«Voglio una vita spericolata, di quelle che non si sa mai». In Vita spericolata di Vasco Rossi non c’è soltanto il desiderio di eccesso o di trasgressione, ma l’aspirazione a un’esistenza autentica, imprevedibile, libera dagli schemi. Una vita che sorprende, che non si lascia ingabbiare, che vibra. Ma davvero quella vita raccontata nella canzone coincide con il sogno che ognuno di noi vorrebbe avere? E soprattutto: è ancora possibile viverla nella nostra generazione?
Oggi ci troviamo immersi in una realtà che, paradossalmente, ci offre infinite possibilità ma allo stesso tempo ci priva di identità. Siamo costantemente esposti a modelli irraggiungibili che scorrono sugli schermi dei nostri smartphone: volti perfetti, corpi scolpiti, vite apparentemente impeccabili, come opere d’arte cesellate da maestri del Rinascimento quali Michelangelo o Raffaello. In questa continua esposizione al confronto, rischiamo di perdere ciò che ha sempre caratterizzato il genere umano: il senso di comunità.
Il bisogno di apparire, di essere visti, di dire al mondo «ehi, io ci sono», nasce spesso non da una reale superiorità, ma dal desiderio di coprire insicurezze e fragilità. Indossiamo un’armatura, convinti che mostrarci invincibili sia l’unico modo per sentirci parte di qualcosa. Ma questa volontà di visibilità, quando non è accompagnata da consapevolezza, può trasformarsi in una corsa cieca verso il riconoscimento, dove l’obiettivo non è più vivere, bensì dimostrare.
Eppure, come ci ricorda il regista teatrale Peter Brook, al di là delle differenze linguistiche e culturali, attori e spettatori condividono le stesse emozioni. Questo significa che, nonostante le maschere e le armature, siamo accomunati dalle stesse paure, dagli stessi desideri, dalle stesse fragilità. La vera forza non sta nel sovrastare gli altri, ma nel riconoscersi simili.
In questo contesto si inserisce la crisi d’identità dei giovani. Ma cosa significa davvero essere giovani? Non è solo una questione anagrafica. Si è giovani ogni volta che si ha la capacità di amare ciò che ci circonda, di desiderare, di immaginare, di voler cambiare le cose. Essere giovani significa avere tanti sogni e la volontà di realizzarli. E, come ricordava Enrico Berlinguer, la giovinezza è rivoluzionaria per natura; possiede uno sguardo sul mondo capace di trasformarlo, come un tappeto magico che ci permette di volare lontano.
Tuttavia, i sogni non sono sempre innocenti. Quando vengono guidati dall’egoismo, rischiano di diventare strumenti di sopraffazione. Inseguire un obiettivo non dovrebbe mai significare ledere qualcuno in modo crudele. Che vita è quella in cui, per avere un posto a sedere, bisogna far cadere un altro? Il fascino dei sogni può trasformarsi in un inganno psicologico: sfrutta il nostro istinto positivo verso il coraggio e l’azione, ma ci fa perdere la razionalità necessaria per valutare le conseguenze delle nostre scelte.
Agire d’istinto può farci sentire vivi, ma senza riflessione rischiamo di cadere nelle nostre stesse trappole, come willie il coyote che precipita inseguendo l’illusione di prendere l’uccello bip bip. Ed è proprio nella caduta che si misura la maturità: bisogna sapersi rialzare. In una società pronta a puntare il dito, dove la paura di mostrarsi deboli alimenta il giudizio verso gli altri, il vero atto rivoluzionario è fermarsi, respirare e analizzare con lucidità la situazione.
Non tutti possiedono la stessa determinazione. I più cocciuti continueranno a inseguire il proprio sogno a ogni costo. Ma per chi si sente più fragile, meno sicuro, la riflessione non è un segno di debolezza. Anzi, è un atto di coraggio. Mettersi in discussione, riconoscere i propri errori, accettare i propri limiti significa costruire un benessere mentale solido e duraturo. Non c’è vergogna nel passato, né colpa nell’essere ciò che si è diventati: siamo il risultato delle nostre scelte, ma abbiamo sempre la possibilità di ripartire.
La vera vita spericolata, allora, non è quella che distrugge tutto per arrivare prima. È quella che osa essere autentica. È quella che insegue i propri desideri senza caricarli di aspettative soffocanti e senza screditare gli altri. Perché, alla fine, ciò che conta non è ciò che troviamo al termine della corsa, ma ciò che proviamo mentre corriamo.
E forse è proprio questa la forma più alta di libertà: vivere intensamente, sì, ma con consapevolezza. Sognare, sì, ma senza perdere la nostra umanità.
Autore
Pietro Intini
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