Riapro per un istante una finestra sulla Fiera delle armi del 28-30 marzo, cosiddetta “EOS” (European Outdoor Show), svoltasi presso le Fiere di Parma. Premetto che per me attraversare i corridoi dei padiglioni fieristici è stato un ritorno al mio passato recente, una grande percentuale degli espositori veniva dalla Valtrompia (fra gli altri Beretta, Tanfoglio, ADC, Franchi, Stoeger (Gruppo Beretta), F.A.I.R., Bettinsoli, Erredi Trading, Sabatti Armi Spa (MRR Rifles), Rizzini, Fabarm, Bosis, Vigano ecc.) lì dove persiste uno storico distretto armiero sul quale ho realizzato il mio progetto di dottorato.



Per fortuna, su questo evento molte cose sono già state dette, l’opposizione ad esso ha generato importanti momenti di lotta politica e dibattito pubblico, fin da essere ripresa dalla stampa nazionale, in particolare Avvenire e Il Fatto Quotidiano. Questo movimento ha avuto il merito di rivelare importanti inadeguatezze a livello istituzionale, la rappresentanza pubblica che partecipa alla proprietà delle Fiere è sembrata disarmata, incapace di affrontare un tema così grave e delicato come quello delle armi. Questo fin dal principio, quando non è stata in grado di leggere la situazione, finendo per essere travolta quando i cittadini e le cittadine hanno chiesto conto, portando istanze fondamentali: come la tipologia degli espositori, la loro origine i loro interessi, i legami con Stati belligeranti, genocidiari e dittature; la questione dei minori e la gratuità dell’ingresso sotto ai 12 anni; il senso di una fiera delle armi oggi, la questione della caccia e la sua celebrazione nel 2026, e molto altro. È bene continuare a dibatterne. Obiettivo è impedire che la stessa esposizione si verifichi anche solo un altro anno, troppo distopico quel che è avvenuto.



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Vorrei qui soffermarmi brevemente su un aspetto che ritengo altrettanto cruciale in chiave analitica: le aziende produttrici di armi, sistemi d’arma e munizioni hanno una necessità storica di costruire una rappresentazione di sé positiva, in questo sono pioniere di quel che oggi è associato al “washing”, il meccanismo di comunicazione ingannevole per manipolare l’opinione pubblica rispetto a questioni etiche, politiche e morali. Le operazioni celebrative – come quella delle fiere – fanno parte di questa strategia di saldatura dell’arma alla cultura popolare, pensiamo ai continui rebranding aziendali, alla diversificazione della produzione includendo abbigliamento e articoli tecnici-sportivi. Un’azienda come Beretta – a cui è stato riservato uno spazio d’onore ad EOS, quest’anno, fra l’altro, è anche il suo 500esimo anniversario – ha fatto della produzione culturale un fondamentale strategico, lavorando incessantemente, dal secondo dopoguerra in avanti, per dissociare la narrazione violenta dal proprio prodotto per impastarla con dimensioni quali le tradizioni, l’identità, la storia plurisecolare e famigliare del marchio. Tradizione e identità vengono utilizzati storicamente come dispositivi di conservazione di un certo status quo, sono utili strumenti – di frequente depoliticizzati da chi li utilizza – per creare affezione ad un determinato prodotto o contesto, quindi, molto spesso, servono per allacciare la cultura di un territorio, o di un’intera società, ad un settore del mercato che deve giustificare la propria condotta di fronte ai nuovi cambiamenti sociali.


