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Caro Samuele, io sostengo che, soprattutto alla luce del delicato momento storico che stiamo vivendo, segnato da una grave crisi ecologica, sia necessario riscoprire l’intimo legame che unisce l'uomo alla Natura. Essa dovrebbe tornare a essere considerata non come una forza ostile e distruttrice, bensì come un'alma mater, una madre che nutre e dà vita. In questa prospettiva l'uomo ne è figlio e gode di conseguenza di un rapporto privilegiato con essa. A partire da questa concezione, intendo mostrarti alcuni esempi di come nella letteratura si sia sviluppato questo tema. Il primo è quello del genere bucolico, il cui iniziatore fu Teocrito. Il genere si caratterizza per la visione positiva rispetto al paesaggio naturale tipicamente pastorale. La Natura appare come rifugio per l’uomo, o per dirla con l’espressione latina, è suo locus amoenus, cioè un luogo capace di procurare piacere a chi vi si trova. Ma, in realtà, non è sulla poesia teocritea che intendo ora soffermarmi, voglio giungere invece a Virgilio, che porta nella latinità l’eredità della poesia pastorale. La sua prima opera sono le Bucoliche, dieci componimenti in esametri su modello degli Idilli di Teocrito. Uno spunto interessante per il tema è la celebre prima egloga: a seguito delle confische augustee del 42 a.C., i pastori-poeti Titiro e Melibeo si trovano a conversare sui loro destini: il primo ha potuto conservare le sue terre, il secondo è costretto all’esilio. A fare da sfondo al dialogo vi sono le campagne mantovane, ritratte dalla poesia come un luogo di serenità e armonia. A questo paesaggio idillico si contrappone la prospettiva della vita in città che attende Melibeo. Egli non sarà solo costretto ad abbandonare le proprie terre, ma perderà anche una parte essenziale della propria identità. Il suo essere pastore e poeta è infatti inscindibile dalla sua permanenza nella campagna: la poesia bucolica nasce da quel contesto naturale e trae alimento da esso. La sua arte, frutto dell’ingegno umano, si nutre dunque della Natura e trova in essa la sua condizione di possibilità. Nel Medioevo è Petrarca a recuperare una concezione positiva della Natura. Nel celebre sonetto Solo et pensoso i più diserti campi troviamo l’autore che, in preda ai tormenti amorosi per Laura e per l’eterno conflitto tra passione e ragione, si allontana dai luoghi abitati per cercare sollievo nell’elemento naturale. Il paesaggio circostante, qui, non è solo lo scenario in cui si svolge la vicenda, ma diventa lo specchio della sua interiorità. La Natura si trasforma in sua confidente, è l’unica a conoscere i suoi dolori, nascosti agli occhi altrui. Facendo un salto in avanti nei secoli, anche il poeta novecentesco Giorgio Caproni riprende l’idea di Natura come rifugio e cura per l’uomo. In un suo brevissimo componimento scrive così: Per le spicce l’ultima mia proposta è questa: se volete trovarvi, perdetevi nella foresta. Il bosco è uno spazio simbolico in cui l’individuo, perdendosi in esso, può ritrovarsi in modo autentico, ritrovare il suo io più profondo e così rigenerarsi. Come possiamo noi lettori del 2026 non immedesimarci in questi componimenti? Quante volte almeno capita, nelle giornate più difficili, quando tanti sono i pensieri per testa, di sentire il desiderio di andare a fare una passeggiata in un parco per “staccare la spina” e rasserenare un po ' la mente. Oppure, quanto è bello andare al mare quando inizia a fare caldo e fare il primo bagno della stagione? Si torna a riva nuovi, come se tutte le preoccupazioni e le cose negative accumulate nell’inverno passato fossero scivolate via con l’acqua salata. L’esperienza quotidiana conferma dunque ciò che questi autori ci dicono con le loro opere, cioè che la Natura rappresenta una fonte di beneficio per l’uomo. Possiamo trarne ispirazione, come accade ai due pastori-poeti delle Bucoliche, può essere rifugio rispetto alle nostre inquietudini interiori come nel caso di Petrarca, o ancora un luogo in cui ritrovare se stessi come suggerisce Caproni. Per questi motivi ritorno a quanto ti ho detto all’inizio di questa lettera, la Natura non deve essere una forza che dobbiamo dominare, a cui contrapporci, ma a cui noi, umanità, dobbiamo affiancarci in quanto parte di essa e riscoprire con lei un legame profondo, ancestrale fondato sul rispetto.
© Punto e Virgola