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Il seguente lavoro raccoglie in tre articoli una serie di appunti presi durante una missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale sulla Nadir, una barca a vela della ONG tedesca RESQSHIP. Non hanno l’ambizione di essere un’analisi esaustiva di ciò che accade in questo tratto di mare, piuttosto vogliono mettere in luce i processi e le pratiche che precedono i salvataggi, in una forma diaristica che renda protagoniste le emozioni e la complessità organizzativa come dimensioni chiave in ambito SAR.
Prologo
Abbiamo trascorso tre giorni a Gozo, l'isola maltese dov'è ormeggiata la Nadir quando non è operativa. Un lasso temporale molto breve che chiede una cura particolare per non perdere dettagli importanti, come all'inizio di ogni racconto quando si svelano i primi scorci sull'intimità dei protagonisti e dei luoghi che attraverseranno. Sono stati giorni intensi di formazione - POB (person over board, una persona in mare che necessita immediato aiuto), tender training (il piccolo gommone di bordo), primo soccorso - rifornimento di scorte, e conoscenza reciproca. Siamo in sette: il capitano, il cos-skipper, il tecnico, la dottoressa, l’ostetrica, l’infermiera e il fotografo, che sono io. Un ruolo che mi appare superfluo in un gruppo così piccolo e selezionato precisamente per assolvere a compiti marittimi e di SAR. Ad ogni modo per RESQSHIP la comunicazione è fondamentale, è lei che veicola la narrazione al meglio e con lei i messaggi politici. Search and Rescue (SAR) è la sigla che indica l'insieme delle operazioni coordinate per localizzare e prestare assistenza a persone o imbarcazioni in pericolo in mare, nonché lo spazio politico e giuridico in cui andremo ad operare. C'è grande sintonia fra i membri dell'equipaggio, così i test, le prove mediche e tecniche sono riuscite molto bene. Ogni ora che passa la Nadir sembra sempre più un micromondo di grande fascino. Ogni spazio ha una funzione e cento altre, non è mai solo quello che sembra. Ogni anfratto è funzionale, nulla è lasciato al caso. Ogni buco deve contenere tutto il necessario per la missione: luci, binocoli, radio, cime, fumogeni, megafoni, cibo e acqua per gli ospiti, cibo e acqua per noi. A prua si trovano duecento giubbotti salvagente, nello scomparto vicino all’ancora. Ci sono scritte esplicative su ciascun vano della barca, a prova di stupido. Per quanto ricordassi vagamente questa complessità, incontrarla e doverla memorizzare è un’altra storia, farla propria vuol dire saperla maneggiare con lucidità quando lo stress aumenta: il caos è dietro l’angolo. “Serve prendersi cura della barca perchè ad un certo punto sarà lei a doversi prendere cura di te”, ci dice Jim, il tecnico di bordo. Jim tratta la Nadir come una figlia, ogni guasto lo intriga, è un momento in cui si può prendere cura della nave ma anche una sfida da cui può imparare sempre qualcosa di nuovo. E’ una di quelle persone piene di aneddoti, li usa come chiavi per capire la realtà. L'intensità delle informazioni, delle domande, tecniche ed esistenziali, e più in generale delle relazioni, crescerà con il passare dei giorni, a cui guardo con grande curiosità. Spero di reggere fisicamente alla distanza, di essere lucido quando serve, di essere utile sempre. La notte prima della partenza abbiamo avuto un guasto al sistema elettrico che ci ha lasciati in pensiero per qualche ora, ma Jim, insieme a Munar, il nostro co-skipper, è riuscito a contenere il danno e risolverlo permettendo di rispettare il programma di partenza. Munar è uno dei marinai del nostro equipaggio, è stato in Antartico con Sea-shepard a sabottare la caccia alle balene, è giovane ma ha già grande esperienza di attivismo marittimo. Intorno a noi i traffici turistici del porto di Gozo procedono senza sosta, traghetti, moto d'acqua, e yatch di lusso dominano la scena del porto. Durante le prove con il tender abbiamo usato sacchetti di plastica e bottiglie alla deriva come riferimenti da salvare e riportare alla Nadir per essere smaltiti. il traffico dentro e fuori da Gozo è continuo, il turismo è molto impattante: si vedono navi cariche di rifiuti arrivare la sera da Blue Lagoon, un'isola tra Gozo e Malta, che ha solo dieci abitanti, ma ora ha le sue rive rocciose riempite di gazebi e fastfood per i turisti. Il nostro vicino di banchina è uno yatch da 4-5 milioni di euro, una specie di hotel a cinque stelle galleggiante. Penso inevitabilmente alle navi che incontreremo e mi vien male. Finalmente siamo in mare aperto, operativi e pronti per la missione, salpiamo verso il Mediterraneo Centrale.
