Sono un ascoltatore accanito di musica. Ascolto qualsiasi genere, ma in particolare adoro il rap, in tutte le sue varianti linguistiche.
Non posso citarvi un singolo artista che io preferisca perché nella mia lista di ascolti, diciamo, ci sono più artisti per un singolo genere: da quello che preferisco per il testo a quello che adoro per le basi.
Mi sento di affermare che la musica rap, in particolare, sia ormai da tantissimi anni diventata la voce di chi parte dal basso, di chi vive in periferia, di chi vive nelle case popolari. Insomma, il rap è quasi sempre stato la voce del popolo, salvo poi diventare élite dopo i dischi di platino e i mega soldoni che prendono.
Io proprio da qui volevo partire. Una domanda semplice ma credo molto pesante.
Dopo tutta la fatica fatta per arrivare in cima alle classifiche, dopo tutti gli ostacoli superati per farsi ascoltare, il soldo è l'unica moneta di scambio? Chiedo perché ultimamente vedo molti artisti fare album molto personali e sento spesso la frase "la ricchezza non consola", quindi altra domanda: se diventare ricchi non basta e se raggiungere la vetta non basta, perché continuiamo a sbatterci così tanto per arrivarci?
Mi spiego meglio. Se, come dice Madame in un suo pezzo, "a 21 anni ero già milionaria", a cosa serve dunque continuare? La famiglia la puoi sistemare; puoi tranquillamente vivere di royalties. Hai dimostrato di saper raggiungere il successo, quindi cos'è che non funziona? Cosa non stiamo prendendo in considerazione?
Negli ultimi vent’anni la discografia è cambiata più di quanto fosse cambiata nei cinquanta precedenti. Con l’arrivo dello streaming, il modello economico si è ribaltato: secondo il Global Music Report 2024 di IFPI, oltre il 67% dei ricavi mondiali proviene oggi dalle piattaforme digitali, mentre la vendita fisica è scesa sotto il 10%. Questo significa che non conta più quanto un artista “dice”, ma quanto un artista “gira”: più stream, più playlist, più algoritmi. La musica non è più un’opera: è un flusso.
In più, la discografia non chiede più un album: chiede un’identità vendibile. Le major costruiscono release calendarizzati, collaborazioni strategiche, estetiche coerenti con il mercato. Secondo un’analisi di Music Business Worldwide del 2023, oltre il 54% dei brani presenti nelle Top 50 globali è stato prodotto con team di scrittura multipli, spesso più orientati al marketing che alla creatività. La musica non nasce più in studio: nasce in riunione.
E questo nuovo sistema ha creato una pressione che prima non esisteva. Spotify ha dichiarato nel suo Loud & Clear Report 2024 che ogni giorno vengono caricati oltre 120.000 nuovi brani sulla piattaforma. È un oceano in cui, se smetti di pubblicare per qualche mese, semplicemente sparisci. Non è un’industria che premia la qualità, è un’industria che premia la continuità. E la continuità, per un artista, è spesso sinonimo di esaurimento.
Tutti, ma proprio tutti, raccontano della solitudine, depressione e esaurimento che deriva dalla fama. I rapporti personali spesso sono fasulli perché la gente ti sta vicino solo perché sei Lazza, Marracash o Madame.
In più dobbiamo sdoganare la verità su queste figure. Noi le vediamo sempre ai gala vestiti bene a firmare autografi e fare foto. Sono li perché devono. Hanno firmato un contratto, di conseguenza devono scrivere un determinato numero di tracce o album se vogliono passare in radio, devono rispettare determinate condizioni; tipo dover partecipare a Sanremo.
Non è tutt'oro ciò che luccica e se una cantante come Orietta Berti si rimette ancora in pista non vi sembra un po' strano? Se un gradissimo del rap italiano come Fabri Fibra ancora è sul pezzo, forse dovremmo cominciare a pensare che ciò che firmano non è un semplice contratto di lavoro, ma un vero e proprio sigillo che condiziona la loro vita artistica quasi per sempre.
E non è solo una sensazione: è un dato. Secondo una ricerca pubblicata su Psychology of Music nel 2023, oltre il 73% degli artisti professionisti riferisce sintomi di ansia o depressione legati alla pressione dell’industria musicale, e il 68% dichiara di aver vissuto almeno un episodio di burnout creativo. Non parliamo di “malessere generico”: parliamo di un settore che, secondo il Music Industry Research Association (MIRA), ha un tasso di depressione tre volte superiore rispetto alla popolazione generale. La fama, come detto prima, non consola ma ti consuma.
E allora capisci che la frase appena detta non è una trovata poetica, ma una statistica. Uno studio del British Journal of Psychiatry del 2022 mostra che gli artisti che raggiungono il successo economico rapido hanno un rischio del 39% più alto di sviluppare disturbi dell’umore nei cinque anni successivi. Il paradosso è crudele: più sali, più ti senti solo. Più guadagni, più ti senti vuoto. Più ti ascoltano, più ti sembra di non avere più niente da dire.
Io credo che inseguire un sogno sia più che doveroso, ma penso anche che noi ascoltatori abbiamo un ruolo importante perché, infondo, la musica gira in base ai gusti delle persone. Dovremmo essere più consapevoli e pretendere una musica più di qualità che di quantità e soprattutto, dovremmo smettere di credere che quello sia un lavoro più bello di tanti altri perché, alla fine, quando scrivi un pezzo, che sia un articolo o una strofa, spesso è più ciò che tagli che ciò che tieni; ci vuole tempo, spazio, l'umore giusto e zero pressioni. Solo così si crea qualcosa.
Ora voi potreste farmi molti esempi di persona che senza tempo spazio e condizioni adeguate sono arrivate all'apice; a me viene in mente Eminem il più venduto al mondo, in senso di dischi. Vi dico che pure lui, a 53 anni, è ancora in mezzo alla musica perché il genio di "Rap God" ha fatto un patto col diavolo del denaro. E quest’ultimo decide che quando sei in vetta non puoi più scendere, se non a caro prezzo!
In Italia, un esempio che ha fatto scalpore pochi giorni fa, è proprio Sfera. Contratti milionari, brand partnership, presenza costante nei media, album calibrati per le piattaforme, collaborazioni internazionali studiate a tavolino. Non è un giudizio: è un dato. Secondo FIMI, Sfera è stato l’artista più ascoltato in Italia per tre anni consecutivi, con numeri che superano i 300 milioni di stream per album. Ma questo successo ha un prezzo: la sua immagine è diventata un marchio, la sua musica un prodotto, la sua presenza un obbligo. Un obbligo che pesa perché tra le collane d'argento e diamanti; tra la sfilza di belle ragazze che lo seguono allo stadio, dietro sta una persona che non può fare davvero quello che vuole.
E poi c’è chi il sistema lo ha guardato negli occhi e ha detto “no”. Caparezza è l’esempio più limpido di artista che ha scelto la libertà invece della scalata. Ha rifiutato contratti discografici che gli imponevano direzioni commerciali, ha evitato collaborazioni forzate, ha mantenuto un controllo totale sulla sua musica. In un’intervista del 2021 ha dichiarato: “Preferisco essere libero che famoso”. E infatti non appare ai gala, non rincorre classifiche, non si piega alle logiche del mercato. È la prova vivente che si può fare arte senza vendere l’anima, ma devi essere disposto a rinunciare a tutto il resto.
Perché la verità è semplice: la musica nasce libera, ma il successo la mette in gabbia. E se la gabbia luccica, non vuol dire che non stringa.
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