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«Sei lontano…»
Ma che mi frega se sono lontano, sono le 4:30, lasciami dormire in pace.
«Hai ragione. Su, vieni qui.» La chiamo verso di me e ci troviamo di nuovo uno di fronte all’altro.
Ci stiamo abbracciando, più o meno. Ho un braccio sotto la sua testa e l’altro steso lungo il mio fianco, per paura di farla sentire maneggiata.
Io non pensavo che ci saremmo trovati così, o forse sono solo un po’ stupido e non capivo che, dopo un po’, sarebbe stata questione di tempo.
Devo dire, però, che speravo che il guardarci negli occhi da abbracciati, coi nostri nasi che quasi si toccano, sarebbe definitivamente terminato addormentandoci. Invece no, la stronza mi ha svegliato. Mi ha svegliato per riportarmi nella tortura di poche ore fa.
Mi sta fissando. I suoi occhi nocciola, che vedo a malapena, sembrano aprirsi in un sorriso che non ho mai visto prima.
No, mi sbaglio. Le ho visto quell’espressione addosso altre volte. Per coincidenza, siamo sempre appiccicati come due cozze ogni volta che la intravedo. Sono sicuro che pure a me capita di avere lo stesso tipo di sguardo.
Si sporge un po’ verso di me. Ma dove vuoi andare? Vuoi venirmi ancora più addosso di così?
Niente, non vuole niente. Mi ha scoperto, lo sa, sta per abbattersi un temporale. Mi sa proprio che ormai si è accorta di tutto e vuole mettermi al muro. Se pensa che mi tradirò così, si sbaglia: lei non lo sa quanto impegno mi è servito per tacere.
Mi schiocca un bacio sul naso. Ricambio. Mi dà un bacio sulla guancia. Ricambio pure quello. Continuiamo così per due o forse tre volte.
«Che succede?» glielo chiedo e per poco non scoppio a ridere.
«Niente.» Pure lei trattiene una risata.
Stavolta sono io a cominciare la trafila di baci sulle guance e sul naso. La mano che prima era chiusa in un pugno accanto al mio bacino si sposta sulla sua spalla.
Ci fermiamo. La fisso negli occhi per quelli che potrebbero essere benissimo cinque secondi o cinque secoli e mi rendo conto che guardarla è una delle mie abitudini preferite. Lei è qui di fronte a me, è splendida pure da mezza addormentata, col pigiama e i capelli arruffati sul cuscino. Che bella che è quando è disordinata. Che bella che è quando è vera. Che bella che è, non serve altro.
Ora è il suo turno di ricominciare. Nel farlo, però, le sue labbra si appoggiano perfette, come se lei avesse calcolato tutto, su metà delle mie. Per come siamo messi, si è impegnata fin troppo. Io non capisco, ma sono stanco di pensare. Replico con la sua stessa minuzia e insieme iniziamo un duello di gesti identici che rivelano tutta la paura di esporsi.
Sento la mia mano che piano piano si muove, inizia a salire, sfiora i capelli color terra e si appoggia sul viso. Resta lì ferma; ogni tanto il pollice cerca di accarezzarla, ma si ritrae subito dopo aver provato il gesto. I muscoli mi fanno male: la leggerezza è scomoda da sostenere.
Lei è fatta di carta. Non so da dove viene l’illuminazione, ma me ne accorgo dalla metà delle labbra che lei appoggia su metà delle mie. Ho paura di stropicciarla, spiegazzarla e tagliarmi. Mentalmente, scomodo qualche santo giusto per fare qualcosa di diverso. Perché mi hai svegliato?
«Hai sonno?» me lo chiede con le labbra quasi attaccate alle mie.
«No, no, sono sveglio.» E invece di sonno ne ho, anche parecchio; ormai saranno le cinque passate. Fammi dormire, ti prego.
Giusto il tempo di mentire che sento la sua mano percorrere il mio braccio, proprio quello che sto sforzando per non lasciar percepire il peso della mia mano sul suo viso. Mentre le sue dita percorrono le mie spalle, chiude gli occhi, sorride e, veloce, colma quei pochi centimetri che ci separano. Chiudo gli occhi anche io; del resto, è da quando mi ha svegliato che la copio come fossi il suo specchio. Non avrebbe proprio senso smettere ora, vero?
© Punto e Virgola