Nel 1891, quattro anni prima dell’invenzione ufficiale del cinema, Georges Demenÿ brevettò il fonoscopio: questo strumento permetteva di scattare foto in rapida successione per immortalare il movimento delle labbra. Tra le prime frasi pronunciate da Demenÿ appare proprio: «Je vous aime» ovvero “vi voglio bene”. Ciò che poteva sembrare un’affettuosa dedica, serviva invece per insegnare ai bambini sordi a leggere il labiale e a parlare a voce, togliendo loro la possibilità di esprimersi a gesti, con le mani.
Da questo fatto storico, proiettato davanti al pubblico in sala, si sviluppa la lecture-performance della compagnia Kinkaleri, ideata da Diana Anselmo e Sara Pranovi e portata in scena il 13 ottobre, a Parma, all'interno della rassegna Insolito Festival.
Diana e Sara impostano la narrazione parlando contemporaneamente in italiano e in LIS (Lingua dei Segni Italiana). Durante la pièce, i monologhi si alternano a movimenti mimati molto precisi: una mano si poggia sul viso come una maschera, a rappresentare lo sforzo e la gabbia dell'articolazione forzata dei suoni. L’ intesa scenica delle performer e la pulizia dei loro gesti rendono la narrazione incisiva e di forte impatto emotivo.
Come spiegato da Diana, nel 1770 Charles-Michel de l'Épée fondò a Parigi la prima scuola pubblica e gratuita per sordi, in cui si insegnavano e si usavano i segni per comunicare. Però, tra il 1880 e il 1891, la direzione della scuola decise di incrementare i fondi al fine di insegnare solamente la lettura labiale. In Italia, il cambiamento più radicale nell’educazione delle persone sorde avvenne nel 1880 a Milano. Durante un congresso internazionale di educatori (per la maggior parte udenti ed ecclesiastici), si votò per abolire la lingua dei segni in tutta Europa a favore del cosiddetto “metodo orale puro”.
Il verdetto, letto da Diana come una sentenza, era chiaro: bisognava saper parlare ed escludere il gesto a ogni costo. Lo slogan dell’epoca recitava testualmente: «Il segno uccide la parola». Da quel momento professori, educatori e artisti sordi furono allontanati, emarginati e per intere generazioni segnare diventò un atto proibito.
Dalle parole di Diana e Sara emerge chiaramente il paradosso morale e religioso dietro a questa scelta. Nel Vangelo di Giovanni si legge «In principio era il Verbo» e, nella Bibbia, Dio dona la parola ad Adamo affinché dia un nome agli animali. Ma gli animali, sottolinea Diana, non rispondono ad Adamo: chi non parla a voce, allora, si può definire uomo o animale? Per la comunità ecclesiastica di fine Ottocento, ricordano Diana e Sara, le persone sorde erano coloro a cui era necessario aprire la bocca con la forza affinché potessero confessarsi, essere capite dal prete, e avere salva l’anima. Infatti, il gesto veniva visto come parte del corpo, materia imperfetta, carnale che allontanava dal sacro. La verità, secondo Diana, era molto più terrena e risiedeva nella volontà di controllo: la lingua dei segni rappresentava un codice visivo che gli educatori non capivano e non volevano imparare.
Per un momento, in sala cala il silenzio.
Diana e Sara si siedono sulle sedie di scena e assieme al pubblico guardano il proiettore. Le stanze silenziose e vuote delle case, proiettate brevemente a inizio spettacolo, si riempiono di volti. Vengono mostrate registrazioni video di diverse persone sorde che raccontano in LIS la propria esperienza con la logopedia e la scuola. Non si tratta di interviste a persone qualunque: sono tutte figure legate agli affetti personali e alla famiglia di Diana. Tutti racconti che mostrano da vicino l'audismo (la discriminazione verso chi non sente) e le conseguenze del fonocentrismo: generazioni di ragazzi e ragazze sordi lasciati con gravi carenze di vocabolario e costretti a segnare di nascosto, sotto il banco o nei corridoi.
Come spiega Sara, oggi molti medici e specialisti ribadiscono ancora erroneamente che usare la lingua dei segni ostacolerebbe l'apprendimento della parola. Eppure, ci sono voluti ben 130 anni da quando Demenÿ cercava di insegnare il suo forzato «Je vous aime» affinché l’Italia riconoscesse ufficialmente la LIS come lingua a tutti gli effetti. Riconoscimento avvenuto soltanto a maggio 2021.
È stato uno spettacolo sensibile, toccante e necessario, che ha lasciato il pubblico del Manzini Off con una nuova consapevolezza sulla storia della comunità sorda e delle traversie storiche che ha dovuto subire.
A fine serata, abbiamo avuto la possibilità di parlare con Diana e Sara per un breve confronto sull’ideazione del progetto teatrale, animato dalla loro volontà comune di spiegare e far conoscere a tutti l’ “antistoria” della comunità sorda. Data la sua professione d’interprete LIS, Sara ha voluto sottolineare come, nonostante il riconoscimento formale del 2021, la LIS non sia ancora opportunamente regolamentata nella prassi quotidiana e istituzionale italiana. A questo proposito, ha richiamato con rammarico la situazione dei corsi triennali LIS di Milano e del corso sperimentale per interpreti LIS e LIST di Parma, sui cui recenti sviluppi ha preferito non commentare. Ha poi raccontato come sia stato proprio Diana a coinvolgerla nel lavoro scenico, per dare forma a questa performance. Diana, infine, ha voluto ribadire come ancora la storia della comunità sorda sia una versione dei fatti che non compare mai nei programmi scolastici né nei discorsi dominanti, ma che merita di essere ascoltata, vista e condivisa.
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