Il vapore che aveva riempito il bagno stava gradualmente abbandonando lo specchio.
Guido fissava distratto un riflesso sfocato mentre infilava velocemente una camicia a righe bianche e azzurre. Un bottone dopo l’altro. Aveva arrotolato le maniche per tre volte, la lunghezza giusta per coprire il gomito e una piccola parte dell’avambraccio.
Mentre muoveva la testa a ritmo di musica e canticchiava con lo spazzolino da denti ancora in bocca, aveva afferrato i pantaloni di tela beige e li aveva infilati facendo attenzione a far entrare la camicia senza stropicciarla. Odiava le pieghe nelle camicie e odiava le cose asimmetriche.
Dopo i pantaloni ecco i calzini e un bell’orologio regalatogli qualche anno prima. Non lo indossava da una vita, ma quella sera era speciale: doveva farsi bello.
Qualche chiazza di vapore era ancora immobile sullo specchio e intanto lui era tornato a spazzolare con forza i denti ormai un po’ consumati dal caffè. Spazzolava così forte che il manico in plastica si stava piegando.
Si chinò per risciacquare veloce. L’acqua dopo il dentifricio alla menta aveva sempre un saporaccio doloroso. Tirò su la testa e, per la prima volta da quando era uscito dalla doccia, vide il suo riflesso al completo.
Vide due occhi verdi che lo guardavano impietriti dalla paura. Vide le occhiaie sempre più marcate dalla stanchezza. Vide le labbra piegate in un sorriso amichevole e quasi spavaldo. Mentre passava la mano lungo il lavandino per pulirlo dal dentifricio, continuava a fissare il suo riflesso. Lo guardava cercando anche solo una minuscola imperfezione: se l’avesse trovata, forse avrebbe significato che non era pronto per andare, così avrebbe potuto annullare tutta la serata.
La musica era allegra, non riusciva a prepararsi con le canzoni che parevano lagnarsi: aveva bisogno di saltellare per il bagno afferrando il deodorante e il pettine mentre li usava per canticchiare stonato e sottotono. Ma quella da sola non bastava a farlo smettere di fissare il proprio riflesso con fare sospettoso.
«Non è il momento. Non ancora.» Aveva iniziato a parlare al sé nello specchio.
«Sì che lo è. Hai paura che se vai lei non tornerà? Sai già che non lo farà.» Il riflesso gli aveva risposto.
«Io penso che nell’attesa ci sia un grande onore, sai?»
«Aspettare e pregare è da idioti. Ma dimmi, da quand’è che dici solo cose senza senso?» Lo specchio provava a prenderlo in giro.
«Aggiungici il fatto che non voglio perdere tempo. Tanto so già che non è come…»
«E menomale.» L’altro Guido lo aveva interrotto piuttosto stizzito.
«Vabbè dai, hai capito che intendo.»
«No, e nemmeno tu.» La voce si fece più rassicurante all’improvviso. «È il momento per andare, fidati, è solo un primo appuntamento. Metti le scarpe e non farla aspettare.»
«Non lo so. Stiamo qua altri cinque minuti e poi forse vado.»
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