
"Libera volpe in libero pollaio", questa frase di Che Guevara sentita nel programma di Maurizio Crozza mi è rimasta impressa nella mente. È successo perché io stesso credo fortemente che se il capitalismo non si controlla si creano dei disquilibri di potere, opportunità e vita giganteschi. Come può un solo uomo avere un patrimonio che supera il PIL di un paese intero o addirittura di più paesi messi assieme? Parlo di Musk, Bezos e compagnia bella. Nel 2021 ProPublica ha dimostrato che Elon Musk e Jeff Bezos hanno pagato, in certi anni, zero imposte federali sul reddito. Zero. Mentre un operaio che guadagna 1.500 euro al mese si vede portare via il 30%. Non è capitalismo: è tornare al feudalesimo con il 5G. E il problema non è semplicemente che esistano persone immensamente più ricche di altre. Il problema è quando quella ricchezza diventa un lasciapassare, quando avere più soldi significa poter contribuire meno, influenzare di più e sottrarsi a regole che, per tutti gli altri, sono scolpite in un monolite insormontabile. Perché se le regole sono uguali soltanto sulla carta, allora non stiamo più parlando di uguaglianza: stiamo parlando di privilegi.
Quindi, com'è possibile che in Italia si vada a tassare chi, ovviamente, si sa che andrà in difficoltà con il debito, invece di tassare i miliardi di extraprofitti delle banche, di tassare un'azienda straniera che vuole stabilirsi qui e dettare regole?
Per arrivare a comprendere questa situazione bisogna guardare non soltanto a chi paga le tasse, ma anche a chi ha il potere di negoziarle, evitarle o condizionare le decisioni di chi dovrebbe riscuoterle. Il lavoratore non può trasferire il proprio stipendio in un altro Paese per pagare meno imposte. Le nostre amate lobby, invece, possono organizzare le proprie attività su scala internazionale, scegliere dove investire e sfruttare le differenze tra i sistemi fiscali. Non sono due giocatori seduti allo stesso tavolo o, quanto meno, non hanno le stesse carte in mano e, a poker, si sa chi conta le carte: sbanca!
Perché non siamo più uno stato sovrano? Perché non esiste più chi, come Enrico Mattei, fa il bene dello Stato e toglie ai grandi investitori privati, all'epoca costruttori di dighe, espropriando e mantenendo il controllo? Queste domande meritano risposta e la risposta è molto semplice. Oggi come oggi non conviene a nessun politico mettersi contro una lobby, altrimenti lei prende e se ne va con la stessa velocità con cui è arrivata. Nel 2023 la Banca Centrale Europea ha certificato che oltre 1.000 miliardi di euro di capitali privati europei sono finiti in paradisi fiscali. Mille miliardi. Non è che lo Stato non vuole tassare i pesci grossi: è che i pesci grossi hanno imparato a nuotare fuori dalla vasca.
Ed è per questo motivo che il problema non è soltanto fiscale, ma va a toccare anche i ranghi della politica. Perché uno Stato può anche decidere di alzare le tasse, imporre nuove regole o difendere un interesse collettivo, ma deve fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte. Se il capitale può attraversare i confini più velocemente delle leggi, chi governa si trova davanti a una domanda scomoda: fino a che punto può difendere i cittadini senza rischiare di perdere investimenti, attività economiche e posti di lavoro? È in questa tensione che si misura una parte della sovranità reale di un Paese. Io, fossi la vecchia Italia, ex quarta potenza mondiale, non mi farei abbindolare da quattro avvocati vestiti da cameriere che minacciano di andarsene, però poi, boh, questo lo penso io!
Uno studio del 2024 di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini, Santoro) ha dimostrato che il sistema fiscale italiano è progressivo solo fino al 95° percentile. Poi diventa regressivo.
In poche parole il 95% della popolazione con redditi medio-bassi si vede alzare le aliquote in base a quanto sale il reddito il restante 5% più ricchi gode di agevolazioni e la loro quota di tasse imposte sul reddito si abbassa quindi regredisce!
Ma la questione non riguarda soltanto quanto uno Stato riesca a incassare. Riguarda anche come distribuisce il peso del suo funzionamento. Perché uno Stato può continuare a esistere, approvare leggi, riscuotere imposte e finanziare servizi pubblici, e tuttavia lasciare che il peso maggiore ricada su chi ha meno possibilità di sottrarsi. La domanda, allora, non è solo se lo Stato sia sovrano o meno ma, quella sovranità a chi è rivolta e a chi fa comodo.
Significa che i super-ricchi, proporzionalmente, pagano meno tasse di me e di te. È come dire: più soldi hai, meno lo Stato ti rompe il cazzo.
E quando questa sensazione si ripete abbastanza a lungo, succede qualcosa di più grave della semplice rabbia per una tassa considerata ingiusta: si incrina la fiducia nelle regole comuni. Chi lavora e paga si domanda perché debba rispettare ogni obbligo, mentre chi dispone di risorse enormi sembra avere sempre una via d'uscita. E quando le persone smettono di credere che le regole valgano per tutti, cominciano a fare il cazzo che vogliono. C'è chi evade il fisco, c'è chi se ne va in un altro paese a prendere il triplo per la stessa mansione e poi c'è chi muore di stenti, contenti?
La mia risposta prima doveva essere un po' diversa: non si può essere uno stato sovrano perché ormai la sovranità non appartiene più alla politica ma ai capitali. Sono come gli schermi dei telefoni: più grande ce l'hai, meglio è!!
