Comincio questo pezzo dopo aver riflettuto leggendo la chat tra noi colleghi del giornale. È uscita la frase "ho il blocco dello scrittore" ed io mi sono messo a pensare, dato che anch'io è da un po' che non scrivo con continuità, cosa fosse questo "blocco". Così facendo scrivo qualcosa e interrompo il digiuno. In più, verrete con me alla scoperta di questo fenomeno che aleggia tra gli scrittori di tutto il mondo. Partiamo un po' col definire che cos'è il "blocco dello scrittore", cioè quel periodo in cui chi scrive sente di non riuscire proprio ad andare avanti. Non è tanto una questione di "non ho idee", ma piuttosto un conflitto armato all'interno del cervello. Una guerra tra i circuiti della creatività e del controllo. E anche lo stress e l'ansia da prestazione, che aumentano l'attività delle aree prefrontali che controllano ogni singola parola, tipo: "È abbastanza buona? Ha senso?" e questo blocca il flusso naturale. La dopamina, che è coinvolta nella motivazione e nella ricompensa, può oscillare, il che causa dei momenti appunto di vuoto e di conflitto. È quasi paradossale, perché per scrivere bene bisogna lasciare fluire e, allo stesso tempo, non controllare troppo. Ma se il sistema di controllo prende il sopravvento, interrompe quel flusso naturale citato prima. Non è una mancanza di talento. Spesso è proprio un'interferenza tra chi genera idee e chi le giudica troppo presto. Insomma, non è un on-off, è un equilibrio delicato. Alcuni studi empirici, niente di aneddotico, mostrano che non c'è una percentuale globale precisa del fenomeno. Lo studio forse più pertinente è quello di Ahmed e Guss del 2022. Un campione di 146 scrittori individuava quattro grandi categorie di fattori associati al blocco. Fattori fisiologici, motivazionali, cognitivi e comportamentali. Altri studi collegano il blocco al perfezionismo, all'ansia da prestazione e alla paura del giudizio. E in ambito accademico, ci sono lavori che lo descrivono come una reazione complessa alla paura, all'autocritica e alla scarsa motivazione personale. In pratica, il blocco non è una pigra scusa per non fare niente, ma un fenomeno multifattoriale che può emergere anche in presenza di idee, ma con la difficoltà nel trasformarle in linguaggio. Dopo un po' di dati, vi porto la mia esperienza personale con questo stato di “malessere”. Io credo di vivere il blocco dello scrittore almeno cinque o sei volte l'anno. Il tutto alternato a momenti di esplosione creativa sconfinata. In pratica, la mia esperienza con la scrittura è un saliscendi di emozioni. Ci sono giorni dove ogni singola cosa mi dà spunto, iniziativa e altri giorni mi sento proprio un essere inutile. Posso solo consolarmi sapendo che questo capita anche ai professionisti, quelli che con le loro parole ci campano. Nessuno è immune. E più ci penso, più mi accorgo che il blocco dello scrittore non è un nemico da combattere, ma un ospite che ogni tanto arriva senza essere invitato. Non bussa, non avvisa, non si presenta con educazione. Semplicemente entra. E quando entra, si siede proprio nel punto in cui dovrebbe nascere un’idea. La verità è che il blocco non è un vuoto: è un pieno. Un pieno di aspettative, di giudizi, di confronti, di frasi che non abbiamo ancora scritto, ma che già temiamo non saranno abbastanza. È come se la mente si riempisse di rumore proprio nel momento in cui vorremmo silenzio. E allora mi chiedo se davvero il blocco sia un problema o se sia, in qualche modo, un segnale. Un modo che ha il cervello per dirci: “Aspetta. Non correre. Non forzare. Non sei una macchina.” Perché la scrittura non è una fabbrica, è un organismo. Respira, si espande, si ritrae, si ferma, riparte. E noi, che scriviamo, spesso ci dimentichiamo che non possiamo pretendere di essere sempre in fase di espansione. Forse il blocco è solo la scrittura che si prende il suo tempo. Il tempo per sedimentare, per osservare, per ascoltare, per vivere. Perché senza vita non c’è linguaggio, e senza linguaggio non c’è storia. E allora mi accorgo che il blocco dello scrittore non è un fallimento. È una pausa. Una pausa che non va riempita a forza, ma rispettata. Una pausa che, se ascoltata, spesso diventa il punto esatto da cui nasce qualcosa di nuovo. Perché, alla fine, “il blocco” è solo la prova che stiamo cercando di dire qualcosa che conta davvero. E ciò che conta non arriva mai subito. Arriva quando vuole. E allora sì, capita anche a me di sentirmi inutile, di guardare il foglio bianco come se fosse un giudice. Ma poi mi ricordo che la scrittura non è una gara, non è una prestazione, non è un dovere. È un modo di stare al mondo. E quando il mondo diventa troppo rumoroso, la scrittura si ferma. Non per punirci, ma per proteggerci. E forse il blocco dello scrittore non è altro che questo: un atto di cura che la mente ci concede quando non riusciamo più a concederlo a noi stessi.
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