Quando ad Ambanelli spiegano che «prima di tutto c’è A» e «poi c’è B», lui non capisce perché debba esserci un prima e un dopo.
«Le hanno messe in ordine così», gli rispondono. Ma Ambanelli vuole sapere se, mettendo B prima di A, cambierebbe davvero qualcosa.
No.
Poi arriva la C, che si può pronunciare in due modi.
«Queste cose le ha inventate della gente che aveva tempo da perdere».
Questa è la conclusione di Ambanelli. Non avendo ancora imparato a leggere, evidentemente vede il codice alfabetico per quello che è: un insieme di convenzioni che noi abbiamo assimilato così bene da non percepirle più come tali. Quando vuole imparare a firmare, però, le lettere sembrano avere un ordine logico: la A iniziale va bene, poi arriva la M, poi la B e finalmente – pensa – si ragiona; poi però arriva un’altra A – che gli assicurano essere proprio uguale alla prima – e Ambanelli torna perplesso. Poi, dopo la firma, impara altre parole, «corte e lunghe, alte e basse, magre e grasse», così come le immaginava, finché arriva a cento. E, dato «il bel lavoro», decide che può anche bastare così. Ma, quando ne incontra una in mezzo a ciò che non sa leggere, è «contento come se avesse incontrato un amico».
Così si chiude il racconto La scoperta dell’alfabeto di Luigi Malerba. Mi è tornato in mente lo scorso 8 settembre, in occasione della Giornata internazionale dell’alfabetizzazione.
Siamo onesti: spesso ricorrenze del genere sembrano riguardarci poco da vicino. L’analfabetismo appartiene facilmente a un altro luogo o, al massimo, a un’altra epoca. E, quando proviamo a riportarlo dalle nostre parti e ai nostri giorni, gli aggiungiamo volentieri un aggettivo: “funzionale”, “digitale” e via dicendo. Perché noi, d’altronde, siamo alfabetizzati. Conosciamo certamente più delle cento parole che ad Ambanelli erano bastate per ritenersi soddisfatto.
Ma siamo davvero sicuri di essere poi così diversi da lui?
In fondo, dentro quello che leggiamo e ascoltiamo, non facciamo forse anche noi qualcosa di simile? Non cerchiamo una parola già incontrata, una categoria nota, qualcosa che ci permetta almeno di orientarci? Tuttavia, c’è una differenza non da poco. Ambanelli sa benissimo che intorno alle sue cento parole resta tutto ciò che ancora gli sfugge. Noi istruiti, invece, abbiamo un problema diverso: proprio perché disponiamo di molte più parole, rischiamo più facilmente di scambiare la familiarità per comprensione. Basta riconoscere una parola e, quasi senza accorgercene, ci sembra già di afferrare il suo significato in quel contesto. Così un fatto nuovo diventa subito la conferma di qualcosa che sapevamo già; un comportamento il sintomo di qualcos’altro; un dato la dimostrazione che avevamo ragione. E, qualche volta, possiamo anche smettere di leggere davvero ciò che abbiamo davanti.
Non significa, naturalmente, che dovremmo conoscere meno parole. Tutt’altro. Ambanelli poteva permettersi di fermarsi a cento; per chi studia, insegna, ricerca o pensa per mestiere sarebbe, invece, una soluzione assurda. La questione, allora, non è avere poche o molte parole: conoscerne di più è, ovviamente, un vantaggio. Il punto è che non basta accumularle. Bisogna anche capire che cosa abbiamo in mano, senza trasformare il lessico in un «collezionismo di parole complicate», di deandreiana memoria: parole rare, preziose, magari bellissime, ma tenute più per essere esibite che per essere davvero usate.
Le parole, in fondo, sono un po’ come le monete: bisogna averle nella borsa, certo, ma, oltre a possederle, è necessario conoscerne «la lega e ’l peso».
Prendo in prestito quest’immagine dal Paradiso: anche se Dante parlava d’altro, la metafora funziona anche qui, perché avere molte parole serve a poco se non sappiamo che cosa valgono quando le spendiamo. Del resto, se Ambanelli poteva immaginarle corte o lunghe, alte o basse, magre o grasse, anche noi possiamo provare a figurarcele in altri modi: come monete, appunto, oppure come vino.
E il vino – si sa – non resta uguale a sé stesso. Può invecchiare bene o male, acquistare corpo, sviluppare nuovi aromi. Può aver bisogno di tempo per decantare, diventare più pregiato oppure inacidirsi. Anche le parole cambiano così: il tempo e l’uso depositano significati, ne fanno emergere di nuovi, qualche volta le arricchiscono e qualche altra le consumano. Ma soprattutto anche loro possono essere annacquate. A forza di usarle in contesti sempre diversi, per indicare cose sempre più lontane tra loro, finiscono per diluirsi. Diventano più facili da versare dappertutto, più adatte a ogni occasione, magari anche più semplici da mandare giù. Ma proprio per questo rischiano di perdere consistenza. Ed è proprio quando una parola si diluisce abbastanza da adattarsi a quasi tutto che diventa particolarmente comoda. Il paradosso è che nemmeno un lessico molto ricco ci mette al riparo da questo rischio. Anzi: se non sappiamo più valutare bene il peso delle parole che possediamo, averne molte significa anche avere più possibilità di trovare un nome sotto cui far rientrare ciò che incontriamo. E così possiamo ritrovarci con tantissime parole annacquate che, alla prova dei fatti, ne valgono cento, restando convinti di «aver fatto un bel lavoro» senza nemmeno accorgerci di esserci fermati.
