‘’Bobo Craxi’’, all’anagrafe Vittorio, nasce a Milano nel 1964, secondogenito di Bettino Craxi e Anna Maria Moncini. Fin da giovanissimo si interessa di politica, entrando nel partito socialista milanese e divenendone, in breve, segretario. Più che del politico, però, ha l’aria del cantautore svagato, o almeno è così che entra nell’immaginario collettivo. In seguito alle vicende che travolsero la carriera politica di Bettino, egli prima si trasferisce in Francia, quindi in Tunisia, al seguito del padre malato. A quei giorni è ispirato il film di Gianni Amelio, ‘’Hammamet’’ che, a dire il vero, non fa nulla per trasformare il cliché del giovane svagato in una persona in carne e ossa. In seguito alla morte del padre egli si candida nello schieramento di centro-destra, con Berlusconi e, soprattutto, contro quelli che avevano preso a monetine e male parole il padre. Presto però si consuma il divorzio con il centro-destra, nel tentativo di dare vita a quell’unità socialista su cui il padre aveva più volte insistito negli ultimi anni di politica attiva. Così nel 2006 Vittorio, e quella componente del PSI ‘storico’ che lo segue, si presentano alle elezioni alleati di Prodi e della sua ‘’Unione’’, mentre la sorella Stefania, anche in virtù del rapporto personale che la lega alla famiglia Berlusconi, rimane nel centro-destra, che di lì a poco sarebbe divenuto ‘’Popolo delle libertà’’. Come sappiamo, vincerà Prodi, e Vittorio Craxi diverrà sottosegretario al ministero degli affari esteri. Negli stessi anni, è responsabile ‘’estero’’ per ‘’I socialisti’’. Caduto Prodi, e terminato quel decennio, tutto nel segno della contrapposizione frontale Berlusconi-Prodi, si esaurisce anche lo spazio dei socialisti di ‘’Bobo’’ Craxi. O almeno così sembra. Lo stesso Vittorio, del resto, a partire da quel periodo si allontana via via dalla politica attiva, continuando però gli sforzi volti a riabilitare la figura paterna. Negli ultimi anni, parallelamente alla militanza politica, l’ex onorevole ha coltivato anche una sua peculiare presenza web, comparendo quale co-protagonista della ‘’rubrica’’ che Fulvio Abbate porta avanti sui suoi canali youtube: ‘’Gauche caviar’’. In quest’ultima, si possono vedere lo stesso Abbate, Craxi, Telese e Lavitola (si, quel simpatico mitomane) che discettano di politica attorno a un tavolo imbandito, e molte altre cose interessanti, come il murales di Claudia Cardinale, ‘’la più bella italiana di Tunisi’’, a pochi metri da un convento, nella casbah della capitale tunisina. Oggi, come anticipato, Vittorio Craxi vive a Roma, dove scrive e continua a fare politica.
Partiamo dalla fine: ufficialmente, lei ricopre ancora un ruolo dirigenziale nel Partito Socialista Italiano, una piccola formazione politica che, però, raccoglie una grande eredità. Vittorio Craxi si considera ancora un politico? Se sì, quali sono le ragioni che, a distanza ormai di decenni, di parecchie cause giudiziarie e di altalenanti fortune elettorali la spingono tutt’ora a esporsi in prima persona? Il suo impegno personale, ad oggi, è orientato alla rivalutazione di un passato che ha visto suo padre e il suo partito protagonista della vita politica italiana e del suo collasso post tangentopoli, o si tratta piuttosto del tentativo di riproporre quell’orizzonte politico adesso, nelle mutate condizioni del paese e, più ingenerale, delle democrazie in tutto il mondo occidentale? «Chi ha scelto la Politica come una passione e nel corso della vita sviluppa attorno ad essa i suoi interessi vitali, quindi professionali difficilmente si dimette da essa solo perché non ricopre un incarico pubblico. Sono stato un professionista quando esistevano i Partiti di massa, ho continuato a comportarmi come tale anche non ricoprendo particolari incarichi. Scrivendo, leggendo, informandomi, svolgendo attività pubbliche incontrando le persone sempre al servizio dell’idea nobile del Socialismo e operando per un suo rinnovamento. Non sottovaluterei la presenza socialista nella nostra società, penso che dinnanzi ad una proposta convincente chi lo fu in passato e le nuove generazioni possano avvicinarsi ad esso per il bisogno che ciascuno sente di poter vivere un giorno in una società dove si realizzi un socialismo democratico che faccia avanzare il nostro paese nella libertà.»
