È venerdì 16 ottobre, noi studenti siamo usciti da scuola, saliamo sugli autobus e non si parla di altro. “Oh hai sentito cosa fanno domani?”,“Domani vogliono rubare pistole alla polizia”, “Vogliono anche portare la benzina fuori dalle scuole”, “Bucheranno le ruote dei professori”, “Domani a che ora è la manifestazione?”.
Ah una manifestazione?
Torniamo a casa stanchi e durante il pranzo esplodono i gruppi di classe con messaggi inoltrati da ogni scuola di Parma: si parla di pistole, di coltellini, di dare fuoco a oggetti. Allora forse le ‘voci’ erano vere.
Dopo arriva qualche audio un po’ più chiaro, compare ancora la scritta ‘inoltrato più volte’, si tratta di persone che spiegano che esiste un gruppo WhatsApp di 1000 persone che “vogliono fare come in Francia”.
Le ‘voci’ girano, il caos nasce e la paura cresce. Zero risposte e zero certezze.
Potrebbe sembrare un film ma in realtà è successo proprio venerdì a Parma, coinvolgendo tutti gli studenti degli istituti superiori, le loro famiglie e i professori.
Una cosa è certa: le minacce di violenza che si sentivano non rappresentavano una manifestazione civile.
Durante venerdì pomeriggio tutti gli studenti ricevono email direttamente dalle proprie scuole: “Il Questore ha già diffidato i gestori dei gruppi Whatsapp e Telegram e le loro famiglie”. “Ci saranno sicuramente manifestazioni ma le forze dell'ordine non ritengono che siano realistiche le devastazioni descritte nei messaggi”.
Altre scuole, invece, invitano a stare a casa. Tra i giovani sono già nati meme, scherzi, ma la paura rimane. Si discute se forse sarebbe meglio starsene a casa: “Ma la FOMO?”.
Sabato 17, il giorno dopo le grandi chat, i più temerari vanno a scuola: ma dove sono tutti?
Gli autobus, urbani ed extraurbani, sono vuoti. Viale Maria Luigia, dove sono presenti i licei Romagnosi e Ulivi, e i due istituti tecnici Rondani e Melloni, è completamente vuoto. Ci sono solo più automobili del solito di genitori che accompagnano i propri figli a scuola assicurandosi che essi entrino e che tutto sia in ordine. E poi, due volanti della polizia che girano tra Barriera Bixio (fatidico luogo di incontro) e il viale scolastico.
Dall’altra parte di Parma, invece, la situazione è un po’ differente: nella zona di Ipsia, Itis e Giordani (via Toscana per intenderci) sono presenti più pattuglie, poliziotti e zaini degli studenti controllati. Ma ancora nessuna violenza.
Questa è stata la realtà di questo sabato. Nella mia scuola, il liceo Romagnosi, su 800 studenti circa, soltanto 300 erano presenti. Altre scuole erano ancora più vuote. Questo articolo vuole raccogliere dall’interno quello che sono state queste due giornate per i veri protagonisti: studenti, famiglie e professori.
La violenza che si temeva non si è materializzata. La paura, invece, è stata reale e aveva già prodotto i suoi effetti: le scuole si sono svuotate, le famiglie sono rimaste in allarme e la normalità di un sabato mattina è stata completamente stravolta.
La paura collettiva è cresciuta proprio insieme alle ‘voci’ che ho riportato, quelle che si sentono sull’autobus, che passano da uno studente all’altro, che vengono inoltrate decine di volte sui social e che, a ogni invio, sembrano acquistare un po’ più di credibilità. Il ‘messaggio inoltrato’ diventa una conferma e, in assenza di informazioni chiare, le ‘voci’ occupano lo spazio lasciato vuoto dalle certezze. Questo non significa colpevolizzare chi ha avuto paura e ha deciso di rimanere a casa, molte famiglie hanno scelto la prudenza. Ma il rischio che Parma ha corso in queste due giornate è stato un altro oltre alle scuole vuote. Mentre le voci occupavano le conversazioni degli studenti, anche quelli che di solito non si interessano alla politica o alle manifestazioni, esistevano giovani che volevano scendere in piazza pacificamente. Eppure, in un clima dominato dalla paura, il rischio è stato che quelle iniziative passassero in secondo piano o, addirittura, venissero confuse con le violenze esposte nelle chat.
Davanti alla sede del liceo Marconi di Via Costituente, per esempio, un gruppo di studenti stava manifestando pacificamente con uno striscione che riportava “Guerra, carovita, genocidio: organizziamoci”; eppure, sono state comunque chiamate le forze dell’ordine, notizia tra l’altro mai riportata dai quotidiani della città.
Molti cittadini potrebbero quindi aver rinunciato al diritto fondamentale di manifestare tutti insieme, proprio per questa paura. La paura in questo caso è prevalsa sulla rabbia che dovremmo provare per i problemi che colpiscono il nostro Paese.

