Sento il vomito che sale, è normale. Mi succede sempre quando prendo la mia dose giornaliera di pillole. Sono un impasticcato del cazzo. Mi hanno costretto a smettere con tutto, salvo poi sostituirlo con medicinali che, come effetto collaterale, vanno a creare proprio ciò che curano. Come può un farmaco metterci 18 mesi per fare effetto? Come si può costringere una persona ad aspettare così tanto per vedere dei cambiamenti? Che poi, cos’è cambiato? Non bevo? Non pippo? Se i dottori sapessero quanto è sadico il mio cervello, non mi lascerebbero tutti questi medicinali: potrei benissimo ripetere l’8 gennaio 2025. Ho ancora quel videomessaggio sul telefono. Ogni tanto lo guardo e mi guardo dritto negli occhi storti che avevo all’epoca dei fatti. L’angolazione non è cambiata, è solo cresciuta la panza, è comparsa l’acne e un’inestinguibile voglia di caffè.
Sto strazio va avanti ormai da tempi immemori. L’inizio fu da film horror: ero uno zombie, un morto che camminava. Avevo le bave alla bocca, mi dimenticavo le cose dopo 5 minuti, di notte non riuscivo a svegliarmi da quanto ero intontito e mi pisciavo sotto. Una sera ricordo che, prima di coricarmi, andai in cucina a bere e la testa cominciò a girarmi in una maniera che solo una volta avevo provato con la keta. Il giramento di testa cominciò lieve, salvo poi amplificarsi a tal punto da udire un rumore dentro che mi impediva di sentire le mie stesse parole. Crollai a terra. Non so per quanto ci rimasi, ricordo solo la pozza di bava fatta a terra e mia madre, tutta assonnata, che venne in mio aiuto. Cos’hai dovuto sopportare, mamma? Solo io e te lo sappiamo!
Questo è il ricordo più forte che ho del mio percorso iniziato anni fa, poi interrotto e poi ripreso. Non riesco a fare i conti delle cose che sono migliorate, non riesco ad accorgermene: mi sembra sempre tutto da buttare, come sto testo che sicuro cestino, sempre se non ci sarà un ripensamento. Quanti ne ho durante il giorno: ripensamenti, angosce, rancori, tormenti. Le ferite sul corpo con l’abbronzatura si sono fatte più marcate, si distinguono bene, soprattutto quelle che solcano sopra il tatuaggio di mia sorella. Non miravo a te, Martina: stavo cercando di uccidere me stesso e, dato che sono destrorso, ho puntato di più sull’avambraccio sinistro, per poi cambiare braccio, per poi cambiare parte del corpo.
L’unico cambiamento che riesco a vedere chiaro e limpido è la scrittura e tutto il mondo che man mano le si è creato attorno. Scrivere mi ha salvato. Scrivere mi ha fatto trovare nuovi compagni di avventure. Scrivere è un mio talento, è il mio lavoro. In casa battono i pugni sul tavolo, vogliono uno stipendio, ma io sto guadagnando così tanto che i soldi non mi servono a niente. Ho sempre visto le persone ricche come dei poveri privilegiati: hanno solo la pecunia e si possono sollazzare le palle con i pezzi viola, comprarsi uno scheletro di Stegosauro, ma difficilmente, se lasciati in mezzo al niente, riescono a creare qualcosa. Gli altri, loro, ovvero noi, abbiamo creato da zero, con zero euro. Io sono salito su un vagone in corsa: questo è vero, ma nessun figlio di papà mi ha mai convinto a fare 300 km di domenica per poter stare in compagnia e dialogare. La forza del gratuito è che nessuno lo vuole e, se non ci vogliono, peggio per loro: lasciateli leggere i vecchi dinosauri di questo paese, vecchi, che parlano del futuro che esisteva una volta.
Ora, per tornare al discorso delle pasticche: oggi, come mia consuetudine, mi sono dimenticato di prenderle alla mattina e le ho prese alle 14, il che ora mi rende assonnato, e qui tiro fuori di nuovo la scrittura. L’arte di mettere le parole in fila e farci un discorso è una cosa che né le droghe illegali né quelle legali mi hanno tolto. Ho sbagliato tipo 6 volte negli ultimi 10 minuti, ma non importa: il mio corpo ormai sa che, finché non è finita la fase di trans, dove devo buttare fuori tutto, il letto non si tocca.
Vorrei quindi concludere con i fuochi d’artificio, ma non sono tipo da grandi feste: gesti plateali sì, ma festeggiare non è mai stato nel mio essere. Poi, se volete contare i festeggiamenti da strafatto, va benissimo, ma il me sobrio non ama il casino: preferisce la campagna, il canticchiare degli uccelli, vedere qualche lepre o fagiano nei campi. E poi ho un cane: è come se fossi un genitore. Oggi la devo portare a fare il vaccino e dovrò armarmi di tanta pazienza, perché lei l’ambulatorio proprio no! Quindi vi lascio, che mia figlia mi aspetta!
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