripercorre i ricordi dell'infanzia —, proprio come (Un)real estate agency lo analizza sul versante socio-economico. In tutte e due le esperienze si assiste a un rovesciamento delle regole del quotidiano, capace di portare alla luce l’assurdità del mercato immobiliare da un lato e di disattivare la norma della gravità dall’altro.
Sicuramente tutte queste proposte hanno in comune il rifiuto dei luoghi convenzionali e la rottura della quarta parete a favore di un coinvolgimento attivo del pubblico. Ma ciò che emerge sopra ogni altra cosa è il cambio di prospettiva, inteso come obiettivo finale e vero cuore concettuale della rassegna.
© Punto e Virgola
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