Il 20 giugno 1923, di fronte al III plenum del comitato esecutivo del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, Karl Radek, uno degli esponenti più in vista della terza internazionale, nonché bolscevico della prima ora, pronuncia un discorso dal titolo: Leo Schlageter, il viandante del nulla. Oltre a tradire la sua pronunciata vena poetica, Radek esprime in questo intervento una certa empatia nei confronti di Schlageter. Quest'ultimo, ucciso dalle truppe di occupazione francesi nella Saar, era morto animato da quella che Marx ed Engels, in una loro celebre opera, definirono ''L'ideologia tedesca'' (1846). Molti furono sorpresi dall'ascoltare un uomo che nella vita tutto aveva sacrificato all'ideale utopico della rivoluzione l'apologia di un giovane nazionalista tedesco, un estremista che molti suoi compagni non avrebbero esitato a definire nient'altro che un ''cane da guardia'' della borghesia. Ma Radek, evidentemente, non la vedeva così: Schlageter era pur sempre stato un viandante, in cerca della verità. Un viandante smarritosi nel nulla di uno sciovinismo dal quale aveva tanto da perdere e nulla da guadagnare. Ed eppure, quell'uomo era stato capace di un gesto generoso, eroico. Degno, insomma, di venire celebrato, e in quella occasione, di fronte ai principali esponenti del partito.
Per capire la portata del gesto, e gli intenti sottesi ad esso, manifesti e no, occorre prima parlare di Radek: Karl Sobelsohn era nato e Leopoli (1885), nell'allora Austria-Ungheria, da genitori lituani di origine ebraica. In gioventù militò nel partito socialdemocratico polacco e, più tardi, nella socialdemocrazia tedesca, pur partendo da una formazione di stampo nazionalista. Egli restò comunque, per l'intero arco della sua vita, e grazie soprattutto all'influenza che ebbero le numerose peregrinazioni per l'Europa Centro-Orientale, uno dei più accessi internazionalisti tra i dirigenti bolscevichi. Egli si sentirà per tutta la (a dire il vero, breve) vita a casa propria in Germania come in Ucraina, a Mosca come a Pechino. La Cina, per Radek, era davvero vicina: dopo la rivoluzione, egli divenne rettore dell'università Sun Yat Sen di Mosca, creata appositamente per formare i futuri rivoluzionari cinesi, in accordo col Kuomintang (non a caso, i nazionalisti...). Insomma, Radek, cosmopolita e nazionalista, passionario e, allo stesso tempo, lungimirante: in quel discorso, egli riluce in tutta la sua, originalissima, visione degli equilibri mondiali. Da una parte l'Occidente, borghese, corrotto, eternamente decadente. Dall'altra, l'Eurasia, appunto, ''immensa e rossa'', guidata dall'Unione Sovietica ma, allo stesso tempo, fraternamente unita da valori riconducibili, in qualche modo, al socialismo. In mezzo, c'erano uomini come Leo Schlageter: non solo al centro geografico dell'Europa, ma nel cuore politico del problema. Quegli uomini, la piccola borghesia, soprattutto tedesca (per la quale Radek avrà sempre un occhio di riguardo), andavano conquistati alla causa socialista (anche) attraverso il nazionalismo, e ciò sarebbe stato possibile, nell'opinione di Radek, per i valori che il nazionalismo, e quello tedesco in particolare, sapeva veicolare.
I compagni di Schlageter, come sappiamo, non seguirono il suggerimento di Radek, prendendo una piega ben diversa. Ma nel nome del partito di Hitler, comunque, sarà presente, seppur si trattasse nient'altro che di retorica, l'aggettivo socialista. Sappiamo poi, invece, come nel 1949 il nazionalismo del Kuomintang, in Cina, sia stato vittoriosamente sostituito, dal nazionalismo (!) del partito comunista di Mao e compagni. Possiamo dire, quindi, che quella di Radek non fu, solamente, la suggestione di un poeta sentimentale commossosi di fronte a quello che oggi definiremmo ''un caso di cronaca''. L'eurasiatismo di Radek, orfano del suo sacerdote, orfano di risorse, amputato dell'Asia non sovietica, trovò rifugio nello zarismo di Stalin, euroasiatico tanto quanto lo erano stati, appunto, gli zar. Ma qui, a dire il vero, l'idea originale ha già subito una mutazione, e non da poco: lo stesso pensiero di fondo, che in Radek si materializza nell'elogio di un morto, in Stalin diviene il patto Molotov-Ribbentrop. Attualmente, resta in circolo, delle due, solamente la variante deteriore, scomparsa la prima nel 1939, vale a dire con l'anima del suo ideatore, Radek appunto. L'eurasiatismo rossobruno, sintesi di tutto ciò che è, o aspira ad essere, antioccidentale e ''identitario'', di chiara matrice staliniana, cammina ora sulle gambe di Aleksander Dugin, ''ideologo'' di Putin. Anche se bisogna dire che, in quanto ad eurasiatismo spiccio, il presidente Putin pare proprio se la cavi bene, senza bisogno di maître à penser.
© Punto e Virgola