– Sai cosa dicono due casseforti quando si incontrano?
Lui non rispose. Non alzò nemmeno gli occhi dalla borsa.
– “Che coincidenza!”
Si fermò con una cravatta in mano.
– “Combinazione” – la corresse lui.
– Cosa?
– “Che combinazione!” Due casseforti si incontrano e dicono: “Che combinazione!”
Lei rimase a guardarlo, poi sbuffò.
– Sei un borsone. Era per farti ridere.
– Sì, ma se la racconti sbagliata…
– Sei nervoso.
– Non sono nervoso.
– È da mezz’ora che controlli una borsa per stare fuori mezza giornata.
Lui guardò il tavolo. C’erano il portafoglio, il caricabatterie, un power bank, una bottiglietta d’acqua, una cartellina trasparente con dentro tre copie del curriculum e una seconda cravatta.
– Voglio essere sicuro di non dimenticare niente.
– Devi fare un colloquio, non espatriare.
Lui prese la cravatta di ricambio.
– Be’, questa serve. Se mi sporco quella che ho addosso?
– Certo, sarebbe una tragedia.
La infilò nella borsa e controllò l’ora.
– Devo correre via.
– Dì la verità, sei più preoccupato di perdere il treno o che il tuo capo scopra dove stai andando? – chiese lei sorridendo.
– Non deve scoprirlo.
– Perché?
– Perché magari mi rinnova.
– Quello non sa neanche come ti chiami.
– Sa benissimo come mi chiamo. E comunque ha tanti dipendenti.
– E ha anche il suo famoso metodo.
Su quello non poteva darle torto.
Il suo capo sosteneva che una buona leadership cominciasse dal chiamare un dipendente per nome, perché – diceva – questo lo fa sentire parte dell’azienda.
Naturalmente, con tutti i dipendenti che aveva, sarebbe stato impensabile ricordarli uno ad uno. Per questo aveva elaborato un metodo tutto suo, che considerava infallibile: appena sentiva un nome, lo associava alla prima immagine che gli veniva in mente e da lì costruiva una piccola catena mentale. Il problema era che i cognomi gli venivano quasi sempre presentati di fretta e lui aveva una certa tendenza a sentirli male. E, una volta avviata l’associazione, spesso non riusciva più a tornare al nome di partenza e finiva per chiamare la persona con l’ultima parola che gli era rimasta impressa. Così anziché Mori sentiva Muri, e Mori finiva per diventare Pareti. Riva diventava Rima, che gli faceva pensare alla poesia e mutava in Poeti. Non mancavano poi metamorfosi più raffinate, come quella che aveva subito il povero Seri, chiamato Abati dopo essere passato – qualcuno sospettava – per Peri e, secondo una non meglio precisata estensione botanica, per Abeti.
– Con te, però, si è superato – disse lei.
– Ma non è del tutto colpa sua. Quando mi hanno presentato a lui hanno anche sbagliato accento, e quello lo fanno praticamente tutti.
– Sì, ma un conto è passare da Méderi a Medéri. Un altro è arrivare a chiamarti Meretani.
Tornò alla borsa.
– Comunque, non voglio che sappia del colloquio. Finché non mi dice cosa vuole fare col contratto, io non mi precludo niente.
– E fai bene. Anche perché questo colloquio non dovevi neanche averlo.
– Grazie.
– Hai capito cosa intendo.
Lo aveva capito. Lei era un’entusiasta di natura e continuava a mettere in fila gli eventi come se componessero un disegno: la mamma di una sua alunna le aveva detto che l’azienda in cui lavorava il marito stava valutando se aprire nuove posizioni per profili come il suo; la candidatura inviata quasi per caso; la telefonata arrivata poco dopo; infine il colloquio fissato di sabato, senza che Mederi dovesse nemmeno chiedere un permesso o inventarsi una scusa con il suo capo.
Per lei erano troppi incastri perché fossero soltanto fortuna. Continuava a parlare di destino e di segnali. Mederi, invece, considerava l’entusiasmo della fidanzata una forma particolarmente creativa di superstizione.
– Sono solo coincidenze – disse lui.
– O combinazioni – rispose lei con un sorriso.
Lui la guardò per un istante, poi chiuse la borsa.
Il colloquio, abbastanza informale, consisteva in un pranzo a Cremona.
