VENEZIA – Centinaia di giovani e appassionati si sono dati appuntamento alla Match Point Arena del Tennis Club Venezia al Lido per una delle masterclass più attese della 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Protagonista assoluto è stato Luca Guadagnino, insignito del prestigioso premio Cartier Glory to the Filmmaker 2026 e applaudito da una folla che ha riempito l’arena.
Accolto con il calore riservato alle grandi star, il cineasta ha regalato al pubblico un incontro intimo e profondo, confermandosi ancora una volta un regista profondamente romantico e capace di svelare senza filtri le radici della propria poetica.
Ripercorrendo la genesi della sua vocazione, Guadagnino ha spiazzato la platea tornando indietro con la memoria all'infanzia trascorsa in Etiopia, ricordando il momento esatto in cui, a soli quattro anni, rimase folgorato dalla magia dello schermo guardando capolavori come Lawrence d'Arabia o Gli Argonauti.
Tra le influenze fondamentali della sua formazione, il regista ha esaltato la forza dirompente del cinema muto, in particolare Aurora (Sunrise, 1927) di Friedrich Wilhelm Murnau, descrivendolo come una forma d'arte capace di spingersi “molto più avanti rispetto al cinema contemporaneo nel tradurre emozioni e tensioni tecniche”. Un amore viscerale per l'invisibile che si nutre di dettagli, di sguardi e di quell'ascolto autentico della realtà che caratterizza ogni sua opera.
Nel corso della conversazione, guidata con ironia e acume critico da Stéphane Lerouge, Guadagnino ha espresso una visione radicale del fare cinema, spiazzando i puristi della sceneggiatura:
“Io non credo nella trama. Quando vado a vedere un film devo già sapere tutto lo sviluppo della storia, perché non mi interessa il racconto in sé: mi interessa il linguaggio del film, il modo in cui la macchina da presa sa catturare l'invisibile attraverso i mezzi del visibile”
Un approccio artigianale, in cui il regista si definisce con autoironia “un po' un ciarlatano” uno che sa di dover pretendere e guidare i propri attori e collaboratori spingendoli a dare il massimo, circondandosi di una vera e propria famiglia d'arte, da Tilda Swinton a Timothée Chalamet.

Un posto speciale nel cuore del pubblico e della poetica di Guadagnino spetta inevitabilmente a Call Me by Your Name (2017), il film che ha consacrato internazionalmente il suo talento e lanciato la carriera di Timothée Chalamet, poi ritrovato in Bones and All. Ambientato nella magnifica calura della campagna cremasca, il film è stato celebrato durante l'incontro come un inno delicatissimo e struggente alla giovinezza, al desiderio e alla scoperta del primo amore. Guadagnino ha raccontato come la costruzione di quella pellicola sia nata dal profondo legame e dalla fiducia totale instaurata con gli attori e la troupe, capaci di trasformare un set cinematografico in un'esperienza di totale immersione umana ed emotiva, dove ogni silenzio, paesaggio e sfumatura estiva diventa lo specchio di un'intimità universale.
L'incontro è stato anche l'occasione per ripercorrere i titoli chiave della sua filmografia, dai conflitti borghesi e sensoriali di I Am Love fino alla tensione magnetica di Challengers, in cui la dinamica del tennis si trasforma nella metafora pura del desiderio e dell'impossibilità di amarsi.
Il calore del Lido si è poi acceso parlando del suo monumentale e attesissimo documentario Joie de vivre (presentato Fuori Concorso alla Mostra), un'opera di oltre sette ore dedicata a Bernardo Bertolucci che conferma la devozione totale di Guadagnino per la storia del cinema italiano e per i suoi maestri.
Tra risate, battute spontanee e una straordinaria disponibilità verso il pubblico, Luca Guadagnino ha chiuso la masterclass ricordando che fare cinema significa prima di tutto accogliere il caos della vita e lasciar entrare gli incidenti della realtà sul set. Un'immersione totale in un universo creativo dove la passione visiva si fonde con la più autentica e disarmante umanità.

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