Proprio a proposito degli ultimi sviluppi internazionali, viene spontaneo chiederle se vede parallelismi tra le vicende che interessarono suo padre e quelle che, ad oggi, sembrano avere definitivamente travolto il governo spagnolo di Pedro Sanchéz, a partire dal filone di inchieste che era arrivato a colpire i suoi familiari e l’ex premier Zapatero. Crede che si possa parlare, ieri come oggi, di forti pressioni internazionali che ‘’accompagnano’’, per così dire, le fortune e le sfortune politiche di molti autorevoli leaders europei? Se, invece, l’accostamento le pare ardito, le chiedo cosa distingue, in prima battuta, l’offensiva giudiziaria subita da suo padre rispetto a quella che vede e sta vedendo nel ruolo di imputato l’ormai ex premier spagnolo? «La vicenda spagnola presenta delle similitudini nel senso che vi è Stato un utilizzo politico e spesso arbitrario della Giustizia in questo caso contro dirigenti socialisti e persino contro i familiari del Presidente Sanchez. In generale vi è un'offensiva contro i socialisti che non si allineano al pensiero dominante. All’obbedienza cieca e sorda verso il nostro alleato americano o allo strapotere del potere finanziario. Penso che nell’offensiva contro Sanchez ci sia questo oltre al fatto che Egli esprime una delle più efficaci esperienze della socialdemocrazia in Europa. La nuova destra la vede con il fumo negli occhi»
Restando nel campo delle idee, se così le si vuole definire, le piacciono quelle di Mamdani? Il suo esperimento è un fenomeno pop destinato ad esaurirsi in breve tempo, basato su slogan e una forte presenza mediatica, o si tratta piuttosto delle prime avvisaglie di una nuova sensibilità politica oltreoceano? Un personaggio come Mamdani che possibilità ha di incidere al di fuori di una città che, senza dubbio, rappresenta un’eccezione nel panorama americano? «Penso sia naturale sovente riferirsi ad esperienze straniere per mutuare degli esempi da cui prendere le mosse. Ma questo viene per grandi movimenti ideologici, pratiche di buon governo per chi aspira a guidare la propria nazione. Il sindaco di New York è sempre stato una figura particolare che genera delle suggestioni basti pensare a figure epiche come Fiorello, la guardia sindaco Italo americano durante conflitto bellico. Il giovane Mamdani piace perché rispolvera alcuni temi che sono propri del socialismo municipale, anche europeo ed è la prima volta che accade. Questo avviene perché nelle grandi città la forbice delle diseguaglianze si è ulteriormente allargata, perché le minoranze etniche sono tornate ad essere tali persino nella culla del melting pot, che è sempre stato un vanto nell’America che abbiamo guardato con ammirazione e che oggi appare smarrita ed in preda alle convulsioni degli oligarchi autoritari.»
Nell’altra America, invece, quella ‘’latina’’, Lula sembra aver incontrato un ostacolo insormontabile nella nuova linea politica di Washington: la dottrina Monroe non era mai stata così in auge dai tempi del professor Kissinger, o almeno questo e ciò che si ricava guardando alle ultime tornate elettorali nel continente. È d’accordo? Vede come ormai finita quella stagione in cui, anche grazie a suo padre, esisteva una linea diretta tra la politica europea e quella sudamericana, utile a controbilanciare l’influenza USA? «Il logoramento di una leadership come quella di Lula, anche per ragioni anagrafiche, non necessariamente coincide con la fine della ricerca dell’autonomia sudamericana dal Nordamerica. Semmai esiste il risveglio della dottrina che lei ha citato; lo abbiamo visto nella paradossale vicenda venezuelana: mai nel dopoguerra era accaduto che gli americani rapissero un presidente sudamericano. Nel caso brasiliano, tuttavia, vale la pena di ricordare che parliamo di una nazione che si colloca fra le prime 10 del mondo in termini economici e che il ruolo delle presidenze progressiste è stato quello di tentare, e in parte sono riusciti, di riequilibrare i vantaggi economici derivanti dallo sfruttamento delle loro risorse interne. Non dimentichiamo che il Brasile continua a denunciare il dato mostruoso di una povertà che tocca 53 milioni di abitanti, e sette fra di essi vivono in una condizione estrema. Questi ultimi sono ostaggi di una politica populista che la destra proprio in questa settimana sta dispensando a piene mani. Tanta gente pensa che Bolsonaro sia la soluzione quando esso non è che parte di questa malattia.
