Spero che abbiate visto o sentito parlare almeno una volta della teoria del fico, o meglio, dell’analogia del fico. Sylvia Plath, nel suo celebre romanzo La Campana di Vetro, usa un albero di fico come metafora di un’ostile - quanto meno scoraggiante - prospettiva di dover scegliere quale direzione dare al proprio futuro. Mi sono imbattuta nel famigerato paragrafo del fico circa a un terzo del libro, si tratta probabilmente del brano più noto dell’autrice, che non troppo recentemente ha raggiunto altrettanto successo anche sui social media.
Un passo indietro. Curioso che a distanza di due settimane dal mio arrivo in Belgio per il programma Erasmus, abbia tirato fuori un libro dalla valigia come si pescherebbe un biglietto dal cappello di un’illusionista: tre libri scelti senza apparente ragione, tutti stipati tra calzini e maglioni. Due scritti in inglese e uno in italiano. Decido che voglio prendermi una pausa dal frenetico e incessante scambio linguistico e così scelgo di partire dall’unico testo in lingua italiana. Forse ha voluto il destino, con il suo gusto per l’ironia da quattro soldi, che fosse La Campana di Vetro. Incredula inizio a leggere e mi pare quasi che questo libro mi stesse aspettando, che avesse fatto il viaggio con me, sapendo già che sarei finita su di lui, che avevo bisogno di lui.
La protagonista prefigura la sua vita dividersi, ramificarsi, davanti a sé come le braccia di un albero, e su ogni ramo un frutto lucido, un domani che ammiccava e prometteva. Ma prenderne uno significava condannare alla noncuranza tutti gli altri e infine lasciarli marcire. E così lei, che di appetito ne aveva da vendere, resta a cavalcioni su una delle tante estremità, appollaiata nel punto in cui il tronco si biforca, digiuna per eccesso di abbondanza, lascia i suoi futuri appassire con calma, uno dopo l’altro, continuando a scegliere di non scegliere, e li guarda cadere a terra come frutti dimenticati in una desolata cucina d’agosto.
Siamo tutti Esther Greenwood.
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