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Caro lettorə,
le pagine che stai leggendo sono un vero e proprio diario. Un diario di viaggio, perché noi tre avventurieri di Punto e virgola, Alle, Erica ed Emma, abbiamo deciso di raccontarti, con squisita minuziosità, passo dopo passo, le emozioni, i pensieri, le parole e gli obiettivi dei cinque incontri di Coltiviamo Relazioni, ai quali parteciperemo tanto come redattori quanto come cittadini. Quattro incontri che ci sembrano importanti non soltanto per ciò che accade al loro interno, ma anche per le domande che pongono alla cittadinanza e, più in generale, al futuro di Parma.
Prima di partire, però, come ogni buon avventuriero, abbiamo bisogno di qualche strumento. Una bussola, un binocolo, una mappa: qualcosa che ci permetta di orientarci quando il sentiero si fa meno evidente. Nel nostro caso, questi strumenti saranno alcune nozioni e definizioni essenziali, necessarie per comprendere ciò che incontreremo lungo il cammino:
• Come nasce Coltiviamo relazioni?
Coltiviamo relazioni nasce da un'amicizia: quella tra Ilaria, ingegnera energetica, ed Elena, agronoma e ricercatrice. Nasce dall'urgenza, condivisa da entrambe, di portare due temi tecnici e più che mai attuali, la transizione energetica e quella agroalimentare, sotto una luce sociale. Per questo li mette al centro del calore del confronto dal vivo, dove persone esperte, cittadinə e policy makers possono incontrarsi, riconoscersi, ascoltarsi.
• Perché la scelta del verbo “coltivare”?
Il verbo "coltivare" nasce da un doppio senso voluto. Coltivare è il gesto dell'agricoltura, ma è anche ciò che serve alle relazioni: cura, tempo e attenzione al terreno in cui crescono. Il verbo tiene insieme i due mondi che il format mette in dialogo, quello del cibo e della terra e quello delle persone, e richiama l'idea dell'agroecologia, che mette al centro le relazioni tra umani e i sistemi viventi.
• Cos’è un Policy Lab?
Un Policy Lab è un tavolo di discussione in cui cittadinə, reti e organizzazioni della società civile si confrontano direttamente con le amministrazioni locali per discutere proposte concrete di politica pubblica. Nel caso degli Stati Generali dell’Azione per il Clima, i Policy Lab hanno hanno portato nei Comuni visioni e raccomandazioni raccolte nel Libro Bianco, un documento che è il risultato di un percorso che ha coinvolto oltre ottanta organizzazioni impegnate nell’individuare soluzioni condivise per accompagnare la transizione ecologica dell’Italia al 2030. I Policy Lab sono un'occasione per fare rete, dialogare in modo propositivo e capire cosa è già stato fatto e cosa resta da fare per raggiungere gli obiettivi di transizione ecologica al 2030.
• Quali obiettivi vuole raggiungere il progetto?
Il progetto si propone di portare alla politica proposte chiare e concrete, frutto del dialogo, del confronto e dello scambio di esperienze di chi lavora e vive questi temi ogni giorno. L'obiettivo è formulare alternative ai modelli tradizionali di sviluppo in campo agricolo ed energetico, che possano contribuire a orientare le decisioni pubbliche, assicurandosi che chi decide ne riconosca l'urgenza di applicazione negli scenari climatici, economici e sociali che stiamo già vivendo
Benissimo. La borsa è piena, la bussola è in tasca e il binocolo è pronto. Possiamo partire per un'avventura.
La partenza, il primo incontro
È il pomeriggio del 19 settembre. Macchine sfrecciano sull'asfalto bollente della città. Il sole è ancora alto e forte, il cielo limpido. Stiamo pedalando da un pò ma siamo quasi arrivati. Svoltiamo a sinistra e scendiamo veloci, attraversiamo l'ultima strada e c'infiliamo a destra, in una via stretta delimitata da alberi. Una volta arrivati a destinazione leghiamo le bici e ci dirigiamo verso il parco. Come in un battito di ciglio, anzi, come avessimo attraversato un portale magico, ci dimentichiamo delle strade di Parma, del loro ritmo impazzito: di fronte abbiamo un luogo verde e lento: c'è fresco, il vento passa tra le siepi e le fronde degli alberi, mentre una grande fetta d'ombra ci ripara dal sole. Siamo arrivati alla Cascina Ambolana, nel verde Giardino delle Scienze dell'Università di Parma - sede del progetto “Campus Garden”, un laboratorio a cielo aperto dedicato alla sostenibilità e alla biodiversità a disposizione degli studenti - siamo stati invitati a partecipare al primo incontro del progetto Coltiviamo Relazioni.
