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Giappone, Dicembre 1999. Ultimo dicembre del secolo, anzi, del millennio. In tutti i cinema del paese è appena uscita una nuova pellicola americana. Uno scrittore, nonché regista diplomato al Japan Institute of the Moving Image, incuriosito, compra un biglietto e si accomoda su una delle poltrone del cinema. Le luci si spengono, il film inizia. Due identità, un solo corpo, un movimento estremista che predica una riorganizzazione sociale e politica attraverso il culto della virilità, dell’addestramento e della sorveglianza. Per due ore e diciannove minuti lo scrittore rimane a bocca aperta. Quando esce dalla sala, la sua mente corre all’impazzata e più pensa, più gli scenari nella sua testa si moltiplicano. Più passa il tempo, più il dubbio si sedimenta. Le tematiche, i dialoghi, i dettagli. Possibile che un grande studio americano abbia ripreso così da vicino il suo romanzo?
Lo scrittore è Abe Kazushige . Il film è Fight Club, diretto da David Fincher e interpretato da Brad Pitt, Edward Norton e Helena Bonham Carter. Ma il romanzo a cui Abe pensa, mentre cerca di dare un senso a ciò che ha appena visto, è il suo: Individual Projection, pubblicato in Giappone nel 1997 e arrivato in Italia nel 2015 con il titolo Il proiezionista, per Jaca Book. A quel tempo, il nome di Abe dominava già le riviste specializzate giapponesi. Nel 1994, Abe aveva vinto il premio Gunzō con Amerika no yoru, affermandosi come autore sperimentale e decostruzionista. Quattro anni più tardi, la rivista Bungei gli aveva dedicato un opuscolo, ergendolo a portavoce della J-Bungaku, una corrente letteraria affine e parallela al “Cool Japan” che in quegli anni aveva portato il Giappone alla ribalta. Poco prima che questo avvenisse, lo scrittore aveva pubblicato la sua quinta fatica, Il Proiezionista, un romanzo di stampo diaristico e, nelle sue battute finali, metanarrativo.
La trama segue le vicissitudini di Onuma, un proiezionista trentenne impiegato presso un cinema di Shibuya, che cinque anni prima aveva aderito alla Scuola della Pura Trascendenza, un dōjō guidato dall’enigmatico sensei Masaki. Ben presto, però, la scuola degenera in un gruppo paramilitare, proprio come il Fight Club, sotto la guida dello stesso Masaki. Un giorno, quest’ultimo ordina ai suoi seguaci di ricattare un clan yakuza in cambio di 85 milioni di yen e una valigetta contenente plutonio, riuscendo a farla franca. Quando Masaki viene arrestato per molestie su minore, il gruppo si divide e Onuma sceglie di cambiare vita. La morte del sensei, tuttavia, non mette fine alla vicenda. Il plutonio e gli 85 milioni di yen sono ancora nascosti da qualche parte. Onuma lo sa e, in cuor suo, sa che la lotta per il plutonio non è finita.
In un'intervista rilasciata nel 2001 per Japanese Book News (Japan Foundation), Abe testimoniò come poco tempo dopo scoprì che Fight Club era tratto da un omonimo romanzo scritto dall’autore americano Chuck Palahniuk e che il romanzo in questione era stato pubblicato sette mesi prima del suo. La situazione dunque ben presto si inverte e, dall’esterno, potrebbe sembrare che sia stato dunque Abe ad ispirarsi a Palahniuk. Ma una volta posta sul piano cronologico, l’ipotesi di plagio non è sostenibile da ambedue le parti. Al contrario, sempre nella medesima intervista, Abe si mostrerà aperto ed interessato ad eventuali confronti tra le due opere, interpretando questa situazione peculiare come un caso di sincronicità junghiana.
Anche il processo creativo alla base dell’idea fulcro del romanzo differisce notevolmente. In Realtà e finzione, un saggio introduttivo della raccolta La scimmia pensa, la scimmia fa, Palahniuk racconta di come l’idea sia nata durante un periodo in cui faceva volontariato in una casa-famiglia per malati terminali. Abe, invece, spiega che la sua tecnica consiste nel prendere qualcosa di conosciuto e reinterpretarlo attribuendogli un significato diverso da quello convenzionale. Nel caso di Il Proiezionista, Abe stesso spiegherà in un'intervista pubblicata da honto+ come alla base del suo processo di scrittura ci sia stata una reinterpretazione dei testi di Julio Iglesias per rovesciamento semantico. L'interrogativo che emerge è dunque il seguente: com'è possibile che due romanzi tanto simili nei contenuti e nei dialoghi, come osservato dallo stesso Abe, siano stati concepiti contemporaneamente da due autori diversi, vissuti in paesi differenti e apparentemente indipendenti l'uno dall'altro?
