Forse questo pezzo dovrebbe avere un titolo differente, invertito, invece sta proprio lì… sempre se rimane nella mia testa fino alla fine!
I numeri come persone.
Abbiamo confuso le due cose.
Certo, non è facile: in fondo ce lo insegnano già da piccoli con i voti a scuola, che poi diventanolo specchio del tuo percorso di studi e di crescita personale. Il punto è proprio questo: riflette, ma non è l’immagine reale. È come guardare qualcosa immerso in acqua: la forma si distorce e i dettagli che rendono unico un quadro spariscono.
Ora che lavoro solo ed esclusivamente con i numeri, mi rendo conto di quanto siano diventate passive le persone in certe decisioni corali. Prendete un esempio semplice, secondo la mia modesta opinione: il mio cliente deve vincere sempre, così, in automatico, vinco anche io. Io sono tenuto moralmente a stargli accanto, a consigliarlo, ad aiutarlo.
In molte S.p.A. questa cosa non esiste: si cercano solo più numeri, più soldi, fine della storia. Nessuno si chiede cosa c’è dietro quei numeri: sacrifici, fatiche, gioie, dolori, tutta un’esperienza di vita e di lavoro che non compare in nessun grafico.
E questa, secondo me, è la direzione in cui sta andando la nostra epoca. Viviamo in un mondo di numeri dove tutto deve essere misurabile e comparabile.
I burnout al lavoro ormai sono diventati la normalità. E non lo dico io: secondo l’INAIL, nel 2024 le denunce di disturbi psichici legati al lavoro sono aumentate del 17,9% rispetto all’anno precedente. E un’analisi nazionale ha registrato un aumento del 109,7% delle richieste di supporto psicologico per problemi legati al lavoro.
Non è un caso. Il sistema prende, schiaccia, spreme fino all’ultima goccia.
Prima o poi finirà, questo è certo, ma prima che succeda deve passare molta acqua sotto i ponti. Per fortuna vedo tanti giovani che si stanno mettendo in gioco proprio su questo tema, ed è per questo che dico che finirà. Il problema vero sono le radici, quei preconcetti ed etichette che affibbiamo alle cose.
Viviamo in un Paese vecchio nell’animo e la maggior parte dei vecchietti stanno seduti in veranda a inveire contro chi passa, e noi siamo cresciuti dentro questa mentalità. La voglia di rivoluzione deve fare i conti con sistemi marci, obsoleti, fatti di passaparola, raccomandazioni, simpatie a buon mercato.
In un mondo che ti valuta solo per i contratti che fai firmare, io dico no a chi non è sicuro al 100% della strada che vuole intraprendere. Ricordate? Il mio cliente deve vincere sempre, e a volte vincere significa non firmare, non investire, lasciare le cose come stanno perché vanno già bene così.
Non c’è bisogno di ingozzarsi. Molta gente che incontro vuole solo chiudere per godersi i soldi fatti… e poi mi vengono a dire che la gente vuole fare e strafare. Dai, non prendiamoci in giro.
A dirla tutta, ho iniziato a scrivere per ingozzarmi anch’io: più cose da fare, più soldi da prendere. Poi ho capito che una persona che legge davvero ciò che scrivi vale più di 15.000 followers su Instagram, più di qualsiasi abbonamento.
È ovvio che se uno ci guadagna è contento, ma il punto di partenza deve essere un altro: dare qualcosa agli altri, o quanto meno provarci. Le nostre ultime generazioni hanno bisogno di sostegno, hanno bisogno che l’arte e la cultura ritornino centrali nella vita. La voglia di riscoprire il rapporto umano con se stessi e con glialtri è sempre più forte. Si sente.
Non voglio fare il moralista casa e chiesa, ma aiutare il prossimo, alla lunga, dà risultati. Soprattutto spirituali: un senso di appagamento che non si può spiegare. Quando mi capita di avere a che fare con un piccolo imprenditore la cui pecunia non è molto alta, io cerco di fare il mio lavoro ma tengo molto di più a mantenere il rapporto interpersonale che si va creando con la suddetta persona. Stessa cosa faccio con chi ha un budget molto più alto. Non vado mai alla ricerca del colpaccio: faccio spendere il giusto.
Sbaglierò? Sicuramente sì, dato che mi scontro spesso con il mio superiore. Però vi dico una cosa… sti cazzi.
Come nella scrittura non metto mai nulla di più e nulla di meno. Racconto la verità, ciò che mi accade e colpisce. Non voglio scendere a patti con il sistema: voglio capirne bene le regole, i meccanismi e poi cercare di scardinarlo dall’interno.
Ora ho una nuova possibilità, nuove terre all’orizzonte.
Un posto dove la mia voce possa servire a qualcosa e a qualcuno, un qualcosa di reale, tangibile, bello.
Speriamo di esserne all’altezza.
Detto questo, mi è rimasta una sigaretta sola e, dato che anche io per le grandi lobby del tabacco sono solo l’ennesimo contratto firmato, me le andrò a comprare. Staccarsi da certe cose richiede tempo e forza di volontà.
So che fumare fa male, ma scelgo comunque di farlo: è l’unico vizio che mi concedo davvero, e poi moriremo tutti di qualcosa, quindi.
Proprio per questo dobbiamo sostenerci e sostenere gli altri: solo una cultura basata sull’aiuto reciproco e sul rispetto può fare davvero la differenza.
Ora vado a prendermi le sigarette, non so a quanto sono arrivato, ma se proprio devo essere un numero voglio sceglierlo io!
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