Nella nostra società si parla spesso dell’importanza della salute mentale. Oggi siamo ancora ben lontani dal definire questo obiettivo pienamente realizzato, tuttavia abbiamo compiuto passi avanti rispetto a solo qualche decennio fa, quando chi veniva considerato diverso veniva semplicemente rinchiuso in un edificio, isolato e nascosto dallo sguardo del resto della collettività. Questi luoghi erano i manicomi, e uno di questi si trova a Colorno, nella provincia di Parma. La storia del manicomio di Colorno ha inizio nel 1873, quando un’epidemia di colera a Parma spinse le autorità a trasferire provvisoriamente i malati psichiatrici nell’ex convento dei Domenicani a Colorno. Quella che doveva essere una misura temporanea si trasformò in una soluzione definitiva, l'istituto rimase in funzione per oltre un secolo. Per decenni la struttura rappresentò un'istituzione totale basata sul contenimento e sulla separazione. Al suo interno si consumò una testimonianza disumana del trattamento riservato ai malati, dove venivano impiegate pratiche come la contenzione e l'elettroshock. Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, Colorno subì una profonda trasformazione diventando uno dei centri della rivoluzione psichiatrica in Italia. L'intervento dell'assessore Mario Tommasini avviò un percorso di umanizzazione restituendo una certa dignità ai pazienti, fino al 1969, quando la struttura fu occupata per 35 giorni da studenti, medici e dai pazienti stessi. La successiva direzione di Franco Basaglia diede un impulso decisivo alle politiche di superamento delle istituzioni chiuse, ponendo le basi per la celebre Legge 180 del 1978 e portando allo svuotamento definitivo del manicomio, completato nel 1997. Oggi la struttura è di proprietà dell'AUSL e dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. Tuttavia, dopo la sua chiusura, nessuno si è più curato dell'effettivo recupero dell'edificio. Dai primi anni duemila la struttura è stata oggetto soltanto di saltuarie politiche di messa in sicurezza, ma versa tuttora in uno stato di completo abbandono, con porte e finestre serrate e l'ingresso vietato. Capita che qualche curioso decida di avventurarsi all’interno dell’ex manicomio, dove tutto è rimasto congelato nel tempo. Si trovano ancora i letti, le cartelle cliniche e gli oggetti “di cura” dell'epoca. Per tutti questi motivi, da un punto di vista storico il complesso rappresenta una risorsa di valore. Anziché stanziare fondi destinati unicamente alla semplice messa in sicurezza, sarebbe di fondamentale importanza investire per trasformarlo in un vero e proprio museo sulla storia della cura della salute mentale in Italia. Avrebbe anche la funzione di rilanciare il territorio della provincia, spesso dimenticato per la volontà di concentrarsi solo sul centro città.
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