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In un’automobile che corre veloce sull’autostrada, sotto un portico scaldato dall’afa estiva, in un bar di paese in mezzo ai bicchieri di vino che si alzano, qualcuno canta un motivetto e due versi a memoria. Ci sono autori, cantanti, cantautori da cui tutti abbiamo avuto il privilegio di lasciarci contaminare.
Questo ha fatto Francesco Guccini con le sue parole. Anche dopo il ritiro a Pavana. Anche dopo essersi lasciato alle spalle la musica. Anche ora, che si è lasciato alle spalle tutti noi. E il suo nome ha continuato, così, a viaggiare tra le bocche della gente.
In un mondo che richiede a quelli che fanno il suo mestiere, l’intellettuale, un’esposizione costante, Guccini è riuscito a tenersi lontano dal frastuono, restandone paradossalmente al centro. Lo ha fatto attraverso la lingua e le parole. Forse, non si è mai ritirato per davvero dal suo Paese, ma solo dentro questa lingua, nella quale il suo Paese continuava a vivere. E dove lui poteva sempre andarlo a cercare.
Guccini amava le parole nella loro individualità: etimologie, dialetti, il suono antico del dialetto modenese o del pavanese, lingue che portava cucite addosso. Era un uomo che si immergeva nei dizionari, nei romanzi, nelle ricerche dialettologiche, come se ogni parola ritrovata pesasse molto più di un’intervista mancata. Un uomo capace di tenere insieme le contraddizioni: storia e autobiografia, cultura popolare ed epica dell'umanità. Parlare in pubblico e parlare con precisione erano diventati, per lui, due mestieri separati. E senza rimpianti, aveva scelto il secondo. Era figlio inevitabile di una generazione che chiedeva ai cantautori di essere coscienza collettiva, qualcuno da cui aspettarsi una parola su tutto. Un ruolo lento, fatto di dischi, canzoni e voci che si sedimentavano negli anni, prima dell’incessante corsa alle dichiarazioni in diretta.
E a noi, oggi, resta un'idea, un metodo da poter ripetere. La lezione di Guccini diventa più dell'amara nostalgia per un tempo più lento. È strumento praticabile: scegliere una parola pesata al posto di una più immediata, cercando quella giusta, piuttosto che cento in fretta. Non serve un paese di montagna, Pavana o riscoprire un dialetto in estinzione: basta accorgersi che tra due espressioni quasi identiche ce n'è una più esatta, e scegliere di cercarla anche quando nessuno se ne accorgerebbe. È una disciplina minima, lo strumento per dire esattamente quello che si intende, invece di quello che basta a farsi capire. Questo è il dono che ci affida un uomo che ha anteposto per tutta la vita il peso delle parole al rumore attorno ad esse.
(APPROFONDIMENTO ONLINE)
In un’automobile che corre veloce sull’autostrada, sotto un portico scaldato dall’afa estiva, in un bar di paese in mezzo ai bicchieri di vino che si alzano, qualcuno canta un motivetto e due versi a memoria. Ci sono autori, cantanti, cantautori da cui tutti abbiamo avuto il privilegio di lasciarci contaminare.
Questo ha fatto Francesco Guccini con le sue parole. Anche dopo il ritiro a Pavana. Anche dopo essersi lasciato alle spalle la musica. Anche ora, che si è lasciato alle spalle tutti noi. E il suo nome ha continuato, così, a viaggiare tra le bocche della gente.
Foto: Keystone
In un mondo che richiede a quelli che fanno il suo mestiere, l’intellettuale, un’esposizione costante, Guccini è riuscito a tenersi lontano dal frastuono, restandone paradossalmente al centro. Lo ha fatto scegliendo la lingua come strumento. Non è un caso che Umberto Eco, che sapeva misurare il peso di una parola quanto lui, lo avesse definito il più colto dei nostri cantautori. Forse, non si è mai ritirato per davvero dal suo Paese, ma solo dentro questa lingua, nella quale il suo Paese continuava a vivere. E dove lui poteva sempre andarlo a cercare.
Non era certo il palco che amava. Piuttosto, amava le parole, prese una ad una, nella loro individualità: etimologie, dialetti, il suono antico del dialetto modenese o del pavanese, lingue che portava cucite addosso. Era un uomo che si immergeva nei dizionari, nei romanzi, nelle ricerche dialettologiche, come se ogni parola ritrovata pesasse molto più di un’intervista mancata. Il suo vocabolario etimologico del dialetto di Pavana, frutto di un lavoro durato anni, fu pubblicato nel 1998, in occasione del millenario del paese, mentre, quasi per non farsi mancare nulla, stava traducendo persino Plauto in pavanese. Era un uomo capace di tenere insieme persino le contraddizioni: la Storia e l’autobiografia, la cultura popolare e i grandi racconti epici dell’umanità. Parlare in pubblico e parlare con precisione erano diventati, per Guccini, due mestieri separati. E senza rimpianti, aveva scelto il secondo.
Era figlio inevitabile di una generazione che chiedeva ai cantautori di essere coscienza collettiva, qualcuno da cui aspettarsi una parola su tutto: sulla storia, sulla politica, su un Paese che stava cambiando pelle a vista d’occhio. Un ruolo lento, fatto di dischi, canzoni e voci che si sedimentavano negli anni, prima dell’incessante corsa alle dichiarazioni in diretta.
Foto: Archivio Francesco Guccini / courtesy Spazio Gerra
E a noi, di tutto ciò, cosa resta?
Probabilmente un’idea, un metodo da poter ripetere: dove anche agli intellettuali è richiesto di essere ovunque, sempre, in tempo reale, la lezione di Guccini diventa più dell’amara nostalgia per un tempo più lento. È strumento ancora praticabile: scegliere una parola pesata al posto di una più immediata, cercando quella giusta, piuttosto che cento in tutta fretta.
E non serve un paese di montagna per farlo, non ci servono Pavana, un ritiro dal mondo o scovare un dialetto in estinzione. Basta accorgersi che, di solito, tra due espressioni quasi identiche ce n'è una più esatta, più precisa, più incisiva. E basta scegliere di cercarla anche quando nessuno se ne accorgerebbe. È una disciplina minima, che si esercita spesso solo nel pensiero, per riuscire a definire un termine invece di darlo per scontato, a dire esattamente quello che si intende invece di quello che basta a farsi capire.
E probabilmente, questo è il dono più importante che ci affida un uomo che ha per tutta la sua vita ha anteposto il peso delle singole parole al rumore attorno ad esse.
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