La storia di Jane Doe è una storia che ha il sappre di un cattivo caffè, amaro, cocente, ordinario e necessario per svegliarsi. La sua storia risale al 2024 e diventa nota solo lo scorso settembre, propagandosi ovunque come un’epidemia digitale giorno dopo giorno. Vi consiglio di informarvi e interessarvi. Sarò concisa eppure non esauriente affatto. Oggi più che mai la polarizzazione sociale legata al sentimento di ostilità e opposizione contro il sesso maschile rappresenta una frattura crescente nei dibattiti pubblici e soprattutto social. Per tanto tempo ho ritenuto sufficiente pensare che non avessimo bisogno degli uomini - sottomissione patriarcale vi dice qualcosa? - tuttavia oggi storco il naso. Oggi mi consuma un’ossessiva stanchezza davanti alla storia di Jane Doe e depongo le armi davanti ad un’illusione bellissima e terribile: l’idea che si possa e, anzi, che si debba marciare insieme, compatti e affilati come un esercito contro lo stesso nemico che ci divora tutti nell’ombra e nel silenzio del machismo: la cultura dello stupro.
Uomini, abbiamo bisogno che rompiate questo vostro silenzio di pietra poiché assordante. Abbiamo bisogno che vi ergiate al nostro fianco, che reclamiate come vostra la nostra lucidissima collera, l’indignazione che ci brucia la gola, la disperazione che pende come una lama, l’angoscia che s’annida nei polmoni, questa bile nera, questo sfinimento fino al midollo, questa paura sorda e costante. Abbiamo bisogno che urliate contro una gabbia marcia, che spezziate i denti di questo meccanismo, un sistema cieco e ingiusto che rifiuta di guardarsi le mani e di riconoscere la propria colpa. Uomini, non derideteci e non additateci come isteriche quando ci infiammiamo davanti al vostro “Not all men” perché è di ogni uomo che abbiamo paura - di chi ci guarda morire e di chi guarda dall’altra parte. Occorre una consapevolezza feroce, occorre che vi arruoliate attivamente e che vi si rivolti lo stomaco. Non vi salverà il non essere stupratori e non vi renderà immuni dalle colpe di un sistema che vi nutre e vi protegge da troppo tempo.
Fare il bene non è un’assenza, non è il semplice astenersi dal non fare il male. Restare inerti e pigri non significa essere innocenti e soprattutto rimanere in silenzio significa farsi complici. Arrivati a questo punto del testo, sono sicura che in molti, e ancora, in troppi, avranno pensato e frignato: “Non siamo mica stati noi! Non potrei mai farlo! Nessuno dei miei amici lo avrebbe mai fatto!” senza rendersi conto che ciò ch’è tollerato, è accettato e ciò ch’è permesso, è incoraggiato. Viene da chiedersi: Chi è nato prima? L’uomo che violenta o l’uomo che tace e acconsente la violenza? Dove siete, uomini?
Ora non riesco a non vedere il parallelismo. Circa una sessantina di uomini nella chat di gruppo sono rimasti fermi (o anzi, si davano di gomito) come stoccafissi e muti come statue di gesso sapendo che una donna sola, vulnerabile e in trappola come un agnello in mezzo a lupi non possedeva voce né forza per gridare (”free pussy upstairs”, “shop still open?”, “like you can wal in and whip it out”). Ora il mondo intero e i social tremano dei passi e delle voci delle donne che urlano contro questo orrore, eppure da voi, o se preferite, da troppi di voi, solo un altro immenso vuoto. Dove siete, uomini?
Per concludere, la storia di Jane Doe mi porta a notare un’altra importante questione: il movimento MeToo non è sepolto, il nostro coro respira ancora. È atroce e chiaro come la luce del sole il modo in cui non abbiamo esitato per un solo respiro prima di radunarci telematicamente come uno sciame incazzato intorno a Jane Doe. Schierate e impavide nell’attesa che mani sudicie provino a denudarla del suo vero nome.
Io sono Jane Doe.
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