Cosa aspettarsi?
Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato l’uscita dall’OPEC, l'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio fondata a Bagdad nel 1960 e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio, organizzazioni che riuniscono 12 tra i principali Paesi esportatori di petrolio, l’Opec+ ha tra i membri anche la Russia. Una scelta economico-politica dettata dalla volontà di riorganizzare la produzione a livello nazionale. Il cartello internazionale del mercato petrolifero vede l’allontanamento degli Emirati Arabi dopo quasi 60 anni dalla sua entrata.
Un colpo di scena, che in un’epoca di forte instabilità economica fornisce nuove possibilità di posizionamenti critici. L’Organizzazione nata a Bagdad è funzionale, al fine di limitare la concorrenza mondiale di petrolio. L’OPEC si propone di definire strategie per stabilizzare il mercato, coordinandone la produzione e l'esportazione, e controllare gran parte delle riserve petrolifere di petrolio accertate. Oggi gli Stati membri controllano circa il 79% delle riserve di petrolio a livello mondiale, con una produzione mondiale di petrolio di circa il 39%. Con l’uscita degli Emirati Arabi la produzione crollerebbe intorno al 35%, essendo il terzo paese produttore nell’Organizzazione. Questo cosa comporta? Una nuova geografia del petrolio e una maggiore volatilità dei prezzi del greggio, che influenzano di conseguenza il mercato globale.
La decisione degli Emirati Arabi viene quando il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è ancora nel suo pieno d’azione. Ma quanto la guerra in Iran è influente in questa presa di posizione? Secondo l’Agenzia Internazionale dell’energia (IEA) l’uscita degli Emirati Arabi Uniti è stata dettata dalle crescenti imposizioni dell’Arabia Saudita nella regolamentazione del mercato, permettendo di liberarsi dalle quote dell’OPEC per massimizzare i volumi, mentre i sauditi sostengono il prezzo con tagli costosi. Infatti, la produzione degli Emirati, secondo quanto dichiarato dall’IEA, si aggirava intorno a 2,37 milioni di barili estratti al giorno nel marzo di quest’anno rispetto ad una capacità effettiva di oltre 4 milioni. Le stime fatte dal Paese, nel rispetto degli investimenti effettuati nel mercato, si aggirava intorno ai 5 milioni per l’anno 2027.
Un percorso tutto in divenire. Una geografia politica ed economica in forte tensione. La mossa dell’uscita dall’OPEC non si può considerare solo una scelta formare di incompatibilità gestionale, ma anche una scelta proiettata al futuro nel mercato energetico. Nella genealogia economica prezzi alti comportano un alto profitto, a questa decisione degli Emirati consegue un minore controllo dell’OPEC sull’offerta e sull’influenzare i prezzi del petrolio. Così se il Paese di Abu Dhabi aumenta la sua produzione il prezzo scenderà inevitabilmente, indebolendo la strategia dell’Arabia Saudita alla guida del cartello. Si aggiunge a questo percorso politico, il legame con gli Stati Uniti, con un Trump che ha sempre dichiarato l’ostilità dell’OPEC verso i consumatori americani e per l’economia del mondo.
Al conflitto in Iran, alla messa in atto di una strategia oppositiva rispetto alla gestione dell’OPEC, seguono le prescrizioni future per e verso una transizione dal fossile, questi potrebbero essere gli ultimi 5 o 10 anni di alta domanda del fossile, prima di declinare. Non è, perciò, più profittevole stare all’interno di un cartello del mercato petrolifero; quindi, correre da soli potrebbe essere un’alternativa valida. Aumentare oggi la propria produzione così da poter affrontare la transizione negli anni a venire. Auspicare alla transizione non è solo costruire un futuro sostenibile, ma rendere il mercato dell’energia decentralizzato rispetto alla strategia imposta dai cartelli e dalle multinazionali.
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