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Le passeggiate migliori sono quelle che ti lasciano delle domande lungo il percorso. Camminare è un soliloquio della natura, una canzone che ti suggerisce cosa fare. È un modo per parlare a ruota libera o per lasciarsi avvolgere da un silenzio improvviso. Un passo svelto e sicuro, oppure un respiro profondo, senza fretta. Non riesco a immaginare nulla di diverso: la strada sterrata, gli alberi che si muovono al ritmo del vento, il cinguettio degli uccelli e i suoni che si perdono e si ritrovano nell’erba alta. Cosa c’è di più bello della libertà? Della possibilità di esprimere sé stessi, di farlo a proprio piacimento, senza dover seguire una direzione prestabilita? La natura ne è l’esempio più autentico: cresce, cambia, si muove e si esprime senza chiedere il permesso a nessuno. Forse è proprio questo che mi insegna ogni camminata: che non sempre bisogna sapere dove si sta andando. A volte basta continuare a fare un passo dopo l’altro, lasciando che sia il percorso a porci le domande. Superare le avversità, non per abbattere ciò che siamo, ma per rafforzarne le fondamenta.
Eppure, il contrasto più violento e voluto lo costruiamo noi: uomini con i piedi di cemento. Fermamente convinti che una colata possa coprire le crepe, nonostante non possa mai cancellarle.
Costruiamo strade per non perderci, muri per sentirci al sicuro, confini per dare un ordine a ciò che, per sua natura, ordine non ha. Ci sono case abbandonate, fabbriche in disuso, chilometri d’asfalto che ci collegano con il mondo, ma tutto questo non ci basta.
E intanto la natura continua a muoversi. L’erba cresce dove non dovrebbe, le radici sollevano l’asfalto, gli alberi si spezzano e le macerie campeggiano lungo quella che prima era libera vegetazione.
Nella mia città, Parma, ci sono decine di casi come questo. Molti rimangono sconosciuti, sotto gli occhi di tutti ma nella sostanziale indifferenza generale, come se fossero ormai parte della normalità.
Questa foto è stata scattata in quello che un tempo era un sentiero immerso nella vegetazione, destinato a diventare una strada trafficata e che oggi, invece, è una via sconosciuta a tutti. Un percorso reso inaccessibile dai divieti e da una serie di blocchi di cemento, che sembrano delimitare l’inizio e la fine di questo fallimento urbanistico. Con degli accordi tra il Comune e l’ente privato, Via Versailles avrebbe dovuto essere oggetto di interventi di ripristino, perché chiaramente inagibile. Dopo all’incirca dieci anni, il progetto si è fermato e tutto è rimasto così. Una trasformazione avvenuta quasi nel silenzio, come se fosse normale che un’area agricola venisse cancellata. Tanti anni per costruire una strada che oggi è chiusa, sottratta alla possibilità di essere percorsa liberamente.
Nel 2025 è arrivato il Polo logistico Mutti. Sono arrivati i soldi, l’interesse politico e, improvvisamente, quel luogo abbandonato ha iniziato ad avere un progetto futuro.
Sono previsti dei lavori, che dovrebbero essere conclusi entro il 2028.
Per terminare gli interventi, in 500 metri di strada, è servita la chiamata del dio capitale, quello che sembra unico, nel muovere gli uomini e il cemento. Se non ci fosse stata dietro un’azienda così grande, sono sicuro che non avrebbero mosso un dito.
E allora mi domando, quasi beffardamente:
Perché non c’è nessun tipo di impegno da parte di privati o del Comune, per rivalutare posti che sono stati distrutti da scellerate imprese urbanistiche? Perchè hanno dovuto aspettare così tanto tempo prima di intervenire nel concreto?
Palazzi grigi ed enormi, disseminati in ogni angolo della città; l’inceneritore che divora il paesaggio e l’autostrada che attraversa, ormai, tutto il parmense. E allora perché scandalizzarsi per un “piccolo sentiero” deturpato, quando abbiamo permesso che il nostro territorio venisse stravolto e reso irriconoscibile…
Oggi cammino consapevole, lungo questa strada abbandonata, tra la calce e la manifestazione ribelle di una natura che non ha mai smesso di cercare spazio. È qui che un albero spacca l’asfalto.
Dove non si poteva costruire, abbiamo costruito comunque, incuranti di tutto ciò che ci stava attorno. E ora siamo fermi, con i piedi di cemento, a fissare questo panorama.
Impotenti.
È finita?
Perché se non possiamo muoverci, non possiamo nemmeno ribellarci. Forse siamo destinati a questo: seppellirci in una realtà, in cui abbiamo costruito così tanto da non sapere più dove vivere, dove respirare, dove andare.
E forse è proprio per questo che cammino.
© Punto e Virgola