Con l’avvento dell’intelligenza artificiale sembra quasi che tutti possano essere diventati artisti, ma facciamo un passo indietro: è stato con i primi cellulari che le persone hanno avuto la pretesa di essere fotografi come chi invece ha studiato per farlo.
E così è stato anche con l’avvento del digitale: poter rifare una foto all’infinito finché non è perfetta, con la composizione millimetrica e la luce calcolata perfettamente dal sensore.
Non sono qui per demonizzare il digitale, perché anche io in prima persona scatto con la mia amata Fujifilm, ma sono qui per raccontare come l’abbandono dell’analogico abbia portato a un abbandono dell’introspezione e del pensiero critico.
La fotografia analogica ti obbliga a fermarti e a pensare a cosa vuoi immortalare: innanzitutto dipende se hai una fotocamera SLR o una a telemetro, perché la luce entra nell’obiettivo in maniera diversa e l’approccio a questi due tipi di fotocamere è anch’esso differente.
Fatta questa premessa, non avendo uno schermo LCD dove poter vedere cosa si sta andando a fotografare, si deve per forza avvicinare l’occhio al mirino, andandosi così a creare un legame con la macchina fotografica, un momento intimo, dove il tempo si ferma e si sta decidendo attivamente cosa imprimere sulla pellicola.
Il fatto di non aver infiniti scatti a disposizione, ma potendo tastare materialmente come ogni scatto siano soldi che non torneranno mai più indietro è un altro motivo per il quale sei obbligato a fermarti e pensare.
Per me è aver allenato l’occhio a inquadrare scene che possano essere potenzialmente delle belle foto, prendere la mia Fujica, portarla all’occhio, fare un respiro profondo, controllare l’esposimetro, toccare il pulsante di scatto, sentire la sua filettatura e scattare.
Le foto che faccio in analogico mi soddisfano sempre molto di più di quelle che faccio in digitale, perchè sono uniche e irripetibili.
Ma una riflessione che vorrei fare è la correlazione tra fotografia e capitalismo: la fotografia digitale fa sì che tu finisca per ricercare la perfezione tra 300 scatti pressapoco uguali tra di loro, inducendoti a spendere altri soldi in attrezzatura molto più performante di quella attuale e a performare in ogni circostanza.
Questa è la stessa meccanica del capitalismo, che freme compulsivamente nelle nostre vite e ci ossessiona, ci obbliga a essere perfetti e performanti senza mai fermarci e goderci l’attimo.
La fotografia analogica può essere la nostra salvezza, un’occasione per fare un viaggio dentro noi stessi e riscoprirci, può essere terapeutica.
Non mi importa se l’intelligenza artificiale può creare immagini (purtroppo a scapito del nostro pianeta), non potrò mai ricreare le emozioni che si immortalano con una macchina fotografica, che poi con gli agenti chimici si trasformano in un miracolo della scienza.
Il mio secondo corpo macchina, una Yashica degli anni ‘80, non ha più una tenuta totale della luce e per questo motivo ogni volta che carico una nuova pellicola, quest’ultima sarà segnata da delle infiltrazioni di luce.
Chi apprezza la fotografia perfetta non noterà il fascino dell’arte che anche un difetto può andare a creare.
Oggi è difficile accettare che un individuo non sia perfetto nella catena industriale che viene governata dal capitalismo: infatti quando uno di questi diventa improduttivo (per motivi di salute fisica o mentale) viene buttato via, come uno scarto da dimenticare.
E così vengono trattate le foto “non perfette”.
Sono una foto imperfetta, ma particolare e non solo io: tutti lo siamo e dovremmo accettarci per quello che siamo.
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