Recentemente ho appreso che esiste l’usanza, sempre più diffusa, di far scrivere gli elogi funebri a un’intelligenza artificiale.
Si è sviluppata un'intera nicchia all'interno del settore del Grief Tech che ha portato all’utilizzo non solo dei più comuni software di IA generativa, ma anche di piattaforme specializzate, per redigere quei discorsi che i familiari più vicini della vittima andranno a leggere durante il funerale, o in occasioni simili. È l’incontro più strano e inopinato a cui riesca a pensare: la tecnologia più fredda e logica che si fa carico del compito più umano e delicato che esista, quello di dire addio.
C’è molta discussione riguardo questa pratica. Molti, comprensibilmente, la ritengono agghiacciante, sdegnosa o, addirittura, la guardano con rabbia, collera. Certamente è molto facile riconoscere un elogio scritto dall'IA: suonano tutti uguali, privi di anima. Tuttavia, guardare a questa scelta solo attraverso la lente del cinismo rischia di farci sfuggire la sua reale matrice: la fragilità. Non è la pigrizia che spinge qualcuno a imprigionare il ricordo del proprio caro in una stringa di testo; è, credo, la paralisi. Il lutto non è solo dolore, è soprattutto stanchezza. Quando la morte irrompe, il tempo si serra all’improvviso, sabotato dalla spietata burocrazia: telefonate a cui rispondere, decisioni pratiche da prendere, persone con cui avere a che fare. E l’atto della scrittura, dal suo canto, richiede un’assoluta emarginazione dal fuori, dalle mute leggi dello spazio e del tempo, dalla vita. L’atto della scrittura è un atto che si compie esternamente all’esistenza, come si fosse uno spettatore, come Atteone che contempla il bagno di Artemide. Quando si poggia la penna torna la vita, e giunge allora il momento di lasciarsi sbranare dai cani. Dunque, come ci si può permettere una tale astrazione, quando mai più come in quel momento la vita posa il suo fardello sulle nostre spalle? Come, come.
Il paradosso, però, è difficile da ignorare. Una relazione costruita nel corso di un’intera vita, condensata in una formula scritta da una macchina, crudelmente ignara. Quando il cervo è caduto e il bosco ha smesso di tremare, i cani non tacciono. Corrono tra i tronchi, alzano al cielo la loro voce spezzata e chiamano il padrone. Lo chiamano per nome, Atteone, Atteone, lamentano che non sia lì a vedere la preda. Non sanno che la preda è lui. Ululano il suo nome sul suo corpo, fedeli fino a non vederlo, e il loro dolore è la cosa più sincera di tutta la foresta. La macchina, invece, non è sincera. Non può esserlo. La sincerità appartiene a chi potrebbe mentire, a chi nel dire il vero rischia qualcosa. Quando pronuncia il nome del defunto, intreccia le virtù e dispone con grazia le parole dell’addio, la macchina non mente e non dice il vero, perché dietro quelle frasi non c’è nessuno a cui il dolore sia costato. Il suo ululare è senza gola, lamento levigato che non cerca nessuno, perché nessuno le è mai mancato. Noi cani, invece, avvertiamo più che mai il sapore del sangue nella gola. Davanti a un foglio che non abbiamo scritto, a parole che suonano giuste ma che non ci appartengono, può accadere che il testo finisca, che il foglio scivoli via e che dalle labbra ci esca un nome, soltanto quello. Senza stile, senza probabilità, senza grazia. È l’unica frase che nessuna macchina avrebbe potuto trasmettere, perché nessuna macchina l’ha mai perso.
La lettera uccide, ma lo Spirito vivifica.
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