Becoming: il perturbante non viene da fuori, ma dal fondo
«Viviamo in un tempo che espelle: i corpi che non corrispondono, le specie che non appartengono, le pratiche che non producono».
Tra il 9 e il 18 ottobre 2026 si è svolta la XVIII edizione di Periferico, festival di pratiche performative site-specific — ovvero pensate e create appositamente per un luogo preciso. Ideato e organizzato dal Collettivo Amigdala, il festival si configura come un processo vivo che sceglie luoghi inusuali e meno convenzionali della città, confermando il suo solido radicamento con il territorio modenese.
Nel suo secondo anno dedicato al tema Becoming, Periferico si interroga sulle diverse specie che abitano da sempre il nostro mondo e sulle paradossali domande che sorgono attorno alla loro appartenenza.
Partendo dalla figura del pesce siluro — predatore presente nei nostri fiumi da almeno cinquant’anni, oggi considerato un alieno —, la programmazione vuole rivelare come la biologia che ci circonda sia più complessa di quanto crediamo, indagando come il linguaggio dell’invasione sia diventato parte della politica quotidiana. L'obiettivo è immaginare nuovi modi di abitare e lavorare, portando a galla una realtà che mescola geografie e punti di vista differenti.
Attraverso una serie di pratiche di comunità, il festival invita al disorientamento: riflettere e ricominciare evitando di seguire strade già tracciate, perdendosi per provare a vedere le cose da una nuova prospettiva.
In questa rubrica suddivisa in quattro appuntamenti, vi accompagneremo nella rilettura di alcuni spettacoli del festival che si propongono di rappresentare lo specchio della realtà che viviamo — o il suo ribaltamento.
Dall’illusione dell’abitare ai templi del consumo
Esiste un filo invisibile che lega l'emergenza abitativa alle grandi infrastrutture del consumo: la mercificazione dei luoghi di vita e di comunità. Nel primo appuntamento della nostra rubrica, attraversiamo due performance che mettono a nudo i meccanismi di tale processo, invitando il pubblico a disattivare gli automatismi e mettere in discussione i propri gesti, per sviluppare una nuova consapevolezza.
(Un)real estate agency - Elisabetta Consonni
Appena fuori dalle mura di Ovest Lab – ex capannone del Villaggio Artigiano di Modena Ovest, oggi spazio culturale – un piccolo gruppo di persone viene fatto accomodare su delle sedie. Su ognuna è posizionato un cartello bianco in legno con l’insegna di “Unreal estate agency”, l’agenzia immobiliare che ci ha dato appuntamento per un’asta, e anche il titolo dello spettacolo a cui stiamo per assistere.
Davanti al pubblico, infatti, figurano vari annunci: da “Vendesi” e “Affittasi” fino a “Sognasi” e “Fuffasi”. Non è un’organizzazione come le altre: la sua dimensione è, appunto, irreale.
A ogni spettatore viene consegnata una busta contenente un portafoglio – un foglio con la somma a disposizione – e un eventuale mutuo da saldare. C'è chi trova persino una “carta freelance” o un’eredità immobiliare: tutti gli elementi finanziari che serviranno per partecipare alla vendita.
Parte quindi la cosiddetta “asta a incanto”, dove vengono presentate varie soluzioni abitative pronte per essere acquistate. In base al proprio reddito, chiunque può proporsi come acquirente, aprendo una gara a chi mette sul piatto l'offerta più alta.
Alcuni annunci possono sembrare verosimili, mentre altri appaiono decisamente surreali: una camera da letto in un appartamento senza cucina, con un bagno condiviso e in una zona poco raccomandabile della città, affittata a una cifra spropositata rispetto al suo valore effettivo.
A queste si alternano le “aste a disincanto”, in cui vengono posti dei quesiti al pubblico: quante persone in Italia possiedono più di una casa? Quante famiglie sono in lista d’attesa per un alloggio popolare? Gli spettatori provano a indovinare, per poi sprofondare in una bolla di disillusione non appena vengono rivelati i dati concreti.
Tra una trattativa e l’altra, ci avviamo verso la conclusione: chi è rimasto a mani vuote tenta un ultimo rilancio per aggiudicarsi un alloggio, ma viene inesorabilmente scavalcato da chi dispone di un budget più alto. Il risultato è questo: poche persone si ritrovano con tutto in mano, mentre la maggioranza rimane senza niente.
Ma, in fondo, è tutto un gioco, giusto?