Da qualche parte in mezzo al Mediterraneo (34° 38.5’ nord, 13° 22.5’ est, circa)
Oggi abbiamo intercettato 15 persone su una barca in vetro resina con due motori da venti cavalli ciascuno. Un punto bianco all'orizzonte che sembrava lontanissimo in un attimo è diventato una barca con quindici vite dentro. Avevano molta sete, ma stavano bene, un avverbio, quest’ultimo, che in contesti come questo va ovviamente relativizzato. Insieme a noi, probabilmente avvertita dallo stesso aereo di Frontex di cui seguivamo la traccia, è arrivata la Charlie Papa (un codice che sta per “Capitanerie di Porto”, la Guardia Costiera italiana), nonostante fossimo ancora in SAR maltese, ma i maltesi non muovono un dito, da sempre. Il contatto è stato breve, il tempo di raggiungerli con il tender, capire quanti erano, dirgli di gettare in mare i telefoni satellitari che avevano e che li avremmo aiutati. Poi la Charlie Papa ha preso immediatamente il controllo della situazione, avevano un mediatore arabo a bordo che ha facilitato le prime fasi interlocutorie, li hanno caricati rapidamente per rientrare a Lampedusa. Noi abbiamo proseguito verso sud-est perchè Alarm Phone ci aveva già segnalato un altro possibile caso di una quindicina di persone, con donne e bambini. Il progetto indipendente Watch The Med Alarm Phone è una rete diffusa di operatori volontari sparsi in giro per l’Europa. Funge da intermediario e amplificatore per far scattare i soccorsi ufficiali, chi parte e ha un telefono satellitare sa che deve comunicare la sua posizione appena può attraverso questa rete.
Avremmo dovuto entrare in contatto con loro tra le nove di sera e mezzanotte, le informazioni erano poco chiare e contraddittorie purtroppo, ad un certo punto hanno smesso di arrivare. Motore al massimo, l'equipaggio è rimasto in veglia fino all'una e mezza, sondando l’orizzonte attraverso la camera dell'albero maestro ad infrarossi e i binocoli, a 360 gradi intorno a noi. Non li abbiamo mai trovati.
Ora siamo scarrocchiati dal vento (in drift), a timone bloccato e motore spento dopo avere usato parecchio serbatoio per arrivare qui. Cercare di notte senza informazioni chiare è molto complesso, già di giorno lo è, quando si fa buio pesto diventa ancora più stancante oltre che impegnativo in termini di visibilità. La formazione fatta in questi giorni è servita ma è poca rispetto a quella di cui avremmo bisogno soprattutto nel caso di incontrare situazioni con molte variabili in contemporanea, e di un livello di gravità ben più alto rispetto a stamattina. Domani probabilmente ci sposteremo più a sud verso la SAR libica. Ogni decisione - attendere, proseguire, fare training - è una scommessa, perché non sappiamo dove sarà il prossimo caso. Scegliamo (quasi) sempre insieme, come crew. Il capitano supporta (quasi) sempre le decisioni collegiali, questo è molto positivo anche se ogni tanto è difficile aprire spazi per la critica. La sua esperienza lo aiuta a restare lucido ma a volte lo tradisce, e alcune situazioni non si rivelano essere come da lui predetto. Abbiamo altri 13 giorni in mare davanti a noi, è un attimo che le cose cambino, è un attimo anche perdere il controllo emotivo del gruppo. Il mio turno di veglia è finito alle 4. Mentre gli Officers of the Watch, i tre membri in grado di governare la nave, ruotano a turni fissi, gli altri cambiano ogni quattro ore. Sta volta sono rimasto un filo più a lungo per sentirmi un po' meno alieno di quanto io non sia in questo globo acqueo, con i suoi codici, la sua lingua, la sua incommensurabilità. La via lattea disegna l'arco celeste sopra la Nadir, che vaga senza meta, come un astronave in mezzo ad un buco nero che ha perso la rotta ma non la missione.
Un abbraccio a voi dal momento più buio prima dell'alba.