Partendo da Parma, Mederi aveva due opzioni, ma aveva scelto di passare da Fidenza. Tenuto conto del cambio, sarebbe arrivato a destinazione alle 10:25, con un margine ampio e rassicurante.
Tuttavia, in stazione scoprì che la linea era interrotta e dovette ripiegare sull’alternativa: il regionale delle 9:07 per Piadena. Sarebbe arrivato alle 9:56 e da lì avrebbe preso il bus delle 10:35 per Cremona. Anche così sarebbe giunto a destinazione con un margine più che sufficiente.
Mederi odiava i treni, e in particolar modo i regionali. C’era sempre qualcuno che parlava troppo forte, qualcuno che occupava più spazio del necessario, bambini, e, soprattutto, quelli che guardavano video dal telefono senza cuffie.
Quella mattina, almeno, il video sembrava interessante.
«Oggi è il 24 ottobre 2026 e, se scriviamo la data come 24-10-26, succede una cosa curiosa: prendiamo 24 e 10 come se fossero i due cateti di un triangolo rettangolo e 26 come l’ipotenusa. A quel punto torna esattamente il teorema di Pitagora: 24 al quadrato più 10 al quadrato fa 26 al quadrato.
È per questo che oggi si può parlare di giornata pitagorica! Per una volta, perfino il calendario fa i conti giusti!
L’ultima è stata non troppo tempo fa: il 24 luglio 2025. La prossima? Il 4 marzo 2105, che verrà scritta come 04-03-05.
Quindi sì, godetevela, perché per un bel po’ il calendario smetterà di fare geometria!»
Interessante, sì, ma un po’ rumoroso ugualmente. E intanto il treno cominciava ad accumulare i primi minuti di ritardo. Diventarono dieci. Poi venti. Aveva quasi quaranta minuti di margine a Piadena e stava riuscendo comunque a consumarli tutti.
Guardava il proprio riflesso sul finestrino, irritato dal ritardo.
– Meretani!
Sobbalzò e si voltò di scatto. Il suo capo?
– No, no, Meretani. Una erre. M-e-r-e-t-a-n-i – scandì un uomo al telefono di fronte a lui.
Mederi rimase a guardarlo. Dunque un Meretani esisteva davvero.
Quando l’uomo riattaccò, si accorse che lo stava fissando.
– Mi scusi. È che sbagliano sempre il mio cognome.
Mederi si rilassò.
– Non si preoccupi. Capisco.
Il ritardo continuò a crescere. Quando arrivò finalmente a Piadena, il bus per Cremona era partito da pochi minuti. Mederi scese di corsa lo stesso, quasi per principio. Guardò il piazzale, poi il tabellone, poi di nuovo il piazzale, come se il bus potesse ricomparire.
Chiamò la fidanzata per aggiornarla. Era un fiume in piena.
– Niente, perso. Sì sì, c’è il treno delle 11:09. Ma sì, certo che arrivo comunque. Però capisci? Quasi quaranta minuti di margine. Quaranta! E non bastano! Ho appena sentito che oggi è una giornata pitagorica. Ma che ne so cosa c’entra! È solo per dire che persino l’universo, con tutto quello che ha da fare, riesce a far tornare le date, ma i mezzi no, non ce la fanno proprio! Non riescono a sincronizzarsi!
Chiuse la chiamata e si guardò intorno in cerca di qualcuno con cui protestare, ma la stazione sembrava essersi organizzata apposta per non offrirgli un colpevole.
– Però è curioso – disse una voce.
Mederi si voltò.
Su una panchina poco più in là era stravaccato un uomo dai capelli neri arruffati, con un gilet da pescatore beige pieno di tasche, una piccola tracolla e la Gazzetta infilata sotto il braccio. Teneva le gambe distese davanti a sé e sedeva quasi sul bordo, come se fosse scivolato lentamente verso terra e si fosse fermato appena in tempo. Aveva l’aria di chi aveva vagato quaranta giorni nel deserto e avesse finalmente trovato un luogo adatto a riposare.
– Come, scusi?
– Dico, è curioso che lei sia così arrabbiato perché quel bus non l’ha aspettata.
Mederi lo fissò. Ma cosa vuole questo?
Cercò comunque di mantenere un’espressione gentile.