Tornando all’Italia, in ossequio alla tradizione del suo partito e, diciamo pure, anche a causa delle già citate vicende giudiziarie che coinvolsero larga parte della dirigenza del partito socialista nei primi anni 90’, allo scorso referendum, a tema giustizia, Vittorio Craxi si è espresso per il sì. Il referendum ha avuto l’esito che tutti conoscono e ora, con le elezioni all’uscio, i socialisti, e quindi Vittorio Craxi, si candidano a far parte a tutti gli effetti del ‘’Campo largo’’. Sorge spontaneo domandarle cosa la accomuna, a livello personale, a questo, per ora a dire il vero soltanto eventuale, ‘’Campo largo, e cosa, invece, la divide da Schlein, Conte etc? «La posizione espressa sul referendum sulla giustizia risiedeva nell’assoluta ragione che ci guidava, ovvero che La Giustizia continuava e continua ad essere un terreno nel quale l’immobilismo e la conservazione continuano a farla da padrone. Problemi giudiziari antichi contano poco, specie se penso che tre quarti dei giudici che portarono alla sbarra mio padre siano finiti anch’essi alla sbarra ed hanno rischiato la galera per un nonnulla. Le carriere dei giudici vanno riformate in un quadro di garanzia per loro e per i cittadini. Quanto al cosiddetto campo largo, ovvero la sinistra che si allarga verso il movimento dei cinque stelle, difficile non percepire il partito socialista italiano come un partito determinante per la rinascita della sinistra in questo paese. La domanda andrebbe fatta a movimenti e partiti che non sono figli della medesima storia nobile del movimento socialista ed operaio, quali noi siamo. Come in ogni coalizione ci sono distanze e al tempo stesso ci sono convergenze su temi che sono essenziali. La priorità di non cadere nuovamente nelle braccia di questa destra non serva a nascondere le differenze, che possono esistere, ma bisogna anche lavorare sulla necessità di riduzione della portata di quelle distanze. Allo stato attuale, noi siamo una minoranza riformista, ed è chiaro ed evidente che lavoriamo a questa campagna elettorale per un riequilibrio netto delle forze in campo e per essere nella futura legislatura un punto di riferimento essenziale per quanti ritengano che la sinistra riformista moderna non sia soltanto opposizione e indignazione, ma che sia una sinistra che propone soluzioni alle grandi questioni che attraversano la nostra società, ma più in generale l’umanità che attende risposte concrete all’insidia che presenta il nuovo mondo. Governare i cambiamenti nell’era digitale, nella fine dell’equilibrio mondiale, nelle nuove offensive delle pandemie endemiche, dei cambi climatici, delle guerre di sterminio pretende una classe dirigente e forze politiche all’altezza»
Una domanda, forse, scomoda: Vittorio e Stefania si potrebbero ritrovare, prima o poi, se non nello stesso partito, nella stessa coalizione, così come era accaduto nei primi anni 2000? Chiedo perché, da giorni, il senatore Renzi, non nuovo a queste uscite, tira per la giacca Occhiuto e, indirettamente, sua sorella, per spingere Forza Italia, se non proprio nel ‘’Campo largo’’, quantomeno fuori dal centro-destra a trazione meloniana. Lei come vede, dal punto di vista politico, questa prospettiva? «Non c’è dubbio che nella ricerca del consenso in questa campagna elettorale si farà riferimento alle aree meno estreme del centrodestra, domandando loro, agli elettori più che ai dirigenti, di rafforzare un’area diversa del centro sinistra più tesa al dialogo e alla costruzione riformatrice che non alla distruzione senza prospettive fondata sulle demagogie dei bonus. Non ho la palla di vetro per prevedere gli scenari politici futuri. Se mia sorella tornasse fra i Socialisti dove è nata sarei il primo ad allietarmene.»