L’estetica dell’arma ha radici profonde, e passa anche attraverso palcoscenici normalizzatori come le fiere dove si alza l’asticella sempre un poco di più. A questo scopo è servito l’uso del generico e fuorviante termine “Outdoor” nel titolo di EOS, oggi, ad esempio, l’arma da tiro sportivo non ha nulla da invidiare alle forme delle cugine militari. La convergenza verso un look tactical è una svolta avvenuta negli ultimi trenta quarant’anni. Nella Fiera di Parma la linea fra questi mondi si è assottigliata fino a scomparire, quando incontravi espositori dichiaratamente militari: mimetiche, dispositivi tattici, manichini cecchini, manifesti e video che incitavano all’arruolamento. Aziende che fanno formazione tattica, e sul tiro di precisione; o imprese che promuovevano armi per la difesa personale. Ad esempio, “Armi e tiro Academy” (Victrix Armaments), organizzava un corso sul tiro di precisione, la stessa azienda che produce l’arma “Crossover”, nomen omen, progettata per essere multiruolo, e così superare il confine tra il mondo del tiro sportivo di precisione e quello dell'impiego operativo e tattico. Oppure Schmeisser, produttore tedesco di armi destinate all'uso civile e militare, ed è anche fornitore NATO. La SIRT Academy – il cui stand si presentava con appesa la bandiera degli Stati Uniti – è anch’essa organizzatrice di corsi durante la fiera con le armi di sua produzione, pensate per replicare peso e scatto di armi reali (come Glock o Smith & Wesson) ma emettendo, al posto dei proiettili, un raggio laser. Venom Venatum, un’altra azienda espositrice, opera nel settore della sicurezza e della difesa, ma con un focus specifico sulla formazione tattica d'élite e sui servizi di consulenza per ambienti ad alto rischio. A differenza di Victrix (che produce armi fisiche) o di Sirt Academy (che si concentra sulla performance neuro-cognitiva tramite simulatori), Venom Venatum si posiziona come un fornitore di competenze operative avanzate. È bene ricordare, a margine di questo elenco, che in base al codice etico pattuito per EOS 2026, era prevista l’esclusione di armi per la difesa personale dai settori di riferimento della manifestazione. Per quel che ho potuto osservare la violazione di questo accordo è stata sostanziale.







In un simile scenario trova spazio anche tutta la narrazione vittimistico-venatoria, in un tentativo collettivo di codificare un preciso immaginario dell’arma da fuoco: popolare, tradizionale, ludica. Il mondo delle lobby venatorie è la punta di lancia di questo sistema a livello nazionale. In fiera c’erano con i propri stand enti come Federazione Italiana della caccia (FIDC), Unione Nazionale Enal Caccia e Associazione Nazionale Libera Caccia (ANLC), che sono stati il fronte politico, possiamo dire, del panorama fieristico. Dimensione politico-ideologica funzionale per legittimare molte altre attività venatorie certamente più scandalistiche a livello di opinione pubblica, come i “Pacchetti di caccia All-Inclusive” venduti da Leadwood Hunting, che, insieme alla possibilità di cacciare alcuni dei big five (leone, leopardo, elefante, bufalo con ippopotamo e coccodrillo al posto del rinoceronte, la cui caccia è molto più onerosa in termini di costi e permessi rispetto agli altri) nei loro safari, vendono anche la loro “dedizione incrollabile alla ricerca di pratiche venatorie etiche e sostenibili”. La caccia si porta dietro, inevitabilmente, tutte le contraddizioni descritte sopra: una pratica che prova in tutti i modi a restare in vita economicamente e socialmente, fino ad autorappresentarsi non solo come attività sportiva ma come anche come sistema funzionale alla preservazione degli ecosistemi e salvaguardia della natura selvaggia.




All’interno di questo paesaggio, io credo, nascano e si coagulino comportamenti e visioni del mondo violente o indirettamente violente, ossia quelle posture che giustificano e legittimano un mondo dove l’arma deve esistere in quanto ineliminabile, fondamentale deterrente, strumento risolutore, ma non solo, anche in quanto oggetto di culto identitario e politico, nonché simbolo di una cultura – machista, specista, ipercompetitiva – che rivede in quell’oggetto, e in chi lo usa e lo celebra, lo strumento per persistere nel tempo e nello spazio, in una società che sta generando lentamente i suoi anticorpi per contrastarla. EOS 2026, come gli altri appuntamenti fieristici, vanno perciò visti anche come momenti cruciali per la cultura delle armi e i suoi derivati di espandersi alla ricerca del proprio spazio vitale, per rafforzare un’immagine di sé moralmente positiva, in merito a ciò possiamo dire che i 40mila visitatori di Parma sono stati un grande successo. Vorrei chiudere questo lavoro con delle fotografie che siano testimonianza dello straordinario lavoro politico degli “anticorpi” citati poc’anzi. Da ora la città di Parma ha un anno di tempo per rivedere gli accordi con il proprio polo fieristico, che sia una decisione collettiva ma che si tenga conto di ciò che EOS 2026 è stata.










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