Ed è così che il mondo torna ordinato.
Qualunque evento trova la sua categoria. Qualunque comportamento la sua spiegazione. Qualunque novità il precedente che la rende meno nuova.
A, poi B, poi C.
E c’è un passo ulteriore: quando le parole non le interpretiamo nemmeno più, ma ci limitiamo ad applicarle. Succede nella burocrazia, per esempio, quando una formula, una procedura, una categoria amministrativa smettono di essere strumenti e diventano risposte autosufficienti. Non importa più tanto capire il caso concreto e chiedersi che cosa la regola dovrebbe tutelare o disciplinare, quanto trovare la casella giusta in cui farlo rientrare.
Il regolamento dice questo. La procedura prevede quello. Il sistema non consente altro.
A volte sarà inevitabile. Altre volte resta il sospetto che chi applica la regola non conosca più bene la finalità per cui quella regola esiste.
Ed è forse qui che il dubbio di Ambanelli torna a farsi interessante. Perché proprio in questo ordine: prima la A e poi la B?
Per l’alfabeto la risposta è abbastanza semplice: perché abbiamo deciso così. Qualche convenzione bisogna pur accettarla, se vogliamo arrivare alla fine del dizionario. Il problema comincia quando ci abituiamo troppo all’ordine che abbiamo trovato. Quando una categoria smette di sembrarci una categoria, una procedura una procedura, una spiegazione una spiegazione; quando ciò che siamo abituati a vedere in un certo ordine finisce per sembrarci l’unico ordine possibile.
Noi ad Ambanelli, tutto sommato, un po’ ci assomigliamo già. Forse il punto è provare ad assomigliargli fino in fondo. Non certo fermandoci alle sue cento parole, ma conservando la stessa consapevolezza del confine tra ciò che conosciamo e ciò che ancora ci sfugge. E, al contempo, la stessa perplessità davanti a ciò che ci viene presentato come inevitabile. Abbastanza ignoranza, insomma, da poter chiedere ancora, ogni tanto: perché c’è la B dopo la A?
Ormai è autunno. La scuola è ricominciata, qualche corso del nuovo anno accademico è partito e altri cominceranno a breve. Per qualcuno sarà il primo ingresso in aula, per altri uno dei tanti ritorni. Potrebbe essere un buon momento per augurarsi di imparare qualcosa in più, certo, ma soprattutto di diventare più precisi in quello che diciamo e un po’ meno sicuri quando pretendiamo di aver già capito.
Tra l’altro, questo sarà il primo anno accademico che non vivrò da studente, o almeno così pare. E allora mi tornano in mente soprattutto i professori che, negli anni, hanno provato a insegnarmi modi un po’ meno sbrigativi di guardare le cose. Se e quanto io sia stato bravo a impararli è un’altra questione, ma la mia gratitudine non dipende dal mio rendimento. A chi comincia o ricomincia quest’anno augurerei soprattutto questa fortuna: incontrare qualcuno capace di aggiungere qualche parola alla sua borsa e, insieme, di insegnargli a pesarla prima di spenderla.
Continuare a incontrare amici, certo. Ma anche qualche sconosciuto.
Se riuscissimo a fare almeno questo nella nostra quotidianità di studenti e studiosi, sarebbe già una discreta conquista. E poi – perché no – potremmo provare a portare la stessa attenzione un po’ più lontano, nei luoghi in cui le parole non servono soltanto a descrivere il mondo, ma contribuiscono a organizzarlo. Negli uffici, nelle istituzioni, fino ad arrivare ai parlamenti, dove una parola scelta bene o male può smettere di essere soltanto una parola e diventare una norma.
È forse soprattutto lì che la perplessità di Ambanelli merita di essere conservata.
Nell’alfabeto, che dopo la A venga la B è una convenzione che possiamo tranquillamente accettare. Altrove, invece, chiedersi perché proprio quella parola, quella categoria o quell’ordine significa provare a capire non soltanto ciò che abbiamo davanti, ma anche come e perché abbia assunto proprio quella forma.
Per noi istruiti, il punto può essere anche questo: possedere sempre più parole ma soprattutto sapere sempre meglio che cosa fanno, che cosa riescono a distinguere e che cosa, invece, rischiano di nascondere. In questo senso l’alfabetizzazione ci tocca molto da vicino. Non appartiene soltanto ad altri luoghi o ad altre epoche: riguarda anche il modo in cui leggiamo, distinguiamo e proviamo a capire ciò che abbiamo davanti.
Per la cronaca, questa riflessione è cominciata dalla Giornata internazionale dell’alfabetizzazione, che, casualmente, condivide la data con lo Star Trek Day: proprio l’8 settembre 1966 la serie debuttò sulla televisione statunitense. La coincidenza, a pensarci, non è nemmeno così fuori tema: da una parte il richiamo al valore del saper leggere e comprendere; dall’altra una celebrazione dell’immaginazione e dell’esplorazione di ciò che ancora non conosciamo. In fondo, entrambe chiedono di guardare un po’ oltre ciò che ci è già familiare.
Anche se, per il momento, sarebbe già sufficiente riuscire a leggere un po’ meglio questo mondo. Per il resto dell’universo possiamo ancora attrezzarci.
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