«I NAZISTI ERANO IL DIAVOLO, MA IO COSA SONO?»
La domanda arriva da uno degli uomini intervistati in NAZA, il nuovo documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori del pluripremiato No Other Land del 2024. A porsi questa tragica e agghiacciante domanda è un ex militare israeliano, un cecchino, che ricorda i viaggi scolastici in Polonia, quando da ragazzo visitava i luoghi della Shoah per confrontarsi con l’orrore del nazismo. Allora il male aveva un volto, un nome, una distanza storica. Anni dopo, guardando alla propria esperienza nell’esercito, quella distanza sembra improvvisamente scomparire. Ed è su questa frattura che NAZA costruisce il proprio sguardo.
Il film raccoglie le testimonianze anonime di 24 soldati e membri dell’intelligence israeliana, incontrati di notte sui tetti di Tel Aviv. Nessun volto riconoscibile, nessuna identità, soltanto voci deformate digitalmente e corpi immersi nell’oscurità. Abraham e Szor chiedono loro di raccontare come funzionano i sistemi attraverso cui vengono individuati, classificati e colpiti gli obiettivi a Gaza. Questo basterebbe a rendere mostruoso il racconto di questi testimoni. Tuttavia, c’è un altro dettaglio che rende quelle testimonianze ancora più inquietanti: un blocco di fogli bianchi. Gli intervistati li utilizzano per disegnare, schematizzare e ricostruire, davanti alla macchina da presa, i meccanismi che hanno conosciuto dall’interno.
«Come funzionano questi sistemi? Disegnateli per noi», dice Abraham a uno degli intervistati.
Il foglio diventa così una sorta di seconda superficie cinematografica. Una mappa improvvisata della guerra. Linee, punti, schemi. La complessità della guerra viene progressivamente tradotta in qualcosa di semplice, leggibile, quasi amministrativo. Mentre le immagini scorrono sullo schermo, si resta sempre più increduli per il modo in cui vediamo e sentiamo trattare il tema della vita e della morte, affidato a sistemi automatizzati e all’intelligenza artificiale, che attraverso una serie di dati contribuiscono all’identificazione degli obiettivi. Questo lento ma inesorabile processo di disumanizzazione che i due registi ci mettono sotto gli occhi sembra ormai compiuto, fino a quando il film ci rivela il significato di questo titolo, che sembra richiamare, anche nel suono, l’accostamento tra nazismo e Gaza.
Dall’ebraico “Nezek Agavi”, il termine NAZA indica il numero previsto di vittime civili considerate come un «danno collaterale» durante un’operazione militare: il numero massimo di vittime civili considerate accettabili durante un attacco militare. Una parola che trasforma una persona in una cifra e la morte in una variabile. Naza sono i bambini, le bambine, le donne e gli uomini sacrificati dalla macchina criminale dell’intelligence israeliana. Un obiettivo, un tecnicismo, un dogma, un risultato. Sono 73 mila i civili uccisi dall’opera genocidaria messa in atto dallo Stato di Israele, ancora in corso.
Come in un videogioco, Gaza è mappata attraverso la costruzione di un algoritmo che permette di identificare la quantità di civili palestinesi all’interno delle abitazioni. Gli analisti intervistati a cui è stato assicurato l’anonimato descrivono, con un controllo disumano sulle proprie azioni genocidiarie, una struttura solida e consolidata di controllo continuo della popolazione palestinese.
Mentre gli uomini raccontano di operazioni militari, sorveglianza e sistemi automatizzati, la macchina da presa osserva i palazzi della città, le finestre illuminate, i condomini, le abitazioni in cui la vita continua apparentemente indisturbata. La guerra non si vede, ma è lì, appena fuori campo. Durante il film ci viene detto che il quartier generale militare da cui vengono autorizzate le operazioni si trova nel cuore di Tel Aviv. Questa scelta di raccontare la vita di chi è lontano dalle bombe richiama la tecnica narrativa utilizzata da La zona d’interesse di Jonathan Glazer, non soltanto perché Glazer è parte attiva nel processo di produzione del film, ma per la stessa intuizione di provare a raccontare l’orrore attraverso ciò che rimane fuori dall’inquadratura.
Le case di Tel Aviv diventano quindi il controcampo silenzioso alle parole dei testimoni. Dentro quelle finestre qualcuno cena, qualcuno dorme, altri ancora guardano la TV come se niente fosse. Altrove, invece, le testimonianze raccontano di persone che possono essere ascoltate proprio nelle loro case prima che quelle stesse case vengano colpite e abbattute. La normalità diventa pertanto un’immagine profondamente e dolorosamente disturbante.
Dal punto di vista visivo e registico, l’opera alterna inquadrature ampie dello skyline urbano immerso nel buio a riprese intime, claustrofobiche e serrate dei volti degli intervistati, spesso lasciati in penombra o con i lineamenti schermati da tagli di luce crudi per preservarne l'anonimato. La macchina da presa si muove con rigore chirurgico, quasi asettico, integrando schermate di interfacce digitali, mappe satellitari aeree, flussi continui di dati e visuali termiche dall’alto che traducono visivamente lo sguardo distaccato dei droni e dei software di puntamento. A scandire la narrazione è un montaggio lento e inesorabile, accompagnato da un sound design minimale fatto di fruscii metallici, ronzii elettronici e frequenti pause di silenzio teso, capaci di rendere il vuoto tangibile prima ancora delle parole.
Naza è la rappresentazione dell’uso della tecnica in funzione della morte: una morte algoritmica dell’umanità. Girato tra i tetti in una notturna Tel Aviv, il documentario vincitore della critica all’ottantatreesima edizione del Festival di Venezia ha lasciato una sala attonita. Il silenzio ha riempito le sale al termine della proiezione. Il racconto infrange il cielo notturno di Tel Aviv con amarezza.
Per non permetterci di dimenticare che il male può essere tra noi e, soprattutto, dentro di noi, Abraham e Szor scelgono di fare una delle cose più serie che il cinema possa fare: imprimere quelle immagini nella nostra memoria. Nella conclusione di questa fondamentale opera sul nostro contemporaneo, i due autori ci portano a Gaza, attraverso dei video ripresi da un cellulare. In queste scioccanti immagini vediamo tutto l’orrore prodotto dalla violenza raccontata fino a quel momento. Perché dopo 80 minuti passati a raccontare la macchina, diventa necessario mostrarne il brutale e inumano risultato.
Il documentario parla a chi ha cercato di negare la violenza perpetrata dallo Stato di Israele in Palestina. Naza proietta sullo schermo una verità nascosta e le dà luce.
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