– Lei ha deciso di prendere un treno – proseguì l’uomo. – Ha deciso dove andare, a che ora partire, dove cambiare. Tutte decisioni sue. E adesso si arrabbia perché il bus non l’ha aspettata, come se dipendesse da lei anche quello. Ma lei non può decidere a che ora arrivi il treno o che un altro mezzo la aspetti.
– Mi scusi, ma questo mi sembra abbastanza ovvio – disse Mederi.
– Certo che è ovvio. Il punto è che si comporta e si arrabbia come se non lo fosse. Per ogni decisione, noi scegliamo solo metà del percorso. È come innamorarsi. Lei può scegliere una donna e può desiderarla quanto vuole. Poi bisogna vedere se quella donna sceglie lei.
– Che razza di paragone! Un treno non è una persona, non sceglie niente!
– Naturalmente no. Però lei può scegliere il treno, e il treno può comunque non portarla dove voleva. È questo che intendo.
Mederi rimase in silenzio. L’uomo si sistemò meglio sulla panchina.
– Il problema è che noi siamo abituati a pensare alle cose una alla volta. Una decisione, una conseguenza. Un treno, un altro treno. E invece ogni tanto cose che non hanno niente a che fare tra loro finiscono per incontrarsi.
Mederi aggrottò la fronte.
– In che senso?
– Prenda oggi: poco fa, al telefono, lei non ha forse detto che è una giornata pitagorica?
– E quindi?
– Quindi oggi ha davanti agli occhi un esempio perfetto. Dieci, ventiquattro, ventisei. Presi da soli sono solo numeri. È il rapporto tra loro che li fa diventare qualcosa.
– È matematica.
– Certo che è matematica. Ma è proprio questo il punto: a volte il significato non sta nelle cose, ma nel rapporto che si crea tra loro.
Mederi continuava a guardarlo senza capire dove volesse arrivare.
– Io penso che succeda anche con quello che ci capita. Cose che sembrano non avere niente a che fare tra loro, a un certo punto tornano. E quando si incastrano senza che siamo noi a costringerle, di solito vuol dire che stiamo andando dalla parte giusta.
Mederi lo guardò.
– Ma queste non sono semplicemente coincidenze?
L’uomo scosse la testa.
– No. Le coincidenze non esistono. È solo il nome che diamo a più cose messe insieme quando non sappiamo ancora cosa farcene.
– E allora cosa dovrei fare? Mettermi ad aspettare dei segni?
– Oh! No no no! Quello sarebbe barare! Gli indizi ci sono già. Soltanto che normalmente sono nascosti in mezzo a tutto il resto e quasi non li vediamo. Oggi, però, sembra che il calendario abbia dato una traccia. Dieci, ventiquattro, ventisei. Se quei numeri dovessero farsi avanti, io non li ignorerei.
Ridicolo, pensò Mederi.
– Quindi, se ne vedo uno...?
L’uomo alzò appena le spalle.
– Può valere la pena seguirlo e vedere dove porta.
L’uomo si fermò un istante. Poi continuò:
– Se i numeri sanno dove devono andare, magari anche noi.
– E se invece non vedo niente?
– Allora mi sarò sbagliato.
La risposta lo spiazzò.
– Tutto qui?
– Tutto qui. Ma, se posso darle un consiglio, se qualcosa torna, non lo scarti subito solo perché le sembra una sciocchezza.
L’uomo prese la Gazzetta da sotto il braccio e si alzò.
– Mal che vada, avrà preso una strada sbagliata. Ma è così che funziona: le strade si scoprono sbagliate soltanto dopo averle prese. E quelle giuste allo stesso modo.
Alle 11:09 Mederi salì finalmente sul treno per Cremona.
Si sistemò al suo posto cercando di non ripensare all’uomo della panchina. Naturalmente non gli aveva creduto. Eppure, continuava a tornargli in mente una frase in particolare: se i numeri sanno dove devono andare, magari anche noi.
Il treno era partito da pochi minuti quando gli squillò il telefono. Il pranzo non si sarebbe più potuto fare: per un imprevisto, il colloquio doveva essere spostato al pomeriggio.
Mederi guardò l’ora. Per qualche secondo non seppe se essere infastidito o sollevato. Dopo tutta quella corsa, improvvisamente non aveva più nessuna fretta.