Sempre in Realtà e finzione, Palahniuk menziona uno dei grandi temi che hanno dato origine alla corrente postmodernista letteraria e cinematografica, ovvero il vuoto lasciato dalla religione organizzata. Si tratta di qualcosa che rivediamo molto bene anche in Il Proiezionista. Con lo scoppio della bolla speculativa giapponese all'inizio degli anni Novanta e la fine di un’epoca caratterizzata dal trionfo del materialismo e del benessere economico diffuso, nel dibattito giapponese inizia a diffondersi un termine: muenshakai, una società della solitudine. Il termine si riferisce a una società afflitta dall’assenza di legami sociali o familiari, in cui si è soli fisicamente, mentalmente e socialmente. Spesso in Giappone ci si riferisce a quegli anni come al “decennio perduto”, che poi diventerà “ventennio” e, in alcuni contesti, addirittura “trentennio” perduto. È in questo contesto che le nuove generazioni, tradite da chi aveva promesso loro un benessere economico-sociale mai raggiunto, si appropriano di quelli che la critica letteraria definisce “narrativa del declino” e “precariato dell’animo”, entrambi nuclei tematici tipicamente postmoderni. Grazie a questo senso di alienazione diffuso, in Giappone prolifera la presenza di gruppi e movimenti religiosi indipendenti, spesso associati a controversie per via delle proprie pratiche e modalità di controllo dei membri. Tra questi, il più noto è sicuramente il movimento religioso Aum Shinrikyō, responsabile dell’attentato con gas sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995, ben due anni prima della pubblicazione del romanzo di Abe.
Risulta dunque evidente come l’opera di Abe affondi la sua ragion d’essere nel contesto socio-culturale di quegli anni. Non è un caso che molti dei precetti e delle pratiche di Aum Shinrikyō fossero basati sulle profezie di Nostradamus, il cui omonimo libro era stato pubblicato in Giappone nel 1973 e che, ai tempi, fu un caso editoriale di rilevanza nazionale. La fine del mondo, che Nostradamus aveva predetto sarebbe avvenuta nel 1999, sembrava davvero alle porte e in questo stato di confusione e delirio, perdere sé stessi è estremamente semplice. Quando l’imperatore rinuncia alla sua natura divina e anche il Dio denaro viene meno, tanto vale iniziare a credere nell’Apocalisse. Ed è qui che ritorniamo al vuoto religioso descritto da Palahniuk. Un vuoto causato dall’incertezza che assale un paese che sa di essere in recessione e terrorizzato all’idea di perdere quello che aveva ottenuto faticosamente in precedenza. E cosa può riempire quel vuoto se non un culto della virilità, dell’addestramento e della sorveglianza?
Come in Fight Club, anche il protagonista di Il Proiezionista, Onuma, ha un doppio, o meglio, tanti doppi. Questa concezione di scissione dell’io ha portato entrambi i romanzi al conseguente utilizzo dell’istanza narrativa del narratore inaffidabile. Eppure, forse sarebbe più corretto descrivere Onuma come frammentato, e non semplicemente scisso in due metà. Onuma proietta, lo fa per lavoro. D’altronde, questo è anche il nome dell’edizione italiana. La professione però non è l’unica cosa a cui questo appellativo fa riferimento. In psicologia, la proiezione implica l’attribuzione da parte di un individuo di comportamenti, modi di pensare e sentimenti propri a soggetti ad esso esterni, come amici, parenti o perfino estranei. Onuma è dunque un proiezionista. Lo è nel senso che dalla sua cabina proietta film sullo schermo, ma anche nel senso che, dal profondo della sua mente, proietta le sue ansie e le sue paranoie sulle persone.
Durante il romanzo, questa sua tendenza diventa sempre più evidente. I personaggi menzioneranno degli avvenimenti completamente diversi da quelli raccontati da Onuma, dal nulla dei personaggi inizieranno a dare del pazzo, oppure negheranno l’esistenza di altri personaggi. Ad un certo punto, verranno persino menzionati dei “calmanti” che il protagonista dovrebbe assumere regolarmente. L’ultimo, destabilizzante passaggio: vedere un commento da parte di un io che non è il protagonista alla fine del romanzo, il quale li commenta e valuta come se fossero un compito in classe. In una sola pagina, ogni certezza crolla e il lettore non è più in grado di discernere il film dal muro su cui è proiettato.
