«Kaja Kallas fa fatica a riconoscere che la seconda guerra mondiale è stata vinta dai Sovietici, lei preferirebbe che l’avessero vinta soltanto gli anglo-americani perché lei c’aveva la nonna che era stata deportata dai Sovietici. Quindi, le questioni familiari sono importanti ma noi cosa c’entriamo con le questioni familiari di una signora estone?»
Questo è quanto dichiarato, con tanto di sorrisetto compiaciuto e tono da scherno a mo’ di sbeffeggio, da Marco Travaglio in un dialogo durante la Festa del Fatto Quotidiano lo scorso 11 settembre avvenuto con lo storico nonché professore medievista Alessandro Barbero che accompagna il tutto con un generoso sorriso e un isterico fare sì con la testa.
Il riferimento è diretto a Kaja Kallas, Alta rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza. La bisnonna, la nonna e la madre di Kallas furono deportate dall’Estonia alla Siberia in una colonia speciale, mentre il nonno venne deportato in un secondo momento per essere imprigionato in un Gulag vero e proprio. Le tre donne vennero prelevate nel quadro dell’operazione Priboi che nel marzo del 1949 vide la deportazione di oltre 20.000 cittadini estoni in soli tre giorni. Kristi Kallas, madre di Kaja, faceva parte degli oltre 6.000 bambini deportati. Aveva sei mesi, percorse oltre 5.000 chilometri su un carro bestiame in direzione Chakassia. Fece ritorno in Estonia solo nel 1959, all’età di dieci anni. L’operazione Priboi vide la deportazione di 95.000 persone fra Estoni, Lettoni e Lituani. Il totale dei deportati dalle repubbliche baltiche per mano dei sovietici supera il mezzo milione.
Questo mezzo milione è solo un pezzo del gigante puzzle delle deportazioni sovietiche, un fenomeno enorme, snodatosi in un territorio vastissimo, tanto da renderne molto complicati studi che cerchino di ricostruire il fenomeno nel suo insieme. Le stime più accreditate parlano di una forbice che va da 6,3 a 6,7 milioni di deportati. Le stime più alte arrivano a 12. Polacchi, ebrei, cecoslovacchi, moldavi, ucraini, tatari di Crimea, Meskheti dall’Asia centrale, ceceni, calmucchi, ingusci, balcari, russi. Trasferiti, a pacchi di migliaia, di centinaia di migliaia, costretti a vivere per anni lontano da casa, in condizioni ostili se non di prigionia. Molti la loro casa non la videro mai più. Per altri, quando ci tornarono, quella casa non era più la loro. Ci vivevano dei russi, arrivati da est.
“Questioni familiari” quindi. Come sono questioni familiari quelle riportate nel diario di Anna Frank, forse quelle più famose della storia. Certo, quelli sono racconti estremamente personali che riguardano una famiglia, un dramma di per se piccolo, individuale, intimo, ma quel racconto non si esaurisce lì. Quella storia personale si fa universale in quanto rappresentativa del dramma somministrato a milioni di altre persone, migliaia di altre famiglie. La componente familiare e individuale porta il dramma a declinarsi in forme diverse per ogni persona che lo vive, ma il dramma è il medesimo e il male che lo crea è comune.
Sarebbe ora Marco Travaglio in grado di sbeffeggiare il dramma familiare di Anna Frank? E lo stimatissimo storico Barbero ne riderebbe con giubilo? Non credo, ma mi rendo anche conto che il paragone potrebbe sembrare azzardato, e in parte lo è. Nessun familiare della Kallas ha scritto un libro dal valore universale come è il Diario di Anna Frank e le deportazioni che colpirono la famiglia Frank erano parte di un disegno genocidario. Ma allora il confine del dramma dove sta, e chi lo decide? Morto ammazzato? Deportato di serie A, no questione familiare, il tuo dramma merita rispetto e ricordo. Deportata all’età di sei mesi e imprigionata per dieci anni, ma non morta ammazzata? Deportato di serie B, questioni familiari, il tuo dramma non esiste, ne rido e lo sfotto.
Ci tengo a precisare che non sono qui a difendere Kaja Kallas e il suo operato da Alta rappresentante e men che meno a sostenere che sia corretto che i drammi individuali diventino paradigmi tramite cui i politici possano legittimare le proprie azioni. Il punto non è questo. Il punto è il giornalismo e l’informazione.
Il fatto che due figure considerate agli apici dell’autorevolezza in campo giornalistico e divulgativo-pedagogico abbiano un senso così basso di responsabilità nei confronti di quello che dicono è sintomo di un giornalismo disinteressato ai fatti, alla loro complessità, a chi li ha compiuti e a chi li ha subiti. I fatti sono svuotati del loro significato e vengono usati come bandiere, come armi retoriche utili a supportare la propria tesi, spesso aprioristica rispetto ai fatti stessi. Poco importa se si ride di drammi familiari, di persone deportate o di persone morte. Se riderne è utile alla narrazione allora non è solo giusto ma diventa necessario, in barba a qualsiasi regola morale che spesso gli stessi vanno professando.