Tutto sommato poteva andare peggio. Almeno non rischio più di arrivare tardi.
Pochi minuti dopo il treno rallentò. Poi rallentò ancora, fino a fermarsi. Passò qualche minuto prima che dagli altoparlanti arrivasse una voce a spiegare che, a causa di un guasto, il viaggio non sarebbe potuto proseguire regolarmente.
Mederi chiuse gli occhi e respirò profondamente. Il treno era fermo accanto al cartello della stazione di Gazzo-Pieve San Giacomo. I passeggeri furono fatti scendere. Sul piazzale qualcuno spiegò che sarebbe stato organizzato un servizio sostitutivo per Cremona, ma nessuno sembrava sapere esattamente quando. Guardò l’ora e sbuffò. Gli tornò in mente l’uomo di Piadena. Noi scegliamo solo metà del percorso. Certo. E l’altra metà, oggi, sembra essersi messa d’impegno per scegliere male.
Non aveva alcuna intenzione di concedere a quella giornata altro tempo per inventarsi qualcosa.
Fu allora che arrivò una navetta. Notò che sul parabrezza, accanto a una scritta che non lesse nemmeno, campeggiava un numero: 1024.
Mederi rimase a fissarlo.
Dieci. Ventiquattro. Vuoi vedere che…
– Buongiorno, mi scusi. Va a Cremona? – chiese.
L’autista gli spiegò che era una navetta per una fiera, passava da alcuni paesi della zona e terminava a Vescovato.
Fece per allontanarsi, poi si fermò.
– Ma da Vescovato si arriva facilmente a Cremona? Mi scusi, non sono di queste parti.
– Certo, ci sono i bus di linea.
Si voltò verso gli altri passeggeri che stavano aspettando il sostitutivo. Poi tornò a guardare il 1024. Si sentì molto stupido, eppure salì.
Quando la navetta fu partita, aprì la mappa sul telefono per capire dove stesse andando davvero.
Verso Pieve San Giacomo, direzione Vescovato. Da lì a Cremona.
Mederi allargò la mappa con due dita. Disegnava quasi un triangolo rettangolo: la strada diretta verso Cremona sembrava l’ipotenusa, lui invece stava seguendo i cateti.
Buffo. Il triangolo c’è. E se i numeri sanno davvero dove devono andare... In fondo, due su tre si sono già fatti vedere.
Guardò la mappa ancora un po’. Poi spense lo schermo.
A Vescovato scese. Poco dopo arrivò l’autobus che aspettava. Man mano che si avvicinava, la scritta diventava sempre più chiara: era il K206.
Mederi fissò il numero. Due. Sei. Ventisei.
– Lo sapevo – disse.
Salito sul bus, trovò posto vicino al fondo.
Scrisse alla fidanzata per aggiornarla. Non sapendo a che ora si sarebbe liberato, le disse che non se la sentiva più di rientrare a Parma per la cena che avevano programmato. Lei gli propose di raggiungerlo a Cremona e recuperare almeno con un aperitivo. Così, con il bus ormai entrato in città, Mederi chiamò il ristorante per disdire.
– Buongiorno, avevo un tavolo per due a nome Mederi. Sì, per stasera. Purtroppo devo annullare.
Intanto erano arrivati e i passeggeri cominciavano a scendere. Davanti a lui, un uomo si alzò, prese la giacca e si avviò verso l’uscita.
Sul sedile aveva lasciato un mazzo di chiavi.
Mederi lo raccolse e, mentre parlava con il ristoratore, fece cenno all’uomo con la mano. Quello si voltò e lui gli mostrò le chiavi.
L’uomo tornò indietro e se le riprese proprio mentre Mederi concludeva la telefonata.
Scesero quasi insieme.
– Grazie davvero – disse l’uomo, infilando le chiavi in tasca. – Non so dove ho la testa. È stata una giornataccia. Mi si è pure piantata la macchina. Ci mancava solo che perdessi le chiavi.
– Guardi, non me lo dica. La capisco.
Si salutarono e, usciti dalla stazione, presero due direzioni diverse.
