Sì è conclusa da poco la prima giornata del Mondiale e, tra goal, parate e azioni funamboliche, sui campi d’oltreoceano il calcio non ha smesso di regalarci emozioni uniche e, talvolta, contrastanti. I protagonisti annunciati non si sono fatti attendere, rispettando i pronostici della vigilia. Haaland con i suoi due goal ha messo in ginocchio un valoroso Iraq; Mbappe ha annientato il Senegal con due reti mozzafiato (il secondo a dir poco meraviglioso), Vinicius ha impedito al Brasile di annegare contro un impetuoso Marocco, Kane ha confermato il suo fiuto per il goal mettendo a segno due marcature contro la Croazia nel match più bello di questa prima giornata, e poi Messi che si è preso la scena con una tripletta irreale contro l’Algeria, squadra sicuramente valida e tra le migliori di “seconda fascia” della competizione. Tra i grandi nomi però, ne manca uno, forse il più atteso, un nome pesante su cui si era creata grande aspettativa già da qualche mese. Cristiano Ronaldo è il grande “sconfitto” di questa prima giornata, insieme al suo Portogallo. Oltre ad un avversario meno gettonato rispetto alle squadre sopracitate, CR7 non è riuscito a lasciare un segno concreto all’interno dei 90’.
Una prestazione fantasma che lo ha visto più antagonista che protagonista; quasi sempre pescato in posizione di fuorigioco ad aspettare che la palla arrivi nella sua zona di competenza, senza la voglia di andarsela a cercare, di giocare con la squadra e per la squadra. Ne sono una testimonianza i pochissimi tocchi sul pallone, solo 25, mai così bassi con la maglia del Portogallo. È mancata la leadership; la capacità di prendere per mano la squadra e sacrificarsi per quest’ultima. I compagni lo cercano poco e lui stesso non si coinvolge, o quantomeno è quello che traspare dall’atteggiamento del corpo. Ma questo è indice di due fattori: lo status non può garantire il successo e le statistiche non possono prevaricare l’utilità.
Perché contro il Congo, ahimè, Cristiano ha rasentato le soglie dell’inutilità per il suo Portogallo, quasi come se stessero giocando con un uomo in meno. Non per il digiuno dal goal, ma quanto più per la poca partecipazione nei momenti clou della partita e per l’atteggiamento, quasi passivo, che non ti aspetti da un giocatore del suo calibro, con una storia che tutti conosciamo. E forse il discorso andrebbe ampliato alla gestione tecnica di una rosa costellata dai campioni, ma che appare messa in ombra dal personalismo di un giocatore che sta mostrando segnali sempre più evidenti di declino. I numeri d’altronde parlano chiaro: la stella portoghese non segna in una competizione internazionale (Mondiali ed Europei) da 10 partite, con l’ultimo goal che risale al 2022 (0 goal nell’Europeo 2024).
Sicuramente le responsabilità sono anche del CT, che sembra non aver compreso ancora come gestire la forte personalità del numero 7. Ad esempio, una possibilità potrebbe essere quella di non lasciare tutto il reparto offensivo nelle mani di Cristiano ma costruire un sistema di gioco che lo supporti, come una seconda punta che gli giri intorno (Bruno Fernandes, per le sue caratteristiche tecnico-tattiche è il più adatto). Se poi pensiamo alla qualità della rosa, risulta davvero complicato comprendere come non siano arrivate contromisure in corso d’opera. Tutto ciò diventa difficile da gestire, come la mancata sostituzione (viene sostituito Vitinha e non Ronaldo), o come la mancanza di una reale alternativa per il fronte offensivo. Ma la domanda con cui vi lascio è: questo Portogallo (davvero fortissimo), può davvero ambire ad un cammino internazionale prolungato, se il suo leader non è disposto a concedere spazio?
Il percorso è ancora lungo, e forse è presto per poter parlare di fallimento, ma stando alle ultime uscite con la maglia della nazionale, i pronostici non sono dalla sua parte. Non ci resta che attendere, sperando, per Cristiano e per il bene di questo sport, di rimanerne piacevolmente sorpresi; perché il destino del Portogallo oggi più che mai, sembra dipendere dalla capacità di trovare un equilibrio tra il proprio passato e il proprio futuro.
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