Nel 2026, in un punto non meglio precisato dell’Europa centro-meridionale, la vegetazione incolta lambisce i muri scrostati di una vecchia casa abbandonata: un telo di plastica bianco sul tetto tenta invano di fermare la pioggia, una poltrona reca ancora il segno di una bruciatura di sigaretta e tra le fessure ronzano insetti indisturbati. Cento anni prima, nello spazio esatto in cui siede il pubblico (la Sala Civica della Cittadella di Parma), si trovava un deposito di carrozze; tra cento anni, non possiamo avere idea di cosa ci sarà al nostro posto.
Da questo viaggio cronologico e spaziale si sviluppa Common Land, spettacolo della compagnia italo-svizzera Trickster-p (ideato e diretto da Cristina Galbiati e Ilija Luginbühl), presentato a Parma all’interno della rassegna Insolito Festival.
Il dispositivo scenico si struttura come una complessa partitura corale e immersiva in cui la narrazione audio, così precisa da sembrare quasi scientifica, agisce a ritroso e a salti lungo una linea temporale millenaria. Il pubblico non è semplice spettatore passivo: viene chiamato a intervenire direttamente attraverso scelte e votazioni, determinando la rotta del racconto. Scegliere un oggetto significa decidere quale vita seguire tra i frammenti della casa; scegliere quale senso sacrificare temporaneamente (la vista o l'udito) costringe la platea a rinegoziare la propria percezione dello spazio teatrale.
Attraverso questo meccanismo a bivi, la voce guida ricostruisce l’esistenza dell’ultimo inquilino della casa che ci viene presentata all’inizio dello spettacolo: scegliamo di chiamarlo Antonio. La microstoria dell'uomo, ovvero la sua nascita durante la Grande Guerra nel 1916 assieme alla sorella gemella, l'85° compleanno festeggiato mentre a New York crollano le Torri Gemelle l'11 settembre 2001, il gesto quotidiano di sistemarsi la dentiera mentre cade il Muro di Berlino nel 1989, si incastra con precisione geometrica nella macrostoria del pianeta. Ogni evento epocale (la peste del 1347, la caduta dell'Impero Romano nel 476, l'allunaggio del 1969 o l'avvento dell'agricoltura nel Neolitico) non è che un fotogramma simultaneo: mentre la bomba atomica cade su Hiroshima nel 1945, nello stesso istante Antonio sente un lieve pulsare alla tempia, una donna si accarezza il grembo, un cane si gratta e una colonia di pulci prolifera indisturbata.
Dalle parole della narrazione emerge con nettezza il paradosso della nostra scala antropocentrica. Il corpo umano viene descritto non come un'entità chiusa o solitaria, ma come un ecosistema: un formicaio vivente abitato da miliardi di microbi per i quali la pelle, la bocca o l'intestino sono intere foreste. Allo stesso modo, il sottosuolo brulica di radici, liquidi che filtrano verso il basso e vermi che rimescolano la terra cancellando i confini tra ciò che è umano e ciò che è materia.
La traiettoria temporale di Common Land rompe poi la sequenza lineare e si lancia in salti cosmici: dal 2126, dove un'intelligenza artificiale riceve il premio Nobel per la pace per aver sventato l'olocausto nucleare, fino all'8640 d.C., con il Sole che fa evaporare gli oceani. E ancora più indietro, ai primi microrganismi primordiali di 4 miliardi di anni fa, fino all'esplosione originaria del Big Bang, 13,8 miliardi di anni prima di noi.
Il verdetto dello spettacolo, scandito sul finale dal buio della sala, mette a nudo l'illusione del tempo che scorre in linea retta: il tempo è un tessuto fitto in cui passato, presente e futuro coesistono, e la nostra coscienza individuale è soltanto l'ago sottile che lo attraversa, illudendoci che ogni istante nasca e muoia.
È un'esperienza teatrale immersiva, che ha lasciato il pubblico disorientato di fronte all'immensità della Natura, ma straordinariamente vigile sul valore di ogni minuscola traccia impressa nello spazio comune che condividiamo.
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