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«Sa che una volta ho guidato fino al mare?»
«Con la moto?»
«Sì, beh… Ho provato. Mi han fregato i tornanti di Montemoggio…»
«Ah, caspita. Mi dispiace.»
Due distinti signori conversavano a voce alta per orientarsi nel brusio. Intorno a loro, tanti piccoli lumini arancioni coloravano la folla.
Un po’ più lontano, vicino a due vecchiette che giocavano a briscola, due uomini molto anziani sembravano litigare amichevolmente.
«Ma per favore, Tavulli, non si renda ridicolo. Il miglior sindaco di questo buco è sempre stato Di Bianco!»
«Ah, io mi renderei ridicolo? Ma pensi al suo Di Bianco, che, se fosse stato per lui, ci saremmo persino chiamati compagno, come quelli là… I sovietici.»
«Sempre così. Tutti voi neri con la vostra zucca vuota! Avete già rovinato il paese una volta…»
«Non si permetta. Non accetto lezioni dai rossi come lei, Mazzoli.»
Entrambi scoppiarono a ridere con complicità, come se fosse l’ennesima volta che la loro gara terminava senza un vincitore.
Nel frattempo, un ragazzo passeggiava per le strade buie, scrutando le luci che provenivano dalla cima della collina. Era ancora troppo lontano per sentire la confusione.
Continuava a passeggiare con le mani nelle tasche, incrociando ora un gatto, ora una volpe, ora un cervo.
Era partito da casa verso mezzanotte perché, per l’ennesima volta, non riusciva a prendere sonno e sperava che, camminando, il venticello lo aiutasse a dormire più in fretta.
Arrivò abbastanza vicino da incominciare a sentire il rumore indistinto di voci gioiose. Per un attimo gli parve che poco più in su si cantasse pure. Il paese era vuoto quando era uscito di casa: che si fosse perso una qualche messa o processione su dalla chiesa?
Accelerò di poco il passo; il primo obiettivo era pur sempre quello di conciliare il sonno e rilassarsi almeno per quella notte.
Quando giunse finalmente nel punto in cui la sagoma gialla della vecchia chiesetta compariva, notò che non c’era una singola luce accesa. Se ci fosse stata una veglia, avrebbe di certo incontrato qualcuno lì davanti al portale, ma, pensandoci bene, non ricordava nemmeno una qualche ricorrenza vicina. Eppure, il vociare era un sottofondo costante.
Iniziò a guardarsi un po’ intorno per cercare la fonte di tutta quella allegria. Non riusciva a capire. Passò tra le vigne del campanaro, bussò alla porta della canonica e poi, battendosi una mano sulla fronte, decise di provare il posto meno ovvio.
Imboccò una strada stretta e un po’ fangosa che si diramava buia tra i cespugli. Sentiva di avvicinarsi. Dopo nemmeno un minuto di camminata, arrivò davanti al vecchio cimitero quasi abbandonato, che pareva essersi trasformato in una trattoria la domenica a pranzo: tutti chiassosi e felici del giorno libero che, chi più e chi meno, si erano meritati.
Si sporse appena e, con sua grande sorpresa, notò una folla alquanto bizzarra: Gardelli che lucidava il proprio casco da moto vicino a Pozzetti; le sorelle Ferraguto che giocavano a carte vicino alle loro lapidi; il vecchio Mazzoli che indicava con fierezza una vecchia spilla con la falce e il martello attaccata al bavero della giacca, mentre il vicino di loculo Tavulli lo guardava divertito; e, infine, il sindaco Di Bianco che, ancora con la fascia tricolore addosso, sollevava un bicchiere vuoto brindando alla morte a squarciagola.
Il ragazzo prese un po’ di coraggio e decise di varcare il cancello arrugginito. Dopotutto, il sonno si può sempre recuperare in un momento migliore. Per quella notte avrebbe gettato la spugna: se fosse ritornato sui propri passi, chissà quando avrebbe potuto parlare con tutti loro.
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