Se nel 2010 David Fincher ed Aaron Sorkin raccontavano la storia della nascita di Facebook con “The Social Network”, sedici anni dopo, lo stesso Sorkin decide di ritornare in quel mondo con “The Social Reckoning”, ma il tono cambia del tutto. La nuova pellicola racconta il conto salatissimo che lo sviluppo della tecnologia di Zuckerberg ha presentato alla società intera, basandosi su una vicenda reale che nel settembre 2021 ha scosso il pianeta, ovvero l'inchiesta giornalistica conosciuta come i Facebook Files.
La storia del film ruota attorno a Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison. Frances non è una ribelle o un'attivista politica, ma un'ingegnere informatica esperta che viene assunta da Facebook per occuparsi dell'integrità civica della piattaforma, cioè per studiare come evitare che il social network venga usato per diffondere odio e violenza. Lavorando all'interno dell'azienda, però, la donna si rende conto di una realtà amara: i ricercatori interni scovano continuamente falle pericolosissime e propongono soluzioni per rendere l'ambiente più sicuro, ma i massimi dirigenti bloccano quasi ogni modifica per una ragione molto semplice. Qualsiasi cambiamento volto a calmare i toni rischia di far passare meno tempo agli utenti sull'applicazione, e meno tempo significa meno pubblicità e, di conseguenza, meno miliardi di guadagno.
Davanti a questa constatazione, Frances decide di agire. Nelle ore notturne, approfittando degli accessi informatici del suo ufficio, inizia a scaricare e fotografare in segreto migliaia di presentazioni riservate, grafici e chat tra dirigenti. Qui il film si trasforma in un vero e proprio thriller investigativo, raccontando il legame clandestino e rischioso tra Frances e Jeff Horwitz, giornalista investigativo del quotidiano economico Wall Street Journal, interpretato da Jeremy Allen White. I due si incontrano in stanze d'albergo anonime, comunicano attraverso messaggi criptati e affrontano la paura concreta di essere travolti dalla potenza legale e finanziaria del colosso tecnologico.
Sul fronte opposto, il film mostra cosa succede nei corridoi dorati del quartier generale di Menlo Park. Nei panni di Mark Zuckerberg c'è Jeremy Strong, che interpreta un fondatore ormai lontanissimo dal ragazzo insicuro delle origini. Ora è un leader glaciale, distaccato, circondato da avvocati e consiglieri di pubbliche relazioni che trattano i problemi etici e la sofferenza delle persone semplicemente come fastidiosi danni di immagine da contenere. Quando gli articoli del Wall Street Journal iniziano a uscire a raffica, il castello di bugie della dirigenza crolla pezzo dopo pezzo, svelando al pubblico ciò che l'azienda teneva nascosto da anni.
Il cuore dell'inchiesta, che Sorkin mette in scena con grande chiarezza, tocca temi che riguardavano la vita quotidiana di milioni di famiglie. La scoperta forse più dolorosa riguarda Instagram: le ricerche segrete condotte dalla stessa azienda dimostravano senza ombra di dubbio che l'applicazione faceva male alla salute mentale delle ragazze più giovani. Per una ragazza su tre già insoddisfatta del proprio aspetto fisico, scorrere Instagram peggiorava sensibilmente la percezione del proprio corpo, alimentando ansia, depressione e disturbi alimentari, fino a tradursi in pensieri suicidi in diverse adolescenti. Nonostante avessero questi dati nero su bianco nei loro computer, i dirigenti continuavano a dichiarare che i loro prodotti fanno sentire i giovani più connessi e felici.
Un altro grande scandalo rivelato dai documenti era il meccanismo dell'algoritmo modificato nel 2018. Per far interagire di più le persone, gli ingegneri avevano programmato il sistema in modo che desse una visibilità enorme ai post che scatenavano reazioni furiose. In parole povere, il computer aveva imparato che la rabbia e l'indignazione tengono le persone incollate allo schermo molto più a lungo dei contenuti sereni o costruttivi. In questo modo, le notizie false, gli insulti e le provocazioni venivano spinti continuamente sotto gli occhi di tutti, costringendo persino i partiti politici e i giornali a usare toni sempre più violenti per farsi notare.