Al di là delle questioni etico-morali, per le quali ognuno farà le proprie considerazioni, quanto detto da Travaglio è problematico da un punto di vista giornalistico per due ragioni principali. Innanzitutto relegare a questioni familiari le deportazioni di Kallas comporta un torto non solo al singolo dramma, ma al dramma universale. Le grandi tragedie non sono entità astratte, a sé stanti, e indipendenti dalle loro vittime. Quelle tragedie, passate alla storia come universali, non sono altro che la somma di molteplici drammi individuali, di molteplici questioni familiari. Relativizzare il dramma singolo corrisponde a relativizzare il dramma tutto. La relativizzazione di un fatto è amplificata quanto più di quel fatto sappiamo poco. Delle deportazioni sovietiche sappiamo sostanzialmente nulla e quello che sappiamo ci arriva tramite stereotipi. I gulag, la Siberia, la transiberiana. Sarebbe compito degli storici come Barbero costruire consapevolezza storica intorno a quello che ancora non conosciamo.
Ascoltando le parole di Travaglio la relativizzazione è infatti tale da tendere alla negazione. Quelle deportazioni non furono fenomeno universale ma, appunto, “questioni familiari”, punto e basta. Non è negazione pura, ma è chiara e voluta ambiguità. Qui sta la seconda ricaduta problematica di quanto detto da Travaglio. Strizzare l’occhio alla negazione di un fatto che il Cremlino sta cercando di relativizzare fortemente da anni non fa altro che renderti arma, seppur inconsapevole, di quella stessa propaganda. Putin ha individuato ormai da tempo la vittoria della Seconda guerra mondiale, o Grande Guerra Patriottica per come è chiamata in Russia, come il mito primario della Russia di oggi, particolarmente perfetto per la narrativa relativa alla guerra in Ucraina. Un grande leader (Stalin) guida un popolo patriottico, pronto al sacrificio per liberare la propria terra dagli invasori nazisti, alla vittoria e quindi alla gloria di Santa Madre Russia. Stalin è quindi stato soggetto di un percorso di riabilitazione che passa anche dal relativizzare, negare o sminuire i sui crimini, fra tutti i gulag e le deportazioni. Nel 2021 la corte suprema russa ha ordinato lo scioglimento di Memorial, la maggiore organizzazione che si occupa di crimini sovietici, che ora opera all’estero e che è stata recentemente dichiarata come “estremista”. Nel 2024 il Museo di storia del Gulag, aperto a Mosca dal 2001, è stato chiuso per “violazioni delle norme antincendio”. Il 22 giugno 2026 ha riaperto ma della storia dei gulag non vi era più nemmeno l’ombra. Al suo posto si trova il Museo della Memoria, dedicato appunto alla Grande Guerra Patriottica.
La cosa diventa ancora più problematica se consideriamo che le deportazioni di massa perpetrate dai sovietici rientravano in un ampio progetto di ingegneria demografica volta a russificare le periferie dell’Unione Sovietica trasferendo le popolazioni autoctone e sostituendole con coloni etnicamente russi. Fra le zone più colpite da questa operazione ci sono proprio le regioni orientali dell’attuale Ucraina, oggi al centro del contenzioso sia bellico che propagandistico. Infine, si raggiunge il livello massimo di problematicità se consideriamo che in quelle stesse aree, da quando sono occupate dall’esercito russo, almeno 35.000 bambini sono stati deportati oltre confine per essere educati e adottati da famiglie etnicamente russe, con tanto di database che permettono di filtrare i bambini per età, colore di capelli, carattere comportamentale.
Temi come questo andrebbero quindi trattati con attenzione, rispetto e con responsabilità. Che si critichi Kallas, ci mancherebbe, ma si eviti di trasformare tragedie in meri attrezzi retorici. Si potrebbe invece usare argomentazioni concrete e meno astratte, che sì, sono sicuramente meno sensazionalistiche degli strilli retorici, possiedono meno potenziale emotivo, ma in fondo il giornalismo quello dovrebbe fare prima di ogni altra cosa: guidare verso la comprensione, informare; non emozionare, aizzare, indignare. Per concludere, pur consapevole della mia nullità al cospetto del direttorissimo Travaglio mi permetto di fare una piccola considerazione, che proprio non riesco a trattenere da quanto è banale. Se vuole davvero smettere di essere etichettato come filo-putiniano, cosa di cui non perde occasione per lamentarsi, forse un buon punto di partenza sarebbe smettere di dire le stesse cose che dice il Cremlino.
Per approfondire
Sui gulag e sulle deportazioni sovietiche
- Arcipelago Gulag. Aleksandr Solženicyn. Mondadori, 1974
- Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici. Anne Applebaum. Mondadori, 2017
- Il grande terrore. Robert Conquest. Rizzoli, 2006
Sulle deportazioni contemporanee di bambini ucraini
- Capturing the minds: The role of child deportation in maintaining Russian authority over Ukraine’s occupied territories. Jade McGlynn, Anastasiia Romaniuk. European Journal of International Security, 2026. Cambridge University Press
- Report on Violations and Abuses of International Humanitarian, Human Rights and Criminal Law related to Militarization and Indoctrination of Ukrainian Children by the Russian Federation. OSCE, 2026
- UN Commission concludes that deportation and forcible transfer of Ukrainian children by Russian authorities, as well as enforced disappearances, amount to crimes against humanity. Nazioni Unite, 2026
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