Mayday relay
"Mayday relay mayday relay.. 35530 5519 EAST 0123844 NORD this is XX.. 30, three-zero people in distress, a rubber boat, they’re moving at around 3 nods...all ships..I repeat..." più o meno inizia così una richiesta di soccorso diramata da un soggetto terzo (per questo "relay") a tutte le navi operative nella zona. Può essere Osprey, Eagle 6, Seabird - gli aerei di frontex o quelli della flotta civile - può essere una nave da pesca, una stazione radio, può essere anche un allarme anonimo di qualcuno che non vuole essere identificato in questo caso è anche possibile che sia un falso mayday, i cui motivi però sarebbero ancora poco chiari. A quel punto l'equipaggio si attiva, controlla immediatamente le coordinate sul Garmin, la distanza che ci separa dal possibile distress case, la presenza di altre navi amiche più vicine. A rispondere a quella chiamata è spesso Circomare Lampedusa, la stazione della guardia costiera dell'isola italiana, che chiede informazioni e conferme. Se siamo la nave più vicina, immediatamente si stabiliscono i passaggi necessari: si stima il tempo di intercetto calcolando la velocità massima della Nadir (8 nodi circa), il vento e la distanza. Si ammainano le vele, si accende il motore. Potrebbero servire diverse ore di navigazione per arrivare. Il mare è come un deserto immenso, una banalità, ma quando ti trovi a cercare una barca di dieci metri o meno in mezzo ad uno spazio così poco definito quella sensazione di disorientamento diventa concreta.
Intanto la vicenda della barca che non siamo riusciti a trovare ha avuto un finale tragico: "The boat was intercepted by Italian CG and handed over to Libyans, acc to relative", annunciava un messaggio via mail diretto alla NADIR.
Ora il mare è a forza 4, una brezza moderata, le onde piccole diventano più grandi, un metro-un metro e mezzo, le loro cime si tengono di bianco qui e là, come i monti dopo una nevicata autunnale. La Nadir salta, balla alla ricerca del proprio perenne equilibrio. Così prova a fare il tuo corpo, adattandosi alla massa informe che si muove sotto la nave. Il mal di mare avanza tra i membri dell'equipaggio non abituati. Mentre per le persone on the move, come vengono chiamati i migranti nel linguaggio inclusivo delle ONG, il disagio aumenta sensibilmente in queste condizioni. Le onde e lo spray (spruzzi) raggiungono l'interno delle barche, si alza il rischio di ipotermia, è molto probabile che siano esauste a questo punto.
Ci troviamo non lontani dalle coste africane, avvertiti da un MAYDAY RELAY che riportava una richiesta urgente di aiuto lungo la "Banana Road". Chiamata così per la sua curvatura, è una rotta intrapresa dalle barche che salpano dalla Libia per raggiungere il prima possibile la SAR tunisina, fuggendo in questo modo dalla milizia libica, il primo enorme ostacolo da superare. Lo è anche per noi, nell'ultimo anno gli attacchi alle barche delle NGOs da parte della cosidetta Guardia Costiera Libica sono aumentati sensibilmente. Spari, intimidazioni, inseguimenti brevi. A volte fanno "shadowing", quattro/cinque di loro monitorano i tuoi spostamenti accerchiandoti pur rimanendo distanti. Le barche che scappano hanno due piattaforme petrolifere come checkpoint per ristorarsi appena oltre la SAR libica, ma, come abbiamo visto, non basta, potresti essere intercettato e riconsegnato.
Ogni barca in fuga è un punto di rottura, una linea rossa, da confini politici che vengono superati illegalmente, ad uno spazio morale di matrice tipicamente occidentale che si compromette, macchiandosi di sangue. Ogni barca in fuga è una gara a chi arriva prima: le ONG, la milizia libica, la CG italiana, ciascuno di questi attori è determinato a fare rispettare dei principi per lui fondamentali: i diritti umani, i confini statali, gli accordi bilaterali. Il Mediterraneo rappresenta bene le frizioni fra questi punti di vista che collidono sistematicamente nella nostra epoca. Un'umanità così impegnata a liberalizzare, globalizzare merci e capitali, così altrettanto determinata a stabilire delle soglie inaccessibili. Navighiamo in uno di quei colli di bottiglia dove si gioca la battaglia su queste grandi contraddizioni, i veri confini del nostro tempo. Ma la sopravvivenza non conosce confini. Nemmeno se essi sono un mare mortale.
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