A tutto questo si aggiungeva un sistema di regole a doppio binario chiamato in codice "XCheck". Mentre per le persone normali esistevano controlli automatici severi che cancellavano subito i post contrari alle regole, per circa sei milioni di personaggi famosi, tra cui politici potenti, celebrità dello spettacolo e calciatori, c'era un'immunità quasi totale. I loro profili venivano inseriti in una lista speciale e, anche quando pubblicavano falsità clamorose o insulti pesanti, i contenuti restavano online per evitare che queste persone influenti facessero causa o criticassero apertamente Facebook. Nelle parti più povere del mondo, inoltre, la situazione era ancora peggiore: l'azienda spendeva quasi tutti i soldi per controllare i testi in lingua inglese, lasciando paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina senza moderatori capaci di capire le lingue locali, permettendo a criminali e trafficanti di usare liberamente le piattaforme per reclutare sicari o vendere schiavi.
Il momento culminante del film è la testimonianza di Frances Haugen davanti al Senato americano nell'ottobre del 2021. Seduta da sola davanti a decine di telecamere e politici, Frances pronuncia parole che fotografano perfettamente il dramma: spiega che Facebook sceglie deliberatamente di fare profitti mettendo a rischio la sicurezza e la salute mentale delle persone. È una scena priva di facili trionfalismi, che restituisce il peso di una scelta individuale coraggiosa ma pagata a caro prezzo.
Guardando a ciò che è successo da quell'autunno del 2021 fino a oggi, il film dimostra come l'inchiesta abbia cambiato radicalmente il nostro modo di concepire internet. La reazione immediata dell'azienda fu quella di cambiare nome: per scappare dalla pessima reputazione del marchio Facebook, Mark Zuckerberg annunciò in tutta fretta la nascita di Meta, cercando di spostare l'attenzione di giornalisti e investitori verso la realtà virtuale, e più recentemente verso l'intelligenza artificiale.
Ma la distrazione non è bastata a fermare le conseguenze legali. Quei documenti hanno fatto crollare l'idea che le grandi aziende della Silicon Valley potessero controllarsi da sole con un po' di buona volontà. In Europa, lo scandalo ha dato la spinta decisiva per approvare leggi severissime come il Digital Services Act, che oggi obbliga i colossi della rete a mostrare come funzionano i loro algoritmi e a pagare multe salatissime se non proteggono gli utenti. Negli Stati Uniti, decine di magistrati hanno fatto causa a queste piattaforme per aver creato deliberatamente dipendenza nei ragazzi, costringendo i social network a cancellare progetti rischiosi pensati per i bambini e a introdurre filtri di sicurezza più stringenti per i minorenni.
Il finale di The Social Reckoning lascia però addosso un senso di forte realismo. Nonostante le grandi promesse e le nuove leggi, il modello economico di fondo è rimasto identico: le valuta più preziose del mondo digitale continuano a essere il nostro tempo e la nostra attenzione. Negli anni successivi allo scandalo, molte aziende hanno persino tagliato i fondi ai reparti che controllavano le notizie false per risparmiare sui costi, affidandosi a programmi automatici che spesso non riescono a distinguere la verità dalla manipolazione.
Nonostante la rilevanza dei temi trattati, l'accoglienza riservata a The Social Reckoning si è rivelata fin da subito sorprendentemente tiepida, confermando ancora una volta come questioni così cruciali per il nostro presente fatichino a bucare lo schermo se non sostenute da una macchina promozionale all'altezza e se il pubblico è ormai assuefatto a questo tipo di allarmi. Buona parte della critica ha liquidato l'opera mettendo a confronto la regia lineare e teatrale di Aaron Sorkin con la precisione chirurgica e visivamente magnetica di David Fincher nel film del 2010, giudicando la messinscena un passo indietro rispetto al suo predecessore.
Questo paragone ingombrante ha finito però per oscurare il vero punto di forza della pellicola: uno script finissimo e misurato, capace di trattare Frances Haugen e Jeff Horwitz prima di tutto come persone e solo in secondo luogo come personaggi. Si tratta di una sensibilità rara nelle trasposizioni di cronaca contemporanea, spesso prigioniere della caricatura o della pura imitazione; emblematico in questo senso è stato il lavoro sul set con Mikey Madison, a cui è stato espressamente chiesto di non studiare a memoria i video o le interviste pubbliche di Frances Haugen per replicarne tic e movenze, ma di staccarsi dal modello reale per costruire un'interpretazione personale, autentica e libera dalla fredda mimesi documentaristica.
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