Aveva ancora un po’ di tempo. Mangiò qualcosa in fretta e si fermò davanti a una vetrina per sistemarsi la cravatta. Il nodo era già a posto, ma lo aggiustò comunque. Poi raggiunse l’indirizzo che gli avevano indicato. Entrò nell’edificio e si presentò alla reception. Gli chiesero di aspettare qualche minuto. Mederi si sedette, appoggiò la cartellina sulle ginocchia e cercò di rimettere in ordine i pensieri. Ogni tanto controllava l’ora, poi smise: ormai era lì.
Dopo qualche minuto, vennero a chiamarlo.
Seguì il corridoio fino a una stanza in fondo. La porta era già aperta. Entrò.
Dietro alla scrivania c’era l’uomo delle chiavi.
Si guardarono per un istante.
– Che combinazione! – disse quello. – Lei è quello delle chiavi! Méderi, giusto?
Mederi rimase immobile un secondo di troppo.
– Giusto.
Quella fu probabilmente la cosa che lo colpì di più. Il suo capo lavorava con lui da tempo e continuava a chiamarlo Meretani. Quell’uomo aveva sentito il suo cognome una volta sola, quasi per caso, mentre scendevano da un autobus, e se lo ricordava.
Méderi. Pronunciato bene. Per un momento gli sembrò perfino strano sentirlo.
E allora cominciò a mettere insieme tutto.
La mamma dell’alunna. La candidatura inviata quasi per caso. Il colloquio di sabato. La linea interrotta. Piadena. L’uomo sulla panchina. Il 1024. Il triangolo sulla mappa. Il K206. E quell’uomo, la sua macchina guasta e le sue chiavi dimenticate.
Quando le cose tornano, vuol dire che stiamo andando dalla parte giusta.
E se fosse davvero così?
Niente più Meretani. Niente più rinnovi da aspettare con il fiato sospeso. Niente più bisogno di nascondere colloqui come se cercare un altro lavoro fosse un tradimento.
Forse la fidanzata aveva ragione. Forse l’uomo della panchina aveva ragione. Forse perfino quella storia della giornata pitagorica, alla fine, era servita a qualcosa. Di certo lui i cateti li aveva seguiti. E lo avevano portato esattamente lì.
Sostenne il colloquio con una sicurezza che non aveva mai avuto. Per la prima volta, non gli sembrava di dover convincere qualcuno: aveva quasi la sensazione di essere semplicemente arrivato dove doveva arrivare.
L’uomo annuì molto, prese qualche appunto e gli disse che preferiva essere trasparente: stavano ancora valutando se aprire una posizione di quel tipo, avrebbero incontrato un altro paio di persone e solo dopo si sarebbero confrontati internamente.
Mederi ascoltò. Una parte di lui continuava ad aspettare un segnale: una frase un po’ più calda, un sorriso, qualcosa che gli facesse capire che stava andando davvero nella direzione giusta. Non arrivò.
– Naturalmente – concluse l’uomo – le faremo sapere quanto prima.
Mederi sorrise cordialmente.
– Certo.
La fidanzata lo raggiunse a Cremona nel tardo pomeriggio. Mederi le raccontò l’odissea del viaggio e il colloquio, soffermandosi soprattutto su quello che non era riuscito a capire: nessuna domanda fuori posto, nessun segnale negativo, ma nemmeno qualcosa a cui aggrapparsi davvero. Più ne parlava, meno riusciva a decidere se fosse andato bene oppure no. Dell’uomo incontrato a Piadena, però, non disse nulla: lei vedeva già abbastanza segnali per conto suo e non aveva certo bisogno di ulteriori incoraggiamenti.
Per fortuna, però, a un certo punto parlarono d’altro. E così l’aperitivo si allungò, arrivò qualcosa da mangiare, poi qualcos’altro, e finì per diventare cena.
Presero l’ultimo collegamento utile per rientrare a Parma. Sarebbero passati da Codogno, dove avrebbero avuto una coincidenza di appena dieci minuti, ma il primo treno arrivò in ritardo. Scesero in fretta e corsero al binario, ma i fanali si allontanavano già nel buio.
Mederi rimase a guardarli. Lei gli si fermò accanto.
– Andato?
Mederi seguì ancora per un momento le luci del treno.
– Andato.
Fece un mezzo sorriso.
– Aveva ragione quel matto. Forse lavora per le ferrovie: ecco perché sapeva che le coincidenze non esistono.
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