Infine, la Tunisia, che prima di Roma è stata per anni anche la sua casa: se all’epoca di suo padre il paese spiccava tra i vicini e nell’intero mondo arabo per l’equilibrio che aveva saputo creare tra tradizioni locali ed esigenze ‘’progressiste’’ e laiche, oggi il paese appare stanco, ancora segnato dalle cicatrici lasciate dalla così detta ‘’primavera araba’’. O almeno all’incirca questo è il quadro che uno si può fare da esterno. Lei che ancora frequenta il paese si sente di confermare questa versione ‘’mediatica’’? Non crede anche lei che, rispetto all’epoca di suo padre, l’intero mondo arabo, e la Tunisia in primis, abbia fatto parecchi passi indietro, dal punto di vista politico e non solo? Le ragioni dell’eventuale declino vanno cercate all’interno o in direzione di quelle ‘’pressioni’’ internazionali che, spesso, riescono a riscrivere il corso degli eventi? «La conquista della democrazia è sempre il frutto di un lavoro, paziente di una reale capacità dei popoli che la ottengono di generare condizioni affinché essa si mantenga riparo dai rischi di crolli improvvisi. Nel caso tunisino che conosco bene. Ho sempre analizzato la fase politica che partiva dal 1956, ovvero dalla conquista dell’indipendenza dal protettorato francese come una fase di transizione, immersa com’era la Tunisia nel caos postbellico della ricostruzione nei paesi occidentali, della divisione del mondo in blocchi, delle turbolenze che provenivano dal mondo arabo e in particolare dal Medioriente. Per questo sia l’esperienza di Bourguiba che di Ben Alì vanno freddamente analizzate sotto questa lente. Infatti, nel primo voto democratico, il primo partito che ebbe il suffragio dei tunisini fu un partito che democratico non era perché avrebbe voluto imporre una sorta di teocrazia strisciante ad un paese che è piantato in mezzo al mediterraneo, crocevia di una molteplicità di nazioni amiche che hanno sempre tenuto in grande considerazione questo piccolo paese gravido di Storia: non dimentichiamo che Cartagine fu una rivale di Roma, erede dei Fenici, con una forte propensione all’interscambio commerciale e culturale. Come nel gioco dell’oca si è tornati al punto di partenza: l’attuale leadership non ha rifondato il sistema democratico e non ha riedificato quel sapiente mix che i suoi predecessori avevano in qualche modo interpretato non senza le contraddizioni del caso. Sono tuttavia le nuove generazioni che richiedono maggiore libertà, occupazione nel proprio paese senza dover sottomettersi all’umiliazione dell’imbarco clandestino, sono generazioni che studiano e che penso potranno dare, se aiutate come dobbiamo fare, anche le nuove classi dirigenti del futuro, persone che sapranno interpretare il bisogno reale di una Tunisia che si apre al mondo e che si autodetermina nella gestione ordinaria del paese, senza condizionamenti, siano essi occidentali piuttosto che orientali. Questo è il mio auspicio.»
L’ultima domanda, però, brevissima, credo sia quella che, un po' in sordina, le riassume tutte: di fronte al crollo del muro di Berlino, suo padre pare abbia detto: ’’nessun calcinaccio di questo muro deve franarmi addosso’’. E, in effetti, sembrava che dovessero essere i comunisti (o post-comunisti, a seconda) a venire travolti dal riflusso storico. Invece, quel muro crollò tutto sui socialisti, almeno in Italia, distruggendo la tradizione politica che si candidava, in quel momento, a trasformare la politica italiana. Come fu possibile questo? Ma, soprattutto, a distanza di così tanti anni, possono definitivamente dirsi chiusi i conti aperti tra i socialisti e la storia politica di questo paese o, ancora oggi, esistono pregiudizi molto radicati? «Allora l’insieme del movimento socialista fu travolto anche dalla crisi del socialismo reale; almeno nella percezione in molti paesi che ne avevano subito le conseguenze tragiche. In Italia il ritardato revisionismo dei comunisti italiani ha creato un danno alla sinistra che ancora oggi ci portiamo appresso. Semmai mi fa abbastanza specie questa ostinata rivendicazione ad una presupposta diversità comunista italiana rispetto al comunismo internazionale. Questo è possibile perché il PCI, fatti salvi i governi locali, non assunse mai la guida del paese, e quindi il processo politico alla stregua di quello giudiziario (erano finanziati da una forza ostile all’Italia). I pregiudizi radicati ce li ha ancora chi vive nella nostalgia del suo settarismo Le nuove generazioni hanno diritto ad un bilancio della storia; come tutte le storie, quella del socialismo porta con sé dei torti e delle ragioni. Ma la storia sta alle nostre spalle e se vogliamo costruire una sinistra convincente, io penso che dobbiamo portarci appresso tutto ciò che è di buono ha saputo sopravvivere non solo nella memoria ma anche nella condotta democratica ed istituzionale dall’esperienza del (PSI) e del PCI. D’altronde gli eredi di quel partito hanno aderito fin dai tempi di mio padre al partito del socialismo europeo, non fanno parte dell’internazionale socialista ma sono perfettamente integrati, parlo del PD, nel grande movimento progressista che recentemente ci ha riuniti a Barcellona sotto l’egida del partito di Sanchez. Quello che serve a noialtri del Psi é una crescita; e si determinerà questa crescita con il concorso di nuove generazioni quel che posso continuare a fare io è, aldilà della testimonianza, accompagnare questo processo di rinnovamento. Ed è quello che sto facendo e che mi sforzo di fare.»
© Punto e Virgola