«Ogni riferimento alla vita reale è puramente casuale», sottolinea sorridendo Elisabetta Consonni — coreografa, direttrice artistica del Festival ORLANDO dal 2024, nonché regista dello spettacolo e performer al fianco di Melania Pallini.
In questa prima nazionale, lo spettacolo sfrutta il format di una simulazione comica per nascondere — e al tempo stesso svelare — una dura verità del nostro tempo: la casa è diventata un'aspirazione quasi irraggiungibile. Non appartiene più alla sfera dei diritti fondamentali, ma si è trasformata in un lusso. È proprio lungo la linea sottile tra realtà e finzione che si muove questa performance partecipativa, offrendo una spietata critica al sistema in cui viviamo.
L’age d’or - Cardellini | Gonzalez
Stavolta il ritrovo è al Centro Commerciale Grandemilia. Al pubblico viene consegnato un paio di cuffie da indossare, e così ha inizio il racconto su ciò che rappresenta questo complesso: una “città nella città” in cui l’estetica — che rispecchia il carattere fiero di questa regione — si fonde con il paesaggio urbano, e in cui svaniscono i confini tra pubblico e privato.
La sua posizione in un luogo di passaggio è strategica. L’ingresso ad arco ricorda i vecchi mercati coperti e le colonne si rifanno agli antichi templi greci: in questo caso, ci troviamo davanti a un tempio del consumo.
Tra i passanti che entrano ed escono, appare l’attrice Emilia Verginelli nei panni di responsabile delle esperienze e mediatrice commerciale, che lavora nel centro da ben 15 anni. Ci invita a seguirla dentro l’edificio, quasi come se fosse un castello.
Comincia la visita guidata, che ci illustra aspetti decisamente particolari e inediti: viene introdotta la figura di Victor Gruen, architetto austriaco considerato l’ideatore dei primi centri commerciali moderni, a cui si devono la temperatura costante — da lui definita “eterna primavera” — e l’uso della luce artificiale, che compensa quella naturale creando l’effetto di un tempo sospeso. Inoltre, la trasparenza delle vetrine viene sfruttata per esibire un'abbondanza di prodotti che sembra a portata di mano.
La guida rivolge al pubblico domande sulle impressioni suscitate, stimolando sensazioni e ricordi, mentre osserviamo le interazioni tra le persone: da una parte assistiamo alla battaglia psicologica tra cliente e commerciante; tra i corridoi affollati, invece, emergono numerosi schemi ricorrenti.
Ci spostiamo poi in un negozio di abbigliamento, dove la guida ci invita a seguirne i movimenti: gli spettatori si ritrovano a diventare parte integrante dell’esibizione, ballando e battendo le mani tra abiti e manichini. Un entusiasmo contagioso a cui si unisce persino qualche commesso.
Proseguiamo verso il supermercato: anche qui ogni merce è posizionata in modo da stimolare i cinque sensi. Il nostro compito diventa ora quello di individuare tra gli scaffali un prodotto che catturi la nostra attenzione. Dopodiché, la guida ci ricorda che, per uscire, occorre prima passare dalla cassa: una provocazione sottile, che mostra quanto sia semplice lasciarsi trascinare — e talvolta persino ingannare — dalle logiche della persuasione commerciale.
Ci dirigiamo infine verso l’ultima tappa: un capannone non ancora ultimato, di cui veniamo invitati a immaginare la funzione. La risposta, tuttavia, resterà una sorpresa riservata al futuro.
Finisce così il nostro tour con L'âge d'or: una performance itinerante firmata dal duo Cardellini | Gonzalez — realizzata in occasione dei trent’anni dalla fondazione di Grandemilia — che lascia lo spettatore pieno di pensieri contrastanti.
Anche chi è di queste parti e frequenta spesso questo complesso, si ritrova a scoprirlo come se vi entrasse per la prima volta. Allo stesso tempo, però, viene svelato il segreto che si cela dietro ogni dettaglio: è come se la realtà quotidiana venisse mostrata senza filtri, scegliendo la delicatezza del linguaggio teatrale per attenuare la drasticità dell’impatto.
Come il teatro partecipativo svela i dispositivi finanziari e architettonici che modellano la nostra quotidianità
Dall'asta immobiliare fittizia alle gallerie lucide del centro commerciale, Elisabetta Consonni e il duo Cardellini | Gonzalez dimostrano come il teatro contemporaneo possa farsi lente d'ingrandimento sui dispositivi invisibili che condizionano le nostre possibilità materiali e i nostri desideri. Due esperienze diverse che condividono una verità fondamentale: lo spazio che attraversiamo ogni giorno non è mai neutrale.
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