Avete mai indossato un passamontagna? La risposta, in certe circostanze ben specificate, potrebbe essere sì. Allora riformulo la domanda: avete mai indossato un passamontagna per assistere a uno spettacolo? Quasi sicuramente la risposta è no. O almeno, non prima di aver visto Notevole assenza.


È questa la richiesta che ci viene fatta appena varcate le porte della Fondazione Lenz: ci consegnano un copricapo nero da indossare prima di entrare in sala e un numero che indica il posto assegnato.
La sala è spoglia ed essenziale: la scenografia è composta solo da sedie disposte lungo tre lati di un quadrato, mentre il quarto è costituito da un telo bianco. Una volta che tutti hanno preso posto, rigorosamente a volto coperto, sul telo viene proiettato — nero su bianco — un estratto dall’articolo The Unknown Icon, firmato dalla giornalista canadese Naomi Klein e pubblicato sul Guardian nel marzo 2001.


La citazione getta le basi concettuali di ciò a cui stiamo per assistere, chiamando in causa la figura del Subcomandante Marcos, portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico: «la sua maschera nera è uno specchio» capace di prendere le sembianze di qualsiasi anti-leader. «In altre parole, lui è semplicemente noi: noi siamo il leader che stiamo aspettando».
Sulla scena, fino a quel momento vuota, muove i suoi passi l’autrice della performance, Beatrice Baruffini, anch'essa a volto coperto e con indosso una maglietta bianca con la scritta “Io non sono Hannah Arendt”. La drammaturgia, infatti, si ispira al celebre saggio Sulla violenza della filosofa, pubblicato nel 1970. «Questa è una pratica performativa per colmare o lasciare dei vuoti», dichiara, aggiungendo che la scelta tra queste due opzioni spetta a noi.
Quando sullo schermo compare “Parte prima — Le domande”, Baruffini illustra le regole di questa fase: per rispondere di no o astenersi si rimane seduti; per rispondere di sì basta alzarsi, occupare uno spazio sulla scena e voltarsi verso il pubblico, ovvero le gradinate in fondo alla sala, completamente vuote. Si compie qui il corto circuito dell’opera: il pubblico siamo noi, ma nel momento in cui diventiamo attori, questo inevitabilmente sparisce.
Sul telo scorrono quesiti di ogni tipo, che spaziano da temi banali fino a questioni di estrema gravità, toccate talvolta da una nota ironica: “Hai mai invaso un paese?” o “Sei mai morto per mano di un poliziotto?”. Gli spettatori si alzano fino al suono del campanello — segnale che indica di ritornare al proprio posto — muovendosi in un’armonia quasi coreografica. L’uso del passamontagna si rivela decisivo: celare la propria identità annulla l’inibizione e facilita la risposta — tanto nessuno ti vede in faccia.


Passiamo alla seconda parte: le azioni. Al centro della scena compare un carrello che contiene numerose bandiere. Ogni volta che sullo schermo viene proiettato un colore, se ci identifichiamo con esso possiamo alzarci, prendere la relativa bandiera e mostrarla verso gli spalti vuoti. Il primo è il bianco: diverse persone si alzano mentre risuona Imagine di John Lennon. Poi appare il nero, accompagnato da Faccetta nera: le poche persone alzatesi tornano immediatamente a sedersi, senza attendere il campanello. Segue il rosso con Bella ciao, e infine il tricolore con l’Inno di Mameli, davanti al quale quasi tutti si alzano, lasciando intravedere le bocche muoversi al ritmo delle parole da sotto la stoffa scura.


Segue una citazione di Arendt sul legame tra violenza e potere: sono l’una l’esatto opposto dell’altro, ma nessuno dei due è intrinseco alla natura umana. Si tratta piuttosto di forze che nascono con lo scopo di rompere gli schemi e dare inizio a qualcosa di nuovo: «Ci sono situazioni in cui un atto violento può essere l’unico rimedio appropriato per rimettere a posto la bilancia della giustizia».
Si giunge così alla terza e ultima parte: esercizi di immedesimazione. Sotto ogni sedia si trova una cartellina contenente una foto e un copione intitolato Un mondo che sopravvive ai suoi abitanti. A ciascuno viene assegnato un ruolo: tra i protagonisti figurano personaggi storici (come Karl Marx), ritratti simbolo dell’attualità — un’attivista ecologista, un cittadino palestinese, un bambino non ancora nato — ma anche un panda rosso (in via d’estinzione) e una pianta frusciante. Ognuno deve dare voce al proprio personaggio, leggendo ad alta voce le proprie battute. «Ora voi siete gli invisibili», stabilisce Baruffini. È così che un gruppo di sconosciuti si ritrova immerso a inscenare un acceso dibattito sul senso della giustizia contemporanea: interrogativi cruciali che spesso noi stessi, pur vivendo il presente in prima persona, fatichiamo a comprendere.


Poche battute a testa, fino alle ultime righe del foglio che indicano ai partecipanti di togliersi il passamontagna, lasciarlo sulla sedia e uscire dalla sala.
Si conclude così un’esperienza che ci costringe a riflettere su ciò che stiamo vivendo e, soprattutto, sul come. Attraverso il pensiero di una figura chiave del Novecento come Arendt — che ha vissuto in prima persona le conseguenze della guerra —, l'autrice mostra come la storia tenda drammaticamente a ripetersi, svelando la fragilità di quelle promesse di memoria e pace che le istituzioni internazionali sembrano aver oggi dimenticato.
Notevole assenza si inserisce a pennello nel nostro presente, attraversato in ogni angolo del globo da piazze gremite di persone che scendono in strada per cambiare le cose. Ma se le narrazioni egemoni si fermano a stigmatizzare la durezza delle manifestazioni, questo lavoro invita a scorgere in quelle tensioni un significato più profondo: un'urgenza ineludibile di trasformazione.
La scelta di coinvolgere direttamente lo spettatore, chiamandolo a contribuire in prima linea alla costruzione della performance, permette un’immedesimazione profonda e viscerale in queste riflessioni. In questo modo, emerge la lezione più importante che questo lavoro intende lasciare: siamo noi, e soltanto noi, a poter agire nella speranza di cambiare il nostro futuro.


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