Uno dei temi su cui tutti siamo d’accordo è che ciò di cui si vociferava dovesse succedere, non si trattava di una manifestazione, bensì di pura violenza e vandalismo. Non risultavano richieste formali per una protesta, non vi erano partecipazioni dirette delle scuole, né tanto meno esisteva il percorso di un possibile corteo. All’interno dei gruppi, oltre agli studenti, si parlava di infiltrati che non appartenevano alle scuole. Volevano occupare gli istituti, i negozi di privati. Attraverso un sondaggio, inoltre, si chiedeva quali scuole avrebbero partecipato di più: Ipsia, Itis, Melloni e Bodoni erano le principali.
La verità è che, nonostante non sia successo nulla di tutto ciò, la questione non dovrebbe essere chiusa. Le famiglie e le istituzioni scolastiche dovrebbero interrogarsi su come ciò possa essere successo. Anche se non si è arrivati alla violenza materiale, vi è stata una violenza indiretta fatta di intimidazioni, minacce e paura. Bisognerebbe chiedersi come è possibile che all’interno di questo gruppo Whatsapp vi fossero più di 1000 studenti. Alcuni sicuramente messi dentro casualmente, ma comunque che vi sono rimasti senza alcun dubbio. Questo è preoccupante: una ‘manifestazione’ di questo tipo ha avuto più seguito di tutte le altre manifestazioni civili, che spesso vengono tanto criticate.
E proprio riguardo alle manifestazioni (civili) di Parma nasce un’altra riflessione: con queste minacce vengono delegittimate le manifestazioni in generale. Purtroppo già lo sappiamo che tra i più giovani le manifestazioni non sempre sono ben viste, spesso trovate inutili, snobbate perché rumorose. Eppure, come è possibile che violenza e devastazione abbiano suscitato tanto interesse, mentre le forme pacifiche di protesta vengono spesso considerate inutili?
Cosa (non) hanno fatto i quotidiani?
Ed ecco un altro tema: i media! I tanto fidati quotidiani di Parma: la Gazzetta di Parma, Parmatoday, Parmadaily.it.
Anche questi giornali hanno avuto un ruolo importante nella diffusione di queste voci e di questa paura: hanno riportato chat, denunce, tutto senza certezze o commenti da parte delle autorità. Un titolo allarmante può raggiungere migliaia di persone in poche ore, ma informare dovrebbe significare anche verificare, distinguere i fatti dalle ipotesi e, soprattutto, rendersi utili chiarendo ciò che ancora non si sa.
Noi giovani, e ancora di più gli adulti, siamo abituati a leggere un titolo di giornale e considerarlo vero: ma non sempre è così. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, no? Non bisogna, quindi, limitarsi a leggere il titolo di un articolo (che spesso serve per attirare lettori e di conseguenza soldi), ma bisognerebbe leggere tutto facendosi una propria idea. La maggior parte degli italiani questo lo deve ancora imparare: non è tutto bianco o nero, non è tutto destra o sinistra, esiste il grigio e va saputo comprendere.
Come ha scritto Michele Guerra, Sindaco di Parma, in una lettera alla Gazzetta: “Gli adulti siano responsabili”. La politica, in particolare un consigliere di Parma che si diverte a fare addirittura delle vignette, quando viene a conoscenza di potenziali pericoli (addirittura prima dei giornali), non dovrebbe lanciare le notizie sui social, alimentando ancora più paura, ma dovrebbe rivolgersi alle istituzioni.
Ancora una volta interessa di più la ‘guerriglia’ tra destra e sinistra, invece che collaborare su un tema di interesse comune che coinvolge in primis la sicurezza dei più giovani e, in seguito, quella di tutti i cittadini di Parma.
Alle 16 di sabato, poi, si è svolta la vera manifestazione: contro la guerra, il genocidio e il carovita. Una manifestazione civile, pacifica, fatta di persone (tra cui molti studenti) che sono scese in piazza per esprimere la propria rabbia. Ma c’è un altro paradosso. 1000 giovani, o forse più, erano finiti all’interno di un gruppo che aveva come obiettivo la violenza, le devastazioni e le intimidazioni. Non sappiamo quanti fossero intenzionati a partecipare, quanti fossero stati inseriti casualmente e quanti si fossero limitati ad osservare. Ma viene spontaneo chiedersi: che cosa sarebbe successo se quella stessa energia, quella rabbia, fosse stata portata in piazza pacificamente alle 16? I ragazzi potevano unirsi, trasformando la rabbia in una richiesta e la paura in partecipazione.

Invece, per molti, di queste giornate rimarrà l’immagine di una violenza annunciata, di scuole vuote e di una città in allarme ma non di centinaia di persone riunite pacificamente durante il pomeriggio.
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