Veniamo accolti con molta gentilezza da Elena Viti, la ricercatrice che ci ha coinvolti in questo progetto; poco dopo ci distribuiamo in cerchio sul prato, assieme ad altre persone. Subito ci viene spiegato che il progetto nasce da un convegno al quale hanno preso parte diverse realtà, nazionali e territoriali, molte delle quali sono presenti anche oggi in questo cerchio. Gruppi differenti per storia, attività e composizione, ma accomunati dall'attenzione verso i temi della sostenibilità e del rapporto tra comunità e ambiente, cosicché la cosa più bella dell'abbrivio in questo percorso ci pare essere l'insieme delle idee e delle persone che ci circondano: attorno al professor Filippo Arfini (presidente della laurea magistrale di Economia e Management dei sistemi alimentari sostenibili dell'Università di Parma)ci sono i ragazzi e le ragazze di Ci sarà un bel clima, collettivo impegnato nella mobilitazione per la giustizia climatica e nella costruzione di reti tra realtà che si occupano di crisi climatica ed ecologica; di Parma Sostenibile, associazione che promuove e sviluppa nuovi modi di vivere, produrre e consumare mettendo al centro natura e persone; di Parma Bio Valley, comunità che mette in relazione agricoltori, operatori e consumatori; di XR Parma, associazione di attivisti per la tutela dell'ambiente; e, infine, del Distretto di Economia Solidale, una rete di soggetti che promuove forme di economia fondate sul rapporto tra sostenibilità, equità, consumo consapevole e relazioni di fiducia. Tra le realtà presenti troviamo anche i Gruppi di Acquisto Solidale, i cosiddetti GAS: forme associative attraverso cui gruppi di consumatori organizzano collettivamente l'acquisto di beni, spesso instaurando rapporti diretti con piccoli produttori e privilegiando criteri sociali, ambientali ed etici. Nel cerchio sono presenti anche figure istituzionali, alcuni consiglieri comunali della città di Parma e professori universitari. Tra questi, appunto, c'è Filippo Arfini, professore e ricercatore dell'Università di Parma, che rimane la voce del nostro cerchio e ci racconta meglio da dove nasce questo incontro.
Scopriamo così che, Coltiviamo Relazioni, rientra nel progetto Crop-MATCHING, un'iniziativa europea alla quale partecipano anche Arfini e il suo gruppo di ricerca, finanziata nell'ambito di Horizon Europe, il programma quadro dell'Unione europea dedicato alla ricerca e all'innovazione. Il progetto si concentra sulle possibilità di individuare e combinare conoscenze e pratiche agricole sostenibili in relazione alle esigenze delle piccole aziende agricole e forestali, mettendo in dialogo pratiche, territori e conoscenze differenti. La proposta congiunta ha ottenuto un finanziamento relativo alla governance dei sistemi alimentari e dell'agricoltura sostenibile. Appartiene, più precisamente, alle Coordination and Support Actions di Horizon Europe dedicate alle reti tematiche per raccogliere e condividere conoscenze scientifiche traducibili in pratiche agricole concrete.
Ed è proprio da qui che prende forma il senso degli incontri ai quali stiamo partecipando: creare uno spazio nel quale realtà diverse — agricoltori, operatori, attivisti e cittadini — possano incontrarsi, mettere in comune esperienze e conoscenze, con l'obiettivo di produrre visioni e raccomandazioni concrete per rendere il sistema agroalimentare più sostenibile, cercando allo stesso tempo di costruire relazioni virtuose tra le persone e gli ecosistemi.
È un sistema complesso, quello di cui cominciamo a parlare. E forse, proprio per questo, il primo passo della giornata è stato sederci insieme e provare a guardarlo da punti di vista diversi. Formiamo due gruppi di lavoro sperimentali: il primo dedicato agli impianti (eolici e fotovoltaici) di energia rinnovabile, mentre il secondo all'agroecologia.
Il tavolo dell'energia
Al primo tavolo siamo in quattordici: attivisti di XR, consiglieri comunali e professori universitari. Tra le persone presenti ci sono il direttore del CNR Andrea Zappettini, il demografo Daniele Ubaldi, le professoresse e attiviste Elisa Sgarbi e Sara Chiussi e la ricercatrice Nicoletta Marigo.