Come se non bastasse, in molte delle azioni perpetrate da Onuma c’è anche un’intrinseca violenza, forse causata proprio dalla sua appartenenza a quella generazione perduta, respinta e portata alla devianza. Allargando lo sguardo oltre il singolo romanzo e considerando la produzione di Abe fino al 1997, notiamo come tutti i suoi protagonisti siano precari o lavoratori part-time, una categoria nota per essere passata dall’essere una scelta di vita a una necessità economica che ha privato molti giovani della piena indipendenza. Ma il protagonista di Il Proiezionista sembra sfuggire a questa situazione, almeno all’inizio. Abbandonata la scuola, Onuma rifiuta un impiego stabile e cerca un lavoro "modesto e che non dia nell’occhio", in nome di una vita tranquilla. Ma gli avvenimenti del romanzo interrompono questa calma e, data la crescente inaffidabilità narrativa di Onuma, non si esclude che generi lui stesso, per paranoia, pretesti atti all’agire. Il Giappone alla fine del ventesimo secolo è dunque il terreno fertile per eccellenza per generare un rigetto sociale e un impulso distruttivo alimentato dalla violenza sistemica. Onuma spia le persone di nascosto, altera le bobine del suo cinema, partecipa e sollecita risse per strada e, soprattutto, dà fuoco al cinema dove lavorava, proprio come il narratore di Fight Club dà fuoco al suo appartamento e poi programma di far esplodere il museo nazionale.
Ma dunque, tirando le somme, i due scrittori hanno mai avuto modo di incontrarsi? Palahniuk ha mai effettivamente scoperto l’esistenza del romanzo di Abe? Ad oggi, nessuna fonte pubblica ha mai parlato della vicenda apertamente. Ciò che sappiamo è che nel 2001, Abe stesso confessava di avere un vivo interesse nel far leggere Il Proiezionista a Chuck Palahniuk, e scoprire cosa ne pensasse delle sorprendenti somiglianze con Fight Club. Che si tratti di una coincidenza letteraria o che si voglia leggerla attraverso la lente della sincronicità junghiana, questa coincidenza letteraria, quasi trent’anni dopo, può farci riflettere su come lo stesso guizzo creativo possa essere rielaborato in modi sorprendentemente diversi.
Soprattutto agli inizi del proprio percorso, gli scrittori inseguono l’idea perfetta; quella originale, inedita, mai concepita prima. Ma dopo oltre cinquemila anni di scrittura e millenni di tradizione orale, quante possibilità restano che un’idea sia davvero nuova, che nessuno l’abbia mai immaginata prima? Forse, però, è proprio questa la domanda sbagliata. Il mordente di questo aneddoto letterario è proprio che, anche quando le coincidenze si fanno straordinarie, l’esperienza individuale, il contesto storico e culturale e la sensibilità di chi scrive continuano a trasformare un’intuizione in qualcosa di irripetibile.
Bibliografia
Abe, Kazushige, Il proiezionista, traduzione dal giapponese di Gianluca Coci, Milano, Jaca Book, collana «Calabuig», 2015, 223 pp., ISBN 978-88-99066-07-9.
Allison, Anne, «Ordinary Refugees: Social Precarity and Soul in 21st Century Japan», Anthropological Quarterly, vol. 85, n. 2, 2012, pp. 345–370.
Chester, David S., C. Nathan DeWall e Brian Enjaian, «Sadism and Aggressive Behavior: Inflicting Pain to Feel Pleasure», Personality and Social Psychology Bulletin, vol. 45, n. 8, 2019, pp. 1252–1268.
Palahniuk, Chuck, Fight Club, traduzione di Tullio Dobner, Milano, Mondadori, collana «Oscar bestsellers», 2022, ISBN 978-88-04-74956-1.
Jervis, Giovanni, Birgitta Nedelmann e Luciano Pellicani, «Violenza», in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1998.
Sitografia
Abe, Kazushige, «Discrepancies and Resemblances», Japanese Book News, n. 35, autunno 2001, pp. 22–23, The Japan Foundation. Consultato il 16 ottobre 2026.
Abe, Kazushige, «阿部和重 インタビュー» [Intervista a Kazushige Abe], honto+, s.d. Consultato il 16 ottobre 2026.
Pavan, Caterina, «La fine del mondo e il paese delle meraviglie. L’immaginario della fine in Aum Shinrikyō», Refil, 13 aprile 2020. Consultato il 16 ottobre 2026.
«Proiezione», in Dizionario di Medicina, Treccani, 2010. Consultato il 16 ottobre 2026.
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