“Gli esseri umani non sono fatti per stare in acqua”.
Come spiegare, allora, cosa significhi vivere su una nave umanitaria per un mese, aiutando decine, centinaia di persone a sfuggire da quella sterminata “distesa di quiete” che è il Mediterraneo?
È stata questa la domanda da cui sono partiti Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi, prima ancora di salire sulla Sea Watch 5. La zona blu (andato in scena al Manzini Off la sera del 3 ottobre nell’ambito di Insolito Festival 2026) è una lettura, un racconto narrato attraverso le pagine del diario personale che Nicola ha tenuto durante il viaggio e che trova un essenziale equilibrio nell’interazione costante tra parola, immagine e suono.
Le riprese documentarie (realizzate sul campo da Enrico Baraldi) dialogano con la lettura senza cedere ad alcun didascalismo o sbandieramento del dolore. Ci sono squarci visivi, frammenti di realtà che ancorano la narrazione alla concretezza del ferro della nave e della pelle salata dei naufraghi. Ad amplificare questa geografia emotiva interviene Francesca Baccolini, con le profonde e avvolgenti note del suo contrabbasso. Non un semplice accompagnamento per il testo: la musica va a scavare nelle pause tra le parole del narratore, evocando le vibrazioni ritmiche dei motori, la massa fluida e minacciosa dell’oceano e la vertigine di quel perimetro d’ombra ai confini dell’Europa.
Lo spettacolo prende il via da un punto d’osservazione ben specifico, che caratterizza la prospettiva del narratore per tutto il tempo. È la posizione di chi “non sa ancora nulla” di ciò che sta per incontrare, una postura che diventa, paradossalmente, un formidabile strumento d’indagine: perché quando impari a conoscere qualcosa ti ci abitui, e quando ti ci abitui rischi di scriverne da una prospettiva irrimediabilmente diversa, alterata.
È in questa deliberata rinuncia alle risposte preconfezionate che si annida la forza dei Kepler-452: sul palco, la materia viva del dramma politico si spoglia di qualsiasi retorica o intento saggistico per farsi, piuttosto, diario, restituzione viscerale. Borghesi non veste i panni del soccorritore esperto né del cronista impassibile, ma si presenta in scena con tutto il suo comparto di debolezze, paure e nella sua totale permeabilità. Diventa, così, cassa di risonanza per quel vuoto disorientante che coglie chi, in fuga dal proprio Paese, si trova sospeso in mezzo all’acqua, circondato da volti, lingue e vicende umani di ogni provenienza e che probabilmente non comprende.
Ma la radice del racconto è più cruda, come si intravede dal titolo. Nel protocollo medico di triage applicato durante i soccorsi in mare, la “Zona Blu” identifica quell’area riservata ai naufraghi per i quali non c’è più nulla da fare: persone giunte a bordo in condizioni talmente disperate, per via di inalazione di idrocarburi o per severa ipotermia, da non avere nessuna probabilità di sopravvivenza. Assegnare qualcuno alla Zona Blu significa prendere atto di tutto ciò, sospendendo i tentativi di rianimazione per concentrare i mezzi limitati di bordo su chi può ancora essere salvato. “E allora”, interroga Borghesi, “visto dall’alto della nave, il Mediterraneo non è, forse, un’enorme zona blu?”.
Il merito più grande de La zona blu, forse, risiede nel suo sguardo spietato, chiarificatore sulla natura di chi viene tratto in salvo. Con disarmante naturalezza demolisce le contrapposte retoriche che saturano il dibattito pubblico sui migranti: da un lato, la visione di quella destra che li classifica tutti, indiscriminatamente come violenti criminali che invadono indiscriminatamente la “nostra” terra; dall’altra, quella di una sinistra che sente il bisogno di idealizzarli, ingabbiandoli nella categoria astratta di vittime senza volto, poveri mendichi o miseri disperati. Sul ponte della nave, però, non ci sono icone o pericoli, ma semplici esseri umani. Uomini e donne con le proprie contraddizioni, le paure, le piccolezze, la speranza e la propria, complessa, dignità. Riconoscerli come tali significa restituire loro lo spessore della persona, affrancandoli dalle semplificazioni di comodo.
In un panorama culturale assuefatto dagli slogan, La zona blu sceglie la via più difficile e feconda, quella dello stupore non ancora addomesticato, del dubbio esposto e dell’ascolto rigoroso. Un’opera civile, di rara trasparenza, capace di trasformare un diario di bordo in uno specchio necessario per la nostra coscienza.
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