Dopo un'introduzione di Ilaria Di Vittorio, ingegneria energetica e attivista di Ci sarà un bel clima, sui lavori che avremmo svolto, e dopo esserci presentati a vicenda, iniziamo a fare quello che, forse, è il gesto più semplice e allo stesso tempo più difficile quando si affronta un tema complesso: mettere sul tavolo le nostre idee.
Uno per uno, cominciamo infatti a elencare le criticità e gli aspetti positivi dei grandi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, principalmente eolici e fotovoltaici. Non cerchiamo subito una risposta unica. Mettiamo piuttosto in fila le domande, le perplessità e le possibilità che ciascuno di noi vede davanti a sé.
Tra le criticità emerge innanzitutto il rapporto con i centri abitati e, più in generale, con la trasformazione del paesaggio: il possibile impatto visivo degli impianti, la loro collocazione e il rischio che territori già fragili possano essere sottoposti a nuove pressioni. Si parla anche degli interventi necessari per realizzarli, dalle infrastrutture viarie alle opere di connessione alla rete elettrica, e delle conseguenze che tali interventi possono avere sul territorio, comprese le problematiche di natura idrologica e idrogeologica e il possibile dissesto delle strade utilizzate per raggiungere le aree interessate.
Un'altra questione riguarda la rete elettrica: la crescita degli impianti da fonti rinnovabili rende necessario affrontare anche il tema delle connessioni e della capacità della rete di accogliere e gestire l'energia prodotta. Il problema non riguarda soltanto la quantità di energia producibile, ma anche la sua variabilità: eolico e fotovoltaico dipendono infatti dalle condizioni meteorologiche e richiedono, all'aumentare della loro presenza nel sistema elettrico, adeguata flessibilità della rete, sistemi di accumulo, capacità di trasmissione e strumenti di gestione della domanda. Non è sufficiente, insomma, produrre energia: occorre anche poterla trasmettere, distribuire e gestire in modo adeguato. La stessa disciplina tecnica prevede specifiche procedure e infrastrutture per la connessione degli impianti alla rete.
Si discute poi della producibilità, cioè della quantità di energia che un impianto può effettivamente generare nelle condizioni reali in cui opera. Nel caso dell'eolico, per esempio, entrano in gioco le caratteristiche del vento e la sua variabilità; condizioni di turbolenza o una risorsa eolica non adeguata possono incidere sulla produzione effettiva.
Il discorso si sposta quindi sui costi ambientali e territoriali. Ci chiediamo quanto sia sufficiente la compensazione degli impatti prodotti da un impianto rispetto al danno percepito o effettivamente determinato sul territorio; si parla della possibile distruzione di boschi, della trasformazione del paesaggio e del rischio di una progressiva occupazione di alcune aree da parte di infrastrutture energetiche.
Ma il problema, secondo alcuni dei partecipanti, non riguarda soltanto dove costruire gli impianti: riguarda anche chi li costruisce, chi li possiede e chi beneficia dei ritorni economici. Emergono così interrogativi sulla distribuzione dei vantaggi economici, sul ruolo dei grandi operatori privati e sul rischio che la transizione energetica diventi anche terreno di speculazione. Da qui nasce una delle questioni più sentite al tavolo: la necessità di coinvolgere maggiormente le comunità locali e di evitare che i progetti vengano semplicemente percepiti come decisioni calate dall'alto.
La partecipazione, del resto, porta con sé un'altra domanda: quali strumenti hanno concretamente gli enti locali per valutare e governare progetti tanto complessi? E come possono farlo quando non dispongono sempre delle competenze tecniche e delle risorse necessarie?
A questa dimensione politica e territoriale si aggiunge quella dell'informazione. Tra le criticità discusse compare infatti il rischio di una comunicazione imprecisa o fuorviante sulle energie rinnovabili, sia da parte di chi ne sostiene lo sviluppo sia da parte di chi vi si oppone. Anche per questo, nel nostro confronto emerge l'importanza di una conoscenza scientifica accessibile e verificabile, capace di distinguere i dati dalle semplificazioni.
