Domenica 27 settembre sono stato al Teatro Farnese per l’evento di lettura organizzato da Scintille Bookclub, il ritrovo di appassionati/e nato nel 2018 dalle luminose Camilla Mineo, Caterina Bonetti e Francesca Laurieri, che vedeva protagonista Paolo Nori, scrittore e traduttore originario proprio di Parma, in cui si leggeva “Dell’amore”, uno dei quattro racconti estratti da “La vita è orribile e meravigliosa” di Čechov. È vero: la cornice da sola probabilmente sarebbe bastata per trattenere il respiro. Ma immaginarsi all’interno del Teatro Farnese circondati da persone in silenzio, intente a leggere, è stato pressoché surreale. Uno di quei momenti in cui Parma non sembra poi così distante dai centri di gravità del mondo, dalle grandi metropoli, dagli epicentri artistici. “La vita è orribile e meravigliosa” è un’antologia di racconti di Anton Čechov, pubblicata da Neri Pozza nel 2026 e tradotta dal russo da Sophia Simo, una studentessa di Nori all’Università IULM di Milano, che ne firma l’introduzione. In principio, l’idea di Sophia per la sua tesi di laurea consisteva nel raccogliere tre racconti dello scrittore e drammaturgo di Taganrog, località nella Russia Meridionale, ma il suo professore la convinse ad aggiungerne un quarto. Si arrivò dunque alla seguente composizione di titoli: “L’uomo nell’astuccio”; “L’uva spina”; “Dell’amore”; “La fidanzata”. Lasceremo spazio ai curiosi di indagare a fondo sulle storie in un secondo momento, anticipando soltanto che – prendendo in prestito le parole dello stesso Nori – non succede niente. Le vite di questi vivissimi personaggi sono caratterizzate da un immobilismo inquieto, donne e uomini incapaci di fare il primo passo per cambiare le proprie esistenze, abitudini, fissazioni. Čechov fa quello che dovrebbe fare un grande scrittore: osserva le vite degli altri senza giudicare, facendo bensì trapelare un velo di ironia affettuosa. “Dell’amore” racconta una prigionia psicologica, morale, nella quale i due protagonisti – Alechin e Anna Alekseevna – si incarcerano pur di non rivelare il proprio amore. L’eccessiva razionalizzazione di un’emozione primordiale rende le loro pedine immobili sulla scacchiera, capaci di dichiararsi solo all’ultimo treno. Ma ormai è troppo tardi: Anna sta per partire per curarsi, e ad Alechin non resta che tirare metaforicamente la zip del “suo” astuccio, e nascondersi dalla vita. Emerge una verità: la paura fa novanta e ci gela i piedi. La vita è orribile, e nonostante questo rimane meravigliosa. Bisogna vivere, nonostante. Nonostante la paura, le aspettative sociali, nonostante le voci, confuse anch’esse, di chi ti impone chi dovresti diventare. A 26 anni, queste voci le ho già conosciute. Ma si sa, non bisogna mai fidarsi dei pensieri che nascono in casa propria. E allora domenica pomeriggio sono uscito di casa, ho preso lo scooter, e ho percorso la solita strada. Quella di sempre. Via Montebello, Via Solferino, svolta a sinistra in corrispondenza delle poste. Stradone imboccato, poi un centinaio di metri ancora, fino al semaforo. Stranamente verde. Ancora una svolta, ora a destra. Viale Basetti, ignorando la ZTL. Alla mia sinistra, la vita scorreva lungo le case colorate al di là del fiume. Pensavo agli anni che sono scivolati via, alle imprese realizzate e alle piccole cose mai fatte. Pensavo che alcuni secondi non torneranno più indietro, e mi rivedevo studente, al liceo linguistico Marconi. Mi sembrava di essere lì davanti alla lavagna, voltato di spalle alla classe. Volando sui tetti coperti di cenere di Dickens, o davanti a una siepe, prima dell’Infinito. Finalmente, è scattato il rosso al semaforo all’incrocio con via Mazzini. Una volta dentro al Farnese, mi sono seduto nella settima fila di sedie sul lato destro della sala, stringendo il libro di Čechov tra le mani. Pensavo, tra me e me, che a nessuno importasse del mio romanzo d’esordio, e che non sarei mai diventato bravo come Paolo Nori. Forse questa convinzione sabotatrice è dovuta al fatto che non sono laureato in lettere, e che tutti i grandi scrittori non possono occuparsi al contempo di economia aziendale. Ci siamo messi a leggere il capitolo assegnato in gran silenzio, ma il brusio di questo pensiero ha continuato a disturbarmi. Leggevo, leggevo, e quasi volevo gridare ai personaggi di lasciarsi andare, di vivere nonostante. Dimenticandomi, forse volutamente, di quelle catene che in fondo sono anche mie. All’improvviso, la mia mente è stata catturata da una parola echeggiante tra gli infissi in legno del teatro: “metanodotto”. Alt: Cosa diavolo c’entrano ora i metanodotti con la letteratura russa? Mi sono risvegliato da questo sonno cerebrale e sono ritornato con l’attenzione a Paolo Nori, che ora si era posizionato in piedi a metà tra le due file. Ha preso la parola. “Quest’anno sono trent’anni che scrivo. Calcoli alla mano, dato che ne ho compiuti 63, ho iniziato a 33. Prima di fare lo scrittore e laurearmi, mi sono diplomato come ragioniere, e