1
Scritto da Memorie di Mafia
Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo è morta a trentacinque anni, la stessa età che aveva sua madre Lea Garofalo quando la ’ndrangheta la cancellò dalla faccia della Terra. Domenica 6 settembre, ad Ariccia, ha aperto una finestra e si è lasciata cadere. Quattro giorni di agonia, poi il decesso il 10 settembre in ospedale a Roma. Una fine che chiude, in modo straziante, una delle storie più dure della lotta alle mafie italiane. Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro, aveva scelto di testimoniare contro suo marito. Aveva denunciato gli affari criminali della famiglia del suo ex compagno Carlo Cosco, padre di Denise. Quella scelta le costò la vita. Il 24 novembre 2009 Cosco la convinse a lasciare il programma di protezione e a raggiungerlo a Milano con il pretesto di parlare del futuro della figlia. Fu però una trappola brutale. Lea venne strangolata, il corpo smembrato e bruciato. I pochi resti furono ritrovati solo anni dopo. Denise, allora adolescente, non si sottrasse. Testimoniò contro il padre in aula, dietro un paravento, diventando a sua volta testimone di giustizia. «Io, testimone di giustizia, vi spiego quanto costa scegliere la libertà», disse. Visse per anni sotto protezione, cambiando nome e città, seguita dal Servizio Centrale di Protezione. Uscì dal programma nel 2018. Aveva un figlio piccolo, un compagno, un lavoro. Eppure, il peso non si era mai alleggerito. Essere figlia della vittima e dell’assassino, portare sulle spalle il trauma di un omicidio atroce e di una famiglia che aveva tradito ogni legame di sangue: tutto questo non si dissolve con un cambio di identità. Lo Stato, che pure aveva accolto la sua testimonianza e quella della madre, non è riuscito a proteggerla abbastanza. Lea era uscita dalla tutela e nessuno l’aveva trattenuta con forza sufficiente. Denise, dopo anni di isolamento e di paura, si è ritrovata a confrontarsi da sola con ferite che non si chiudono. La protezione formale finisce; il dolore e le ombre del passato no. Le istituzioni offrono spesso un riparo temporaneo, ma raramente un accompagnamento vero, psicologico e sociale, capace di sostenere chi ha sfidato la mafia e ne porta ancora i segni. È una lacuna che si ripete, e che in questo caso ha avuto conseguenze irreparabili. Negli scorsi giorni, la Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti. Si indaga. Sono stati sequestrati i cellulari, eseguita l’autopsia, ascoltato il compagno. Si cerca di ricostruire gli ultimi giorni, di capire se qualcuno o qualcosa abbia spinto Denise verso quel gesto. È un atto dovuto. Non per alimentare sospetti gratuiti, ma per fare piena luce. Perché la verità, in storie come questa, non è mai solo giudiziaria: è anche civile, collettiva, di tutti noi. È il modo in cui una società guarda a chi ha pagato il prezzo della giustizia e chiede, ancora, di non essere abbandonato. Denise Cosco aveva scelto la libertà. Quella scelta, come quella di sua madre, meritava di essere custodita con maggiore cura.
© Punto e Virgola