Un altro punto riguarda il rapporto tra domanda e produzione energetica. Se la domanda continua ad aumentare, ci chiediamo, la sola crescita delle rinnovabili è sufficiente a ridurre l'uso delle fonti fossili? E ancora: quanto la crisi climatica e le trasformazioni delle condizioni ambientali possono incidere, nel lungo periodo, sulla produzione degli stessi impianti rinnovabili? Quest'ultima domanda, tuttavia, non implica che il cambiamento climatico renda in generale impraticabili queste fonti: secondo l'IPCC (il principale organo internazionale che valuta i cambiamenti climatici), gli effetti sono soprattutto regionali e variabili; per il fotovoltaico, ad esempio, l'aumento delle temperature può ridurre l'efficienza dei pannelli, mentre per l'eolico gli effetti sulla risorsa disponibile risultano più incerti e dipendenti dal contesto.
Sono domande che non trovano necessariamente una risposta nel corso del pomeriggio, ma che rendono il confronto più interessante proprio perché impediscono di ridurre la questione a una contrapposizione semplice tra favorevoli e contrari.
Eppure, accanto alle criticità, il tavolo mette in luce anche diverse possibilità.
La prima è forse la capacità stessa delle rinnovabili di smuovere le coscienze e riportare il tema dell'energia dentro la discussione pubblica. La loro attrattività finanziaria può rappresentare, secondo alcuni partecipanti, una strada da percorrere per accelerare la transizione; allo stesso tempo, la diffusione di impianti e tecnologie rinnovabili può contribuire a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e, con essa, alcune delle dipendenze geopolitiche legate alla loro importazione.
Il dato della produzione elettrica rende concreta questa trasformazione: nel 2025, secondo Terna, le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica italiana; nello stesso anno la produzione fotovoltaica ha raggiunto il record di 44,3 TWh.
Il tema, però, torna immediatamente al territorio. Se bisogna costruire nuovi impianti, perché non privilegiare, dove tecnicamente possibile, aree già industrializzate o degradate, evitando di intervenire in zone ancora poco antropizzate? È questa una delle ipotesi emerse durante il confronto: utilizzare, per esempio, aree già compromesse o da riqualificare per il fotovoltaico a terra, riducendo così la necessità di trasformare ulteriormente territori naturali o agricoli.
Si parla inoltre della possibilità che fotovoltaico ed eolico, grazie ai costi tecnologici progressivamente ridotti, possano contribuire all'abbandono delle fonti fossili e alla trasformazione del sistema energetico. Il discorso si allarga inevitabilmente anche alle altre fonti energetiche e al ruolo del nucleare, rispetto al quale emergono posizioni differenti e considerazioni legate tanto alla produzione energetica quanto agli aspetti strategici e militari.
Alla fine del confronto ci rendiamo conto che il tavolo non ci ha consegnato una risposta, ma qualcosa di forse più utile per l'inizio del nostro percorso: una serie di questioni. Produrre energia pulita, ci sembra di capire, non significa soltanto sostituire una fonte con un'altra. Significa anche decidere dove produrla, con quali infrastrutture, con quali costi, chi debba partecipare alle decisioni e come distribuire i benefici e gli eventuali impatti sul territorio.
Lasciamo per un momento questo tavolo e ci spostiamo verso l'altro.
Il tavolo dell'agroecologia
Nel secondo gruppo, quello dedicato all’agroecologia (cioè un approccio che applica i principi ecologici e sociali alla progettazione e gestione dei sistemi agricoli e alimentari), ci siamo suddivisi in tre sottogruppi che si sono occupati di tre diverse pratiche agricole: agroforestazione, rotazione e successione colturale, e consociazione. Per ciascuna di esse abbiamo valutato i servizi ecosistemici e il loro impatto agronomico e sociale, analizzandone l’effettiva applicabilità al territorio parmense.
Le pratiche ci vengono presentate attraverso una prospettiva tecnico-scientifica, ma è soprattutto la loro dimensione sociale a catturare la nostra attenzione.Parliamo di agroforestazione, cioè dell'integrazione intenzionale di alberi e altre piante legnose con colture agricole e/o allevamenti all'interno dello stesso sistema di gestione del territorio. Nel nostro gruppo la consideriamo anche in relazione alla conservazione delle conoscenze e dei paesaggi agroforestali e alla possibilità di contrastare lo spopolamento delle aree rurali. Poi affrontiamo la rotazione e la successione colturale, osservandole come strumenti attraverso i quali valorizzare e ripristinare aree marginali e favorire la fertilità del suolo attraverso l'alternanza delle colture. Infine arriviamo alla consociazione, vale a dire la coltivazione contemporanea di specie differenti nello stesso spazio agricolo, che analizziamo in relazione alla sostenibilità dei sistemi orticoli biologici, alla conservazione della tradizione frutticola e alla possibilità di sfruttare le interazioni ecologiche dirette tra le diverse componenti del sistema.