sono stato in Algeria, Iraq, e poi in Francia. Sono finito a fare il responsabile per una joint venture franco-italiana che posava un metanodotto a Nîmes, nel sud della Francia. Lavoravo 14 ore al giorno. Sono durato quattro mesi, alla fine dei quali, una mattina, mi sono svegliato e mi sono domandato: Paolo, ma a te piacciono i metanodotti? Ti piace fare dei buchi per terra, infilarci dei tubi? Mi sono risposto di no, e ho dato le dimissioni.” Un attimo prima ero sicuro che stessimo parlando di Čechov, di un uomo nell’astuccio, della vita di un impiegato che prese una piega assurda dopo uno starnuto accidentale sulla testa del suo capo. Un frangente dopo, mi è venuto da pensare che Nori ci stesse mostrando come anche a lui stessero stretti i panni kafkiani da insetto di Gregor Samsa. Ma come, proprio quell’uomo che consideravo aulico e letterato dalla nascita, celava una vita passata come tutti noi comuni mortali? Ho ascoltato per la prima volta dal vivo Paolo Nori al premio Sant’Ilario di quest’anno. Mio padre mi ci porta per tradizione, e io non aspetto altro che aggiornare il censimento dei miei concittadini. La cifra sale e scende dell’ordine di un migliaio come un pendolo. Crescendo a Parma, non ci si chiede mai se duecentomila abitanti siano tanti o pochi, si ha semplicemente l’impressione che là fuori ce ne siano sempre di più. Qui sembra di conoscerci da tutta la vita, e di raggiungerci come nodi in un laccio marinaro, intrecciati sempre allo stesso filo. Quando Nori ha raccontato quella parentesi della sua vita, estraendo la parmigianità che ci accomuna dall’equazione, l’ho sentito vicino a me. Di colpo, sono tornato a fare quello che un ragazzo dovrebbe poter continuare a fare, anche a 26 anni, anche dopo le prime sfregiature che la vita ti può riservare: sognare. Di quel suo intervento, già nel freddo padano del tredici gennaio, mi colpì una frase in particolare, una confessione intima. Disse che stare lontano da Parma lo aveva avvicinato ancora di più alla sua città, e che quella luce gialla di via Repubblica non la trova da nessuna parte. Ascoltare Paolo Nori è un po' come aspettarsi sempre una nota di sarcasmo dietro l’angolo, magari preceduta da un cambio di voce repentino e da una gestualità con la mano destra aperta a disegnare forme nuvolose nell’aria, e chiedersi continuamente se una figura come questa non la si possa incontrare in un bar di quartiere, o in tribuna al Tardini. Per poi fissarlo come fa un miope per strada cercando di capire se questo tizio lo si abbia già visto da qualche parte o meno. Quando l’ho incrociato al Salone del Libro lo scorso maggio e gli ho regalato il mio libro “Goodbye, Goodbye”, si è limitato a chiedermi dove avrei visto Parma-Como il pomeriggio seguente. In fondo, è celebre la sua frase “a me piacciono due cose che fanno piangere: la letteratura russa e le partite del Parma.” Come l’impressione che ho di lui, anche la letteratura russa è cinica, non si piange addosso, racconta la vita dei suoi protagonisti com’è e se può non esita a renderla grottesca. In un romanzo russo non si cerca un lieto fine. Altrimenti, come dice lui, sarebbe un romanzo americano. E allora, per un istante, torniamo al titolo della raccolta di Čechov: “la vita è orribile e meravigliosa”. Sa essere orribile quando un incidente quasi mortale rischia di farti scomparire, o quando il tuo mentore, colui che ti portava a spasso per San Pietroburgo come Virgilio con Dante, indicandoti i numeri civici delle case dei tuoi eroi, ti saluta per sempre. E sa essere meravigliosa, quando in quelle stesse camminate per la città delle Notti Bianche salivi più su con lo sguardo, oltre il tetto della casa di Dostoevskij, fino a toccare il cielo con il naso. Domandandoti (mi piace pensare) che cosa ne sarebbe stato dei tuoi sessantatré anni, se trent’anni fa non avessi avuto il coraggio di buttarti e di inseguire quello che amavi davvero: la scrittura, la bellezza, la Russia. Se non fossi mai uscito dal tuo astuccio. Paolo Nori dice che non ha mai detto “Ti amo”. Certo, è innamorato di sua moglie, di sua figlia, dei suoi fratelli, di Parma, ma quelle due parole proprio non riesce a pronunciarle. Sarà che nel dialetto parmigiano non si dice “ti amo”; si dice “at voj ben”, che gli ricorda i suoi nonni, Carmela e Gaspare.
E che non esiste un’espressione che racchiuda l’essere felici, bensì “a son stè ben”, “sono stato bene”. Già racchiude il senso di tutto: la felicità è un lampo, impossibile da cristallizzare; la vita è un insieme di punti, e guardando indietro si collegano, ricordandosi quelle volte in cui, sì: a son stè ben. Ci sono giorni in cui essere parmigiano “l’è bel bombè”. Domenica 27, grazie a Paolo Nori, al complesso monumentale della Pilotta, a Scintille e alla sua squadra, alla Bancarella di Borgo del Gallo e alla Mondadori di Piazza Ghiaia, leggendo Čechov con un tifoso del Parma, “mi, a son stè propria ben”.
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