Al giorno d'oggi, però, effettivamente, facciamo anche fatica ad immaginare un mondo e una società più lenti, più legati alla terra e alla natura.
Il potere economico non si manifesta soltanto nei bilanci delle multinazionali o nelle decisioni dei governi. Si manifesta anche nelle nostre giornate, negli orari che dobbiamo rispettare, nel tempo che non riusciamo a trovare e nella sensazione di essere sempre in ritardo rispetto a qualcosa; io ne sono un chiaro esempio. Ho perennemente l'ansia di perdermi qualcosa.
Perché il sistema economico non organizza soltanto il modo in cui produciamo e distribuiamo la ricchezza: contribuisce anche a stabilire il ritmo con cui viviamo.
Oggigiorno il ritmo di tutto ciò che conosciamo è accelerato per stare al passo con i mercati. In borsa è un continuo saliscendi di numeri fittizi e così è diventata anche la nostra vita un susseguirsi di eventi, uno dopo l'altro, che non ci dà modo di apprezzarne e osservare la loro bellezza. Mi viene in mente la classica mamma o papà che fa la mattina tutta di fretta perché c'è da andare al lavoro, bisogna considerare il traffico, i bambini sono assonnati e non collaborano, quindi niente possibilità di un momento per apprendere in autonomia perché non c'è tempo, non c'è spazio.
E il problema è che questa fretta non la viviamo più come un'eccezione. La consideriamo normale. Ci abituiamo a essere stanchi, a rimandare ciò che ci fa stare bene, a rispondere mentre facciamo altro e a riempire ogni spazio vuoto con un nuovo impegno. Fino al punto in cui non ci chiediamo più se il ritmo che stiamo sostenendo sia umano: ci chiediamo soltanto come poter reggere un altro giorno. E quando il limite arriva, troppo spesso lo consideriamo un fallimento personale, invece di domandarci se ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui abbiamo organizzato il lavoro e la vita.
Il capitalismo ha creato questo, anzi, si è impadronito di questo, cioè tutto.
Nel 2019 l’OMS ha dichiarato il burnout come “fenomeno occupazionale”. Non una malattia, ma un effetto collaterale del mondo che corre troppo. Il capitalismo ci ha messo il turbo sotto al culo e poi ci chiede pure di sorridere mentre brucia! Secondo Deloitte, nel 2023 il 48% dei lavoratori europei ha dichiarato di non avere più controllo sul proprio tempo. Quasi la metà. Il capitalismo non ci ha solo rubato il portafoglio: ci ha rubato le ore, i giorni, le settimane, la vita.
Ecco come condenserei tutto, mantenendo il tuo tono viscerale e provocatorio, senza perdere i concetti fondamentali.
E allora, che cazzo si fa? Ci rassegniamo a correre come criceti sulla ruota, lavorando per guadagnare, guadagnando per consumare e consumando per compensare una vita che non abbiamo nemmeno il tempo di vivere?
Io credo che la prima cosa da fare sia smettere di considerare tutto questo inevitabile. Non dobbiamo tornare al Medioevo, spegnere il telefono e andare a coltivare pomodori per sentirci liberi. Dobbiamo cambiare le regole del gioco.
L'economia dovrebbe essere al servizio della vita, non la vita al servizio dell'economia.
Dobbiamo mettere in discussione l'ossessione per una crescita infinita, imparando a distinguere ciò che migliora davvero la nostra esistenza da ciò che alimenta soltanto consumi, sprechi e profitti. Non serve produrre sempre di più, se poi abbiamo sempre meno tempo per goderci quello che abbiamo.
Se la tecnologia ci permette di lavorare meglio e produrre di più, perché i benefici devono tradursi soltanto in maggiori profitti? Perché non utilizzare una parte di quella ricchezza per ridurre l'orario di lavoro, migliorare i servizi pubblici e restituire tempo alle persone?
E poi dobbiamo avere il coraggio di limitare il potere economico, tassare equamente la ricchezza, contrastare i privilegi fiscali e impedire che le grandi imprese possano condizionare le decisioni politiche. Perché il mercato è uno strumento, non una divinità alla quale sacrificare i nostri diritti.
Ma attenzione: non basta cambiare le leggi, così come non basta decidere individualmente di consumare meno e rallentare. Se una persona non riesce a pagare l'affitto, non può permettersi di lavorare meno o non ha servizi che le consentano di conciliare lavoro e famiglia, dirle di godersi la vita è una presa per il culo.
Servono quindi servizi pubblici accessibili, salari dignitosi, trasporti efficienti e comunità capaci di collaborare, condividere risorse e ricostruire relazioni che non debbano necessariamente passare attraverso il consumo.
Non si tratta di rinunciare al progresso, ma di scegliere per cosa utilizzarlo.
Perché una società davvero progredita non è quella che produce più miliardi, ma quella in cui le persone hanno più libertà, più sicurezza e più tempo per vivere.
La vera rivoluzione, forse, è proprio questa: smettere di misurare il valore della nostra esistenza con il metro dell'economia e ricominciare a misurare il valore dell'economia con il metro della nostra esistenza.
Perché, se per diventare sempre più ricchi finiamo per impoverire il nostro tempo, le nostre relazioni e la nostra libertà, allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: siamo davvero noi a possedere la ricchezza, oppure è la ricchezza che ha cominciato a possedere noi?
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