A questo punto le definizioni lasciano spazio alle domande.
Una volta analizzate nello specifico le diverse pratiche, proviamo infatti a rispondere ad alcune domande contenute in un questionario pensato per mettere insieme le conoscenze e le esperienze dei partecipanti. L'obiettivo è costruire un confronto coerente e corretto, capace non soltanto di mettere in evidenza possibili soluzioni, ma anche - e forse soprattutto - di portare a galla i problemi reali che le realtà agricole possono incontrare quotidianamente. Ognuno di noi può così provare a stimare la fattibilità economica delle attività proposte attraverso un'analisi SWOT, uno strumento che permette di individuare, rispetto a una determinata situazione o attività, i punti di forza (Strengths), i punti di debolezza (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats). Compilando le nostre analisi avanziamo proposte e perplessità. E mentre le parole passano da una persona all'altra, il discorso comincia lentamente ad allargarsi: non parliamo più soltanto di pratiche agricole, ma del rapporto che abbiamo con ciò che mangiamo, con chi lo produce e con il territorio nel quale viviamo. Dal dibattito emerge con forza la necessità di riavvicinare l'agricoltura alla nostra vita quotidiana. Per i professionisti del settore diventa importante costruire una comunicazione efficace, capace di rivolgersi ai consumatori e alla cittadinanza attraverso i linguaggi e le logiche del presente, ma anche di permettere loro di conoscere le pratiche agricole e ciò che acquistano. Per tutti i partecipanti ai tavoli di lavoro risulta essenziale ristabilire un contatto diretto tra consumatori e realtà locali. Spesso, infatti, chi acquista un prodotto non sa da dove provenga, chi lo abbia coltivato o prodotto, né quale percorso abbia compiuto prima di arrivare sulla nostra tavola.
Dalle esperienze condivise durante il dibattito emerge così un'idea semplice, ma tutt'altro che scontata: dovremmo nuovamente ricollocare l'agricoltura al centro della nostra vita quotidiana, tanto come singoli produttori quanto come consumatori, per costruire basi comuni di valori e, attraverso di esse, comunità.
Sviluppando buone pratiche di consumo e generando senso di comunità, potremmo tentare di trovare soluzioni costruite sulle esigenze specifiche del nostro territorio. Ma, mentre il discorso si allarga verso la dimensione sociale, i professionisti ci ricordano anche un altro elemento, più concreto e materiale, che non può essere lasciato da parte: l'importanza della scienza e della tecnica. La disponibilità dei macchinari adeguati e la possibilità di scegliere quelli più adatti alle diverse esigenze rimangono infatti condizioni indispensabili per tradurre concretamente le pratiche agroecologiche in attività agricole realizzabili.
Il confronto ruota attorno a queste tematiche e, lentamente, ci accorgiamo che il cerchio nel quale siamo seduti non è soltanto un modo per organizzare il dibattito. È anche la forma che assume il nostro tentativo di mettere in relazione esperienze differenti: l'agricoltore con il consumatore, la ricerca con il territorio, la tecnica con la comunità, l'ambiente con le persone. È forse proprio questo, secondo noi, il movimento sociale caratteristico dell'agroecologia che l'incontro ci ha permesso di intravedere e di mettere in moto: un movimento del quale tutti dovremmo sentirci parte, soprattutto in un contesto nel quale le relazioni, quelle tra le persone così come quelle tra le persone e l'ambiente che abitano, sembrano diventare ogni giorno più delicate.
Quando il sole comincia a scendere, il cerchio lentamente si scioglie e le voci si disperdono nel verde del parco.
Noi rimaniamo ancora qualche istante a parlare, con la sensazione di aver raccolto più domande che risposte.
Forse è proprio questo che significa coltivare relazioni: mettere insieme saperi diversi e lasciare che, nel loro incontro, nascano nuove domande.
Riprendiamo le biciclette e torniamo verso Parma, lasciandoci alle spalle la Cascina Ambolana e il silenzio del parco.
La bussola è ancora in tasca, ma adesso sappiamo che il viaggio è appena cominciato.
© Punto e Virgola