La street art rappresenta, dal momento della sua nascita, una forma d’arte evasiva che incarna a pieno il bisogno giovanile e underground di essere visti. Non è soltanto pura evasione o un attacco all’autorità, è un vero e proprio modo per auto-definirsi.
Negli anni i murales hanno acquisito una effettiva rilevanza artistica, innalzandosi e cambiando il paradigma di come l’arte viene concepita e guardata. Gli artisti di strada diventano autorevoli, assumono sempre più valore, al punto che vengono commissionati per la realizzazione di opere nei cuori delle città.
Parma ne è un esempio straordinario.
Il sottopassaggio tra via Reggio e via Spinelli incarnava perfettamente la mescolanza tra degrado urbano e periferia abbandonata a sé stessa; i binari del treno, un sottopassaggio spoglio, l’Ecomostro del Ponte Nord e un progetto mai pienamente coltivato che ruota intorno all’Efsa. Insomma, un vero e proprio inferno periferico.
Poi la luce in fondo al tunnel.
Nel 2023 arrivò la promessa di una rinascita, quasi insperata, di quegli spazi lasciati alla mercé del cemento. “Segni Urbani & Meeting of Styles” portò 46 artisti proprio in quel sottopassaggio, lasciandogli uno spazio creativo per poter finalmente abbellire e decorare i muri della nostra città.
Murales bellissimi coprirono il triste grigiore di un quartiere sempre più lasciato a sé stesso; colori, figure, disegni, arte allo stato puro per un momento invasero la medesima cupezza che per anni aveva impensierito il mio quartiere. Finalmente passeggiare era diventato sicuro e soprattutto un piacere per la vista. Quei 46 artisti avevano portato la luce, tutto era bellissimo.
Si, ma?
Poi l’arte di strada e i murales hanno dovuto convivere con la noncuranza della gestione cittadina di quello spazio. I faretti installati, mano a mano, andavano spegnandosi, le luci ultraviolette seguivano lo stesso destino, e lo sporco iniziò ad accumularsi. Certo, forse è inscritto nel DNA stesso dell’arte di strada il dover fare i conti con l’erosione, ma ciò non dovrebbe giustificare nessuno a non preoccuparsi di uno spazio in cui si è investito, ma soprattutto dove 46 persone hanno lasciato impronta della loro identità e della nostra. Le ragnatele continuano a calare fitte dal soffitto, assumendo l’inquietante forma di stalattiti di polvere e sporcizia.
Allora viene spontaneo chiedersi: è tutto bellissimo soltanto nel momento in cui ci sono i riflettori puntati? Ma quando il faro dell’attenzione si sposta, ecco il castello che cade nell’ombra di un angolo dimenticato.
Si, è anche vero che recentemente sono state sostituite quantomeno le luci necessarie per rendere più agibile la viabilità di macchine e biciclette; ma difficilmente si può pensare che questo, da solo, significhi tornare a dare speranza a quei graffiti che la città si è conquistata e ha meritato.
Ed è proprio questo il motivo per cui ho scelto di essere ritratto in questo luogo: perché vive nella mia quotidianità, è presente in tutte le mie giornate, perché è il mio quartiere che è stato messo da parte e con lui Io stesso. Dunque l’esigenza di essere raffigurato cresce e si fa forte nella consapevolezza che dimenticarsi di uno spazio pubblico, significa dimenticarsi di tutti coloro che lo vivono.
La domanda “Si Ma?” nasce proprio da qui.
Siamo davvero convinti che uno spazio possa dirsi “riqualificato” senza che ci sia una cura che lo mantenga negli anni?
E per concludere rimane un’ultima contraddizione. Una città come Parma che si millanta della sua vicinanza ai giovani, oggi ancora di più alla luce del riconoscimento di Capitale Europea dei Giovani, ma che poi non è in grado di mantenere, o quantomeno sostenere, una delle forma d’arte che più rispecchia il suo cuore giovanile, che idea di città sta proponendo di essere